Alle OGR Torino In Concert, la performance art di Ari Benjamin Meyers

Alle OGR Torino In Concert, la performance art di Ari Benjamin Meyers

Mostre Torino Sabato 2 marzo 2019

© Andrea Rossetti

Torino - Nel Binario 1 delle OGR, l’oscurità è tagliata da pochi faretti e da strutture rettangolari al neon che vengono spostate in sincrono, a formare leggere geometrie di luce nella penombra. Gli unici suoni che fendono il silenzio sono la musica rarefatta di due chitarre, un pianoforte, otto voci, i passi degli otto performer. Loro sono un contemporaneo tableau vivant e fanno del Binario 1 una sorta di spartito evanescente, dove le strutture luminose – mentre vengono alzate, abbassate, fatte volteggiare – danno vita a una tridimensionalizzazione delle note.

Si chiama In Concert ed è l’opera tra performance artistica e musicale che il compositore americano Ari Benjamin Meyers presenta alle OGR di Torino. È quella che viene definita durational performance, un’esibizione vivente che si svolge in continuo, indipendentemente dalla presenza e dalla dimensione del pubblico. La mostra vivente non è mai uguale a se stessa: la drammaturgia dell’antologica In Concert è composta da sette opere di Meyers che si intrecciano tra loro e si alternano con sequenze sempre diverse. E non ci sono orari di inizio e di conclusione per lo spettatore, che non si trova mai di fronte allo stesso spettacolo.

Ari Benjamin Meyers è un musicista e compositore americano che vive a Berlino, con all’attivo diverse collaborazioni che spaziano dalla performance art alla musica classica passando dal rock e dall’electroclash (ha lavorato con artisti come Tino Sehgal e Dominique Gonzalez-Foerster, con band come Einstürzende Neubauten e Chicks on Speed; con ensemble come l’Orchestra sinfonica della radio bavarese). È la riflessione sul suo lavoro di compositore che ha portato all’ideazione di In Concert. «Lavorando con la musica, per quanto ci sia uno spartito – racconta Valentina Lacinio, che insieme a Judith Waldmann è curatrice della mostra alle OGR – ogni volta che il suo lavoro viene messo in scena è come se fosse una variazione sul tema. Tutto diventa una variabile, come chi la mette in scena, o anche solo lo stato emotivo di quel giorno del performer. È per questo che, da compositore, Ari ha voluto far sì che il suo lavoro sfociasse nell’arte, per offrire una riflessione sulla variabilità della musica messa in scena nel contesto dell’arte contemporanea».

«Il 99% della musica come la fruiamo è data dalle registrazioni o dai concerti – racconta Meyers – nel primo caso, qualcosa che era un atto sociale è diventato un atto di isolamento, qualcosa che facciamo nelle nostre teste. Con i concerti, non c’è comunque un rapporto diretto tra artista e spettatore. Per questo è stato importante per me lavorare usando il format dell’esibizione, che ha un impatto emotivo diverso e che ha un doppio significato. Da una parte è letteralmente un’esibizione artistica: ci si può girare intorno, sedersi, attraversarla, osservarla, uscire e rientrare. Dall’altra, permette un ruolo attivo allo spettatore, che può decidere quanto restare o se tornare in seguito».

Degli otto performer che danno vita all’opera, tre sono collaboratori di lungo corso di Meyers (i due musicisti Thomsen Merkel e Jan Terstegen e la head of ensemble Sandhya Daemgen), mentre cinque italiani (Amos Cappuccio, Chiara Cecconello, Michela Depetris, Edoardo Mozzanega, Lisa Perrucci) sono stati selezionati appositamente dalle OGR. Un lungo lavoro di scouting, racconta Lacinio, «perché essendo sia la mostra sia le OGR un ibrido da arte e musica, anche gli artisti che hanno funzionato davvero sono figure ibride che uniscono danza, musica e canto». L’installazione apre al pubblico per sei settimane sei ore al giorno per quattro giorni consecutivi, dal 2 marzo fino al 14 aprile: per la compagnia, la performance «diventa una sorta di mantra, un training autogeno in cui loro interiorizzano le sequenze e diventano essi stessi l’opera vivente», aggiunge la curatrice. «Un meccanismo lasco – spiega Meyers – abbiamo lavorato a lungo e duramente perché la performance desse l’idea di essere qualcosa di casuale, aperto a qualsiasi cosa possa accadere e insieme molto preciso. Sembra una contraddizione in termini e forse lo è, ma la performance segue lo spartito in modo meticoloso, pur lasciando una sorta di scioltezza».

La sera dell’opening, il 1 marzo dalle 19 alle 24, e poi per altre due repliche (domenica 17 marzo 2019 dalle 18.00 alle 24.00 e domenica 7 aprile 2019 dalle 18.00 alle 24.00) si svolge un’altra performance, la situazione musicale K-Club, ideata appositamente per le OGR. K-Club è visitabile in sole tre occasioni: durante l’opening della mostra dalle 20 alle 24, domenica 17 marzo dalle 18 alle 24 e domenica 7 aprile dalle 18 alle 24.

Si tratta di un totale ribaltamento del concetto di clubbing, con un dj che si esibisce per un solo spettatore, che diventa protagonista di uno show di dieci minuti a persona. Un evento esclusivo, vissuto da meno di cento persone: 24 per le quattro ore della sera dell’opening, e poi altre 36 per le due repliche dalla durata di sei ore. La selezione dei fortunati che possono assistere all’evento è casuale: segue un  criterio randomico dato da una specie di lotteria che si tiene nell’area lounge. Un’esperienza di clubbing agli estremi e davvero unica, dato che la musica che gli spettatori ascoltano è una traccia composta appositamente da Meyers insieme al musicista elettronico Deadbeat, che viene remixata in modo sempre diverso dal dj. «Con il K-Club voglio esplorare un’altra relazione – racconta Meyers – quella tra dj e il singolo clubber. Le discoteche sono sempre per grandi gruppi di persone, ho pensato a come potrebbe essere se questo rapporto venisse ridotto a solo due attori, in una specie di duetto. Ogni volta sarà diverso, quindi sarà qualcosa che accade proprio solo per quella persona, una situazione speciale. A volte bisogna fare spazio a opere che non sono le più semplici da realizzare e che non tutti possono provare».

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