Fabio Geda racconta il suo don Bosco: Il demonio ha paura della gente allegra - Torino

Fabio Geda racconta il suo don Bosco: Il demonio ha paura della gente allegra

Libri Torino Mercoledì 6 febbraio 2019

Fabio Geda
© www.facebook.com/fabiogeda

Torino - Lo presenterà nella sua Torino il 6 febbraio, vicino alla sede centrale dei salesiani fondata proprio da Don Bosco, la figura a cui Fabio Geda ha dedicato il suo ultimo libro, Il demonio ha paura della gente allegra (Solferino). Di don Bosco, di me e dell’educare, questo il sottotitolo di un reportage narrativo che intreccia la vicenda di uno dei santi sociali più noti di Torino al percorso personale dello scrittore, per anni educatore. Il messaggio è semplice e rivoluzionario, valido dall’Ottocento, scenario delle azioni di don Giovanni Bosco, alla contemporaneità: l’accoglienza, con il sorriso, perché l’allegria è una cosa seria. Questa la filosofia semplice eppure decisiva del fondatore delle congregazioni dei Salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice, una figura cara ai torinesi, della cui storia restano numerose tracce in città come racconta Fabio Geda.

Il demonio ha paura della gente allegra parte dalla storia di don Bosco e la intreccia con la tua: cosa racconta questo libro?

«Come dice il sottotitolo, “di don Bosco, di me e dell’educare”, ci sono tre anime che pulsano dentro queste pagine: c’è un po’ di biografia di don Bosco, anche se non sono un suo biografo e so cose limitate, ma ci sono alcune cose sue che mi porto dietro da molto tempo, le ho usate un po’ per raccontare anche delle cose mie, per parlare di un tema a me molto caro come il rapporto tra le generazioni, l’educare. Sono queste tre le anime del libro, tutte e tre alla pari».

È un testo in parte anche autobiografico: come e quando è avvenuta per te la scoperta di don Bosco e dei salesiani?

«Sono percorsi congiunti ma differenti: ho conosciuto i salesiani perché sono un ex allievo delle scuole salesiane, ho frequentato le medie all’Agnelli, quartiere Mirafiori. Mi sono poi trovato per tutta l’adolescenza a frequentare il cortile e vari oratori, quello Agnelli, Borgo San Paolo, Crocetta…. Con i salesiani mi sono trovato a fare l’obiettore di coscienza, l’esperienza del servizio civile mi ha aperto al lavoro educativo. Da lì non sono più riuscito ad andarmene, anche se salvo due anni l’ho svolto in una cooperativa sociale non salesiana».

Il mondo salesiano ha lasciato però un’impronta grande nelle tue scelte di vita…

«Assolutamente sì, soprattutto il cortile, il cuore dell’esperienza salesiana: è la cosa che più mi porto dentro».

A proposito del titolo, cosa ha che fare don Bosco con l’allegria?

«È un modo di guardare il mondo per lui, per abitare le giornate. Lui era uno che si arrabbiava moltissimo con chi si lamentava, alla fine della sua vita è descritto con un abito logoro e stanchissimo, ma fino all’ultimo secondo si è messo in viaggio, ha parlato, progettato… Era uno così: amava di più fare che pontificare, e fare in modo allegro, usare l’allegria come carburante del fare. A volte i tempi in cui viviamo sono difficili: l’allegria non vuol dire sciocchezza, superficialità, ma riuscire a trovare una parte allegra anche quando ciò che stiamo facendo costa molta fatica. L’allegria è un carburante che ti porta avanti e ti permette fare le cose».

Nella tua esperienza di educatore che ruolo ha avuto questa formazione?

«Quello che mi porto dietro dell’esperienza salesiana è un tipo particolare di relazione tra educatore e ragazzo. Si parla spesso di don Bosco come dell’inventore dell’oratorio, non è così: lui ha inventato l’oratorio salesiano, che è diverso. L’oratorio come luogo in cui far divertire i ragazzini e fare catechesi già esisteva e altri parallelamente lo hanno portato avanti, di don Bosco è invece quel modo particolare di vivere il cortile e stare in relazione con i ragazzi, scendendo in campo con loro, giocando e scherzando e non facendo – per usare una similitudine – il bagnino a bordo piscina, sul trespolo a controllare che nessuno si faccia male. È il contrario: l’educatore salesiano si sporca le mani, scende in vasca, e sta con i ragazzi, nuota accanto a loro, scherza e mentre lo fa parla, dialoga e approfitta sfruttando ogni occasione per far riflettere i ragazzi. Questo tipo di relazione è quella che ho cercato di mettere in atto nei miei anni di lavoro da educatore».

