Da Sanremo a Torino: la Storia culturale della canzone italiana di Jacopo Tomatis

Libri Torino Venerdì 8 febbraio 2019

Da Sanremo a Torino: la Storia culturale della canzone italiana di Jacopo Tomatis

Torino - Il volume è poderoso, la storia che racconta appassionante, la colonna sonora che ne accompagna la lettura è quella delle canzonette che tutti amiamo e siamo soliti fischiettare sotto la doccia, quelle che rimbalzano tra la radio e Spotify durante la settimana del Festival di Sanremo, e forse ci accompagneranno anche dopo. Il 31 gennaio è uscito, per i tipi del Saggiatore Storia culturale della canzone italiana, ambizioso lavoro di Jacopo Tomatis, musicologo, giornalista, musicista, docente di Popular music al Dams di Torino e redattore del Giornale della musica.

Un testo che nasce da un lavoro di ricerca ormai più che decennale, come conferma l’autore: «il nucleo risale ai miei studi di laurea triennale – racconta Tomatis, allievo di Franco Fabbri all’Università di Torino – l’impianto del libro è invece uno sviluppo del lavoro di dottorato. Trattandosi di un argomento molto ampio, questo volume è il tentativo di sistematizzare tutte le ricerche fatte, con l’idea di farne un’opera di grande respiro».

Non c’era infatti, fino a oggi, un libro che raccontasse, con un approccio strettamente scientifico, il tema recente della canzone italiana nel solco degli studi dedicati alla popular music: «mi sono accorto che non esisteva nulla di simile – spiega l’autore – per me rappresentava invece qualcosa di fondamentale per capire non solo la popular music ma anche la società e la cultura. Esistevano delle storie della canzone italiana, ma tutte scritte da giornalisti, con taglio divulgativo. Bellissimi lavori anche, ma con un’impostazione che metteva insieme fatti ed eventi: non era quello che volevo fare io. Come mi piace dire, la mia è la prima storia della canzone italiana con le note! Ed è bizzarro se la paragoniamo alle altre discipline: la prassi è che si fondi un discorso su una bibliografia, che si traccino i documenti utilizzati come fonti, ma nella storia della canzone italiana non era mai accaduto: è una cosa che si studia solo da qualche anno, non c’era mai stato il bisogno di fondare scientificamente il proprio discorso».

Non spaventino la mole e le premesse, perché il testo di Jacopo Tomatis è un appassionante viaggio non solo e non tanto nella musica, quanto nel costume italiano. Non potrebbe mancare, in questo percorso di scoperta fatto di anni di ricerche in archivio e di vecchi 45 giri, l’evento mediatico per eccellenza dedicato alla musica italiana, il Festival di Sanremo, che nelle 800 pagine di Storia culturale della musica italiana ha un ruolo di spicco.

«Sanremo è importante perché tutti parlano di Sanremo – scherza Jacopo, ma in fondo neanche tanto – è importante per come ne parlano. È affascinante e vederlo da dentro lo è ancora di più perché qui si incrocia una serie di discorsi sulla canzone italiana che, in qualche modo, finiscono per essere sempre gli stessi». Tutti lo abbiamo letto, o lo abbiamo detto e sentito dire: “la canzone italiana è lo specchio del paese”, e così, insieme, la canzone italiana è impegnata, è leggera, è di cattivo gusto... «Saremo è un po’ la sintesi di tutto questo – prosegue l’autore spiegando il cuore della sua ricerca – dal punto di vista della storia culturale è interessante perché questo modo di intendere la canzone è qualcosa che si è inventato Sanremo, o meglio che la Rai ha inventato grazie a Sanremo. Prima che nascesse il Festival, nelle fonti non si fa menzione all’idea di canzone italiana così come la conosciamo».

Nessuna traccia della cosiddetta canzone italiana nelle definizioni dei generi musicali, nessuna identità né collegamento esplicito a quel senso sfumato che oggi rimbalza nei discorsi pretendendo di rappresentare una sorta di rispecchiamento dell’“essere italiano”. «C’era la canzone napoletana, magari cantata in italiano - spiega Jacopo – ma l’idea di canzone italiana nasce con Sanremo. E nasce già con i termini attuali: l’annuncio della Rai in cui si anticipa che sarà varato un nuovo Festival dice che il tentativo è quello di fare un revival della canzone italiana bella, quella di una volta, oggi decaduta. Ma ovviamente non esisteva la canzone “di una volta”, era un concetto idealizzato. Che Sanremo oggi faccia la stessa cosa sul proprio passato, riportando in vita la canzone italiana, è molto interessante a livello di processo culturale. Di fatto è sempre lo stesso processo di revival e mitizzazione del passato».

Sanremo che inventa la canzone italiana, che ne disegna modello e profilo, che, in fin dei conti, crea e ricrea sulla base dell’input iniziale, proponendo ad appassionati, pubblico e media un modello che si perpetua da 69 anni. Un discorso che, quasi come un uroboro, il serpente che si morde la coda, si ripiega su se stesso, guardandosi e riproducendosi in un meccanismo di rispecchiamento che assomiglia molto a una profezia che si autoavvera. La parola chiave per analizzare il lavoro di Jacomo Tomatis, allora, non è più musica, né canzone italiana, ma diventa discorso.

