Teatro Torino Martedì 5 febbraio 2019

John Turturro dirige Rigoletto: «ho una connessione con Torino, amo Eco, Ginzburg, Pavese, Calvino»

© Virginia Michetti
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Torino - John Turturro firma la regia di Rigoletto al teatro Regio di Torino. Capelli brizzolati e occhiali tondi, la star di Hollywood racconta il suo esordio nel mondo dell’opera. Il suo allestimento dell’opera di Giuseppe Verdi è realizzato in coproduzione con il Teatro Massimo di Palermo (dove ha debuttato lo scorso ottobre), la Shaanxi Opera House e l’Opéra Royal de Wallonie-Liège e debutta il 6 febbraio per dieci repliche fino al 17 del mese. «È una nuova esperienza per me e mi fa sentire più giovane – ha detto il versatile attore e regista 61enne – è bello imparare, la mia ambizione è servire la musica e la storia. Non ho cercato di inventare niente, ma solo di interpretare la storia con la mia sensibilità, con le immagini e le luci».

È un ritorno sotto la Mole per l’istrionico attore e regista statunitense, 22 anni dopo aver indossato i panni di Primo Levi per Francesco Rosi in La Tregua. «Sono veramente felice di essere tornato a Torino. Sono stato qui per lo Stabile – ha detto Turturro, che era stato regista e interprete di Fiabe italiane nella stagione 2009-2010 – e la prima de La Tregua ero stato qui al regio nel ’97».  Turturro a margine della conferenza stampa di presentazione di Rigoletto ha poi ammesso una passione letteraria per il capoluogo piemontese: «Ci sono tanti grandi autori originari di qui che apprezzo: Umberto Eco, Natalia Ginzburg, Cesare Pavese, Italo Calvino… Sento di avere una connessione con il Piemonte e con questa città, che per me è particolare».

«Rigoletto non è un villain. È una persona con due facce, quella del giullare e del padre, e paga il prezzo di quello che fa nella vita. Ma il cuore dell’opera è quello che prova per la figlia Gilda, il rapporto padre-figlia». La vita di Verdi fu segnata da gravi lutti: sua figlia Virginia mori nel 1838, seguita dal figlio Icilio nel 1839, entrambi all'età di circa un anno e mezzo, e poi nel 1840 morì la moglie Margherita all'età di 26 anni. «Si può sentire nella sua musica che aveva perso la moglie e la figlia – ha aggiunto Turturro - si sente nelle sfumature. Le parti dell’opera che preferisco sono quelle più delicate».

Nato e cresciuto a New York, Turturro è figlio di immigrati italiani e ha la cittadinanza italiana. Per lui la musica ha sempre avuto un aspetto di rilievo, ha raccontato: «Ho lavorato molto con la musica nei film, anche con musica popolare e melodica, sono cresciuto con l’opera ed essere coinvolto nell’opera è una bellissima esperienza per me. Mi piace guardarla, e mi piacerebbe anche vederla dalla buca d’orchestra. Sono affascinato da quello che accade tra direttore e musicisti: è antico e vibrante, ho un grande rispetto per questo mestiere».

L’opera del 1851 tratta dal dramma di Victor Hugo Le Roi s'amuse, fu inizialmente oggetto della censura austriaca. «Mi hanno proposto tre opere, tutte di Verdi, e io ho scelto Rigoletto. Ho voluto iniziare con questa perché mi piace Victor Hugo e mi piacciono i gobbi – ha ricordato Turturro – ai tempi non volevano che si parlasse di un gobbo, hanno dovuto lottare contro la censura».  Poi ha approfondito la sua passione per il teatro e la lirica. «Io originalmente vengo dal teatro, non dal cinema, e tuttora lavoro a teatro – ha aggiunto – quelle dell’opera sono storie universali come le tragedie greche, dove c’è sempre stata la musica e il coro. Quando si ascolta Rigoletto si vede l'amore del padre per la figlia e questo è universale».

Storie universali che il direttore d’orchestra Renato Palumbo si augura continuino a interessare le nuove generazioni. «Cinquant’anni fa i giovani sapevano le arie della Traviata e del Rigoletto, oggi non si sanno più le storie della musica e si è dimenticato questo patrimonio incredibile. Il compito che abbiamo non è solo far quadrare i conti, ma di riportare i giovani all’opera. Perché l’opera è un malattia come il morbillo, va presa da piccoli – ha aggiunto ironizzando – portare un bambino di 7-8 anni all’opera è un esperienza meravigliosa che difficilmente dimenticherà. Portiamoli più spesso a teatro, adoperiamo la nostra cultura. Ogni mezzo serve a rendere l’opera moderna, ma l’opera è moderna in sé, ha una forza creativa che nessuno può distruggere ma che bisogna far conoscere».

Palumbo è entusiasta della produzione che debutta domani, per due ragioni. «Il teatro Regio si è molto impegnato per trovare due grandi cast. E poi collaborare con John Turturro è una doppia gioia. Il taglio che Turturro ha dato all’opera è molto truce, nello spirito dell’opera di Verdi» ha aggiunto, commentando la cupezza della vicenda verdiana, che ha qui un’ambientazione decadente e grottesca: «Quello che facciamo è un grande racconto con una pausa sola, la tensione dello spettacolo non si ferma mai. Le idee messe in palcoscenico e la musica che sostiene queste idee hanno trovato un giusto connubio».

Il baritono spagnolo Carlos Álvarez interpreta Rigoletto: ruolo che aveva declinato da giovane perché vestire i panni del giullare della corte di Mantova richiede un grande impegno interiore: «Fare il Rigoletto vuol dire approfondire il rapporto padre-figlia – ha raccontato -  mi sono rifiutato di farlo nel ‘93 quando il maestro Muti mi chiese di farlo alla Scala, dandogli le mie ragioni in una lettera. Avevo 27 anni, non ero grande abbastanza, per fortuna non avevo sofferto molto in vita mia, non avevo l’esperienza della paternità. Ora per me pensare al rapporto con mia figlia e portarlo sul palcoscenico è fare, come diceva Turturro, fare un servizio alla musica e alla storia». Un impegno che vuole mantenere al massimo per tutte le repliche: «Domani sarà la prima, poi ci sarà la seconda, la terza, fino alla recita del 17 febbraio. Un doppio cast che va bene per vedere come funziona la stessa storia, la stessa musica, lo stesso palcoscenico. La cosa più importante è che il pubblico del 17 abbia la stessa voglia di vedere l’opera del pubblico del 6 febbraio».

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