Poi è arrivata la scrittura, che attinge anche dalla tua esperienza: nei tuoi romanzi ci sono spesso ragazzini in situazioni problematiche

«Ognuno scrive ciò che conosce, ciò che sa. Io ho sempre scritto, da quando sono ragazzino. Per anni ho fatto le brutte copie dei libri dei miei autori preferiti, emulandoli come è giusto che sia, poi mi sono detto che non sarei andato da nessuna parte così, e che se volevo pubblicare qualcosa dovevo trovare il mio mondo, le mie storie, la mia lingua. Mi sono chiesto “Cosa so della vita?”, “quali tipi umani conosco e che personaggi della mia esperienza di tutti i giorni posso rubare”? È da qui che sono nati naturalmente i miei libri».

Dal 1998, e per una decina d’anni, hai lavorato come educatore. Quali cambiamenti hai registrato nel mondo dei ragazzi?

«Parto da un presupposto, cioè che chi cambia è il mondo, non i ragazzi. Loro cambiano in relazione al mondo che cambia intorno a loro. L’adolescente di oggi è, nel cuore e nell’anima, lo stesso di trenta anni fa. Il mondo intorno è però profondamente cambiato, e gli adolescenti agiscono e si muovono in questo ambiente in modo differente. Noi non avevamo in tasca un cellulare e non usavamo i social network, loro sì, come noi andavamo a mangiare l’hamburger appena arrivate le grandi catene in città. I ragazzi reagiscono alle novità e alle mode, da questo punto di vista la relazione tra adulto e adolescente non cambia, loro restano anime in cerca di se stesse. Il mio ultimo romanzo si intitola Anime scalze non per nulla: l’adolescente resta un’anima scalza, cammina spesso scalza, con il rischio di farsi male in cerca di se stessa».

Non saremo noi adulti, a essere cambiati?

«È cambiato il mondo, e bisogna conoscerlo, ma forse quello che influisce di più negli adolescenti è la narrazione terroristica che noi adulti facciamo loro rispetto al futuro. Trent’anni fa non veniva detto ai ragazzi di darsi una mossa a immaginare un futuro diverso, altrimenti il futuro non ci sarebbe stato. Eravamo ancora i figli della generazione più ricca della storia italiana, siamo nati in un’epoca in cui si immaginava che non avremmo avuto problemi a trovare un lavoro, bastava studiare e laurearsi. Questa non è più la narrazione che ricevono gli adolescenti oggi, che sono molto in allarme rispetto al futuro, e reagiscono quindi con ansia oppure fregandosene, vivendo alla giornata. I ragazzi sono molti e sono diversi, un altro grande errore che facciamo è ridurli a una massa unica indistinta, come se avessero tutti gli stessi gusti. C’è chi ascolta una cosa chi un'altra, chi legge una cosa chi un’altra, come era per noi. Bisogna prenderli uno per uno».

Torniamo a Torino, che ruolo ha la città nella tua storia e in quella di don Bosco?

«Torino fa da sfondo a questa storia: quella di don Bosco e la mia. Per quanto riguarda don Bosco, racconto l’area che si estende da quella che oggi è Vanchiglia - all’epoca la contrada del moschino, per via dell’area paludosa e delle tante zanzare - fino a Valdocco. Quella è l’area in cui si è sviluppata la storia salesiana e buona parte di quella dei santi sociali ottocenteschi. Cottolengo apre il suo rifugio per malati lì, la Marchesa di Barolo fonda il suo istituto e incrocia don Bosco, che trova lì la cacina dove inaugurerà il suo oratorio. Lì, al Rondò della Forca, all’angolo tra via Cigna e corso Regina Margherita, c’è la statua di Giuseppe Cafasso, il prete che accompagnava i condannati a morte, colui che ha rivelato la città a don Bosco quando arrivò a Torino nel 1841 e andò a studiare in un convitto dove insegnava proprio don Cafasso. Nel libro c’è quella parte della città, ricchissima e impregnata di questa storia».

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