Mostre Torino Giovedì 24 gennaio 2019

Sandy Skoglund: a Torino in mostra le visioni ibride dell'artista americana

Winter - 2018
© Sandy Skoglund
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Torino - Sandy Skoglund ha evocato l’inverno e per lei l’inverno è arrivato ad ammantare Torino. Una spruzzata di neve ha infatti accolto l’artista americana all’inaugurazione di Visioni Ibride, la mostra antologica in suo onore inaugurata oggi presso Camera Centro italiano per la Fotografia e aperta al pubblico dal 24 gennaio al 31 marzo 2019.

Per l’occasione viene presentata in anteprima mondiale la sua ultima opera, Winter, dopo 10 anni di gestazione. Nota in forse Italia soprattutto per la sua opera Revenge of the Goldfish, che ha reso indimenticabile la copertina del romanzo di Margaret Mazzantini Venuto al Mondo, Sandy Skoglund è in realtà un’artista visionaria con una carriera quarantennale.

«Piuttosto che una fotografa, una scultrice o una pittrice, sono una creatrice di immagini», dice di sé Sandy Skoglund, che è a tutti gli effetti un’artista totale e raccoglie in sé tutte le anime.  Una delle più importanti esponenti della staged photography, ogni suo scatto richiede una preparazione di mesi, quando non di anni. La 71enne Skoglund è «l’artista che ha rivelato un modo nuovo si approcciarsi alla fotografia – ha detto il direttore di Camera Walter Guadagnini – che gioca con la realtà inventandone un’altra. La sua è una pratica che si trova alla confluenza di tante storie e discipline».

Le sue fotografie evocative e potenti, dove oggetti e ambienti quotidiani vengono traslati in una realtà onirica e inquietante, sono infatti il culmine del lavoro di creazione delle installazioni che le precedono. Veri e propri set dove l’artista gioca con la composizione di spazi e superfici, e dove tutto (luci ed ombre, scenografie, oggetti di scena) è pensato in ogni minimo dettaglio e realizzato con cura totalizzante. Le sculture create a mano singolarmente dall’artista dialogano con oggetti quotidiani che ottengono una nuova identità e con comparse umane elevate a figure allegoriche. E alla fine del processo, tutto diventa definitivo venendo fissato con lo scatto.

Il processo artistico di Sandy Skoglund è «come quello della perla che nasce dall’irritazione dell’ostrica», ha spiegato la stessa artista nata a Weymouth, Massachusetts, nel 1946. «La parte centrale del mio modo di lavorare è la condizione in cui mi metto, in cui non so come fare qualcosa che voglio, e trovare il modo mi dona un senso di speranza e uno scopo». E questo scopo è «rivelare attraverso il pensiero intellettuale la parte irrazionale di noi, quella misteriosa».

La mostra di Camera segue il percorso dell’artista attraverso oltre cento opere, tra fotografie e alcune delle sue sculture. Ci sono le prime serie fotografiche prodotte a metà anni ‘70, dove già emergono i temi caratteristici dell’interno domestico e della loro trasfigurazione (Motels del 1974, Reflections in a Mobile Home del 1977, quella dedicata al cibo Food Still Life del 1978). Esposte anche le foto della serie True Fiction II, realizzata tra 1986 e 2005, una lisergica interpretazione dell’American Way of Life. Ma soprattutto trovano spazio le grandi composizioni che hanno dato all’artista fama internazionale.

Oltre a Revenge of the Goldfish del 1981, dove la cameretta blu di due bambini diventa un acquario per pesci arancioni, ecco quindi che un cupo tinello è invaso da gatti verde acido nell’opera del 1980 Radioactive Cats, un ristorante grigio viene popolato da volpi rosse in Fox Games del 1989, un salotto ricoperto di un prato verde è affollato di cani viola in The Green House del 1990, gli scoiattoli neri che assaltano una veranda in Gathering Paradise del 1991. Ancora, foglie blu sembrano cadere in una cucina autunnale in Breeze of Work del 1987, due figure di donna camminano letteralmente sulle uova in una camera da bagno circondate da lepri e serpenti in Walking on Eggshells del 1997.

Il percorso creativo di Skoglund è costellato di riflessioni su gusti e costumi degli Stati Uniti a partire dal cibo, che diventa spesso parte della scena quando non protagonista. Questo sin dai primi scatti geometrici degli anni ’70 fino ad installazioni con alimenti, come le gomme masticate in Germs are Everywhere del 1984, i fiocchi di formaggio come in The Cocktail Party del 1992, l’uva passa in Atomic Love del 1992, la pancetta in Body Limits, o la marmellata che si fa vernice nella scena matrimoniale in rosso di The Wedding del 1994.

In mostra anche l’ipnotica opera Shimmering Madness del 1998 nella duplice veste di fotografia e di installazione, dove una parete di farfalle che si agitano al minimo spostamento d’aria fa da sfondo a figure umane intrappolate in armature di caramelle di gelatina.

Fulcro dell’esposizione Winter, l’ultima creazione dell’artista, accompagnata da alcune delle sculture create per l’installazione da cui è stata tratta la fotografia. Skoglund la definisce la sua «prima opera digitale», ed è un ibrido di teniche. I fiocchi di neve – creati per essere apparentemente simili eppure tutti diversi come in natura – sono stati tagliati digitalmente nel metallo (dopo aver provato e scartato ceramica e argilla), le immagini sui fiocchi stampate digitalmente con inchiostro ultravioletto, le sculture dei gufi e della figura umana modellati al computer. L’opera ha avuto una gestazione di dieci anni: iniziata nel 2008, ha impegnato Skoglund in un lungo lavoro di ricerca creativa per riuscire a realizzare l’installazione perfetta, e si è conclusa con lo scatto definitivo il 22 dicembre 2018. Winter segue Fresh Hybrid del 2008, dedicata alla primavera: sono i primi due capitoli di una serie sulle quattro stagioni, tra le opere più ambiziose dell’artista.

La mostra, realizzata con la collaborazione della Galleria Paci contemporary di Brescia, è accompagnata dal primo volume monografico mai dedicato a Skoglund, edito da Silvana Editoriale e curato da Germano Celant, in cui si ricostruisce l’intero percorso.

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