«Questo libro nasce infatti come storia dei discorsi sulla canzone italiana – illustra l’autore – si tratta non di usare le attuali categorie per mettere insieme dati ed eventi, ma di capire invece come certe categorie culturali, nello specifico il genere, di cui mi occupo, siano stati costruiti. Per analizzare questo fenomeno uso il concetto di discorso, vado a cercare come le varie fonti hanno parlato della canzone e costruito il suo valore estetico attraverso una serie di strategie». Insomma, una vera e propria fenomenologia della canzone italiana, dalla fondazione del termine che la descrive, alle categorie che si auto-attribuisce, tra discorsi mediatici e meccanismi di senso.

«L’idea era quella, sia dal punto di vista metodologico che da quello se vogliamo politico, di non imporre la visione attuale, ma di andare a scoprire come, per esempio, i valori sono stati costruiti – approfondisce il concetto Tomatis – nel caso della canzone italiana questo meccanismo è particolarmente pregnante perché se abbia o meno un valore estetico è un fato profondamente conteso. Osservare come la contesa si è sviluppata negli anni è un’operazione che mi è sembrata interessante per capire una serie di altre cose che trascendono la canzone». Non solo canzonette, una convinzione che chi frequenta i luoghi festivalieri nei giorni della manifestazione a Sanremo ha imparato: la bolla mediatica che avvolge il Festival è grandiosa e contraddistingue l’evento come uno dei fenomeni televisivi, e più in generale mediatici, più seguiti dell’anno.

«Sto osservando da più punti di vista la sala stampa – ammette Jacopo, che durante questa intervista si trova a Sanremo durante il Festival – per quanto io sia qui anche per lavoro, mi sento un po’ come un osservatore esterno». Impossibile non approfittare del contesto per chiedere un parere sullo stato attuale della canzone italiana, a partire proprio dalla sua immagine che viene perpetuata, in sorta di rituale, dalla macchina festivaliera in questo 2019. «Mi sembra che tutto sia in piena continuità col passato – osserva infatti il musicologo -  stanno uscendo fuori fenomeni già intravisti negli ultimi anni, tra cui la cosa più interessante è l’inclusione di cose nuove. Nello specifico, quest’anno c’è ampio spazio per l’indie e uno spazio parziale per la trap. È una cosa sempre successa con Sanremo: il festival ha sempre inglobato fenomeni, e con un timing regolare di circa un paio di anni. Pensiamo ai complessi beat negli anni ’60, o al rap, emerso già un po’ prima di arrivare all’Ariston. Questa apertura di oggi mi sembra perfettamente coerente, e in fondo credo sia questo il dato che si può trarre da questo Sanremo: pur inglobando elementi nuovi, rimane eternamente uguale a se stesso, perché è già nato uguale a se stesso e nella nostra percezione non può essere altro».

Forse è proprio questo il dato che ci rende tutti un po’ spettatori del Festival: la consapevolezza di ritrovare, anno dopo anno, una cornice sempre uguale, una certezza solida, in un mondo complesso da inseguire. «Seguo Sanremo da quando ne ho memoria – prosegue l’autore – sarà una ventina di anni, ma vedo sempre le stesse cose. Ed è questo il bello! Mi sono reso conto, quando sono andato a leggere le cronache dei festival degli anni ’50, che le stesse cose succedevano uguali già allora: c’era chi diceva che questa canzone non va bene, chi ricordava le edizioni passate come migliori, all’insegna del motto che “una volta era più bello”. C’è un percorso ciclico che ha a che fare con tutto ciò che ha prodotto la generazione precedente, ma poi vent’anni dopo il ciclo è ormai andato avanti, ed un meccanismo affascinante che trova la sua spiegazione nella cornice di un’istituzione che perpetua una tradizione che ha inventato».

È Sanremo che crea e alimenta Sanremo, insomma: non possiamo farci nulla, salvo continuare a seguire la maratona televisiva, e ad ascoltare musica, come conferma Jacopo Tomatis: «non tutti forse lo notano, ma una cosa che mi colpisce è che uno dei meccanismi attraverso cui funziona la musica è proprio il parlare della musica, fatto che diventa una miccia per altri discorsi. Chi parla di musica prova un certo piacere a commentare un disco, un concerto, o anche i gusti terribili degli amici. E Sanremo è l’unico momento dell’anno in cui tutti lo fanno!».

Dopo la presentazione del 9 febbraio a Sanremo, alla Piazzetta dei dolori, Palazzo Gentile Spinola, Jacopo Tomatis presenterà Storia culturale della canzone italiana a Torino, al Circolo dei lettori, dove sarà il 13 febbraio, a Milano, in via Laghetto 9, il 14 febbraio, e a Novara, al Circolo dei lettori, dove l'autore sarà venerdì 15 febbraio.

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