Videomusic a Torino: chiude lo storico negozio di musica in via Po

Attualità Torino Venerdì 18 gennaio 2019

Videomusic a Torino: chiude lo storico negozio di musica in via Po

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Torino - Torino perde il suo angolo di Londra trapiantato nel centro città: dopo 32 anni chiude Videomusic, in via Po 21. Il negozio di musica, accessori, abbigliamento, rarità e memorabilia che dal 1987 è stato meta di pellegrinaggio per musicofili e rocker tirerà giù le serrande per l’ultima volta tra meno di un mese, il prossimo 17 febbraio. Una decisione sofferta ma che non poteva essere più rimandata, spiega il proprietario Savino Cippo. La sua attività è l’ennesima vittima della letale combinazione tra calo delle vendite e aumento dei costi, diminuzione di interesse per la musica e l’insorgere dell’e-commerce. Un annuncio in sordina, avvenuto solo sulla pagina Facebook: «Dopo 32 anni – vi si legge – Videomusic abbandona la scena. Siamo stati presenti al Reading, a Sonoria, abbiamo fatto notte alle Olimpiadi 2006. Gods of Metal,Monster of Rock erano il nostro pane. Abbiamo girato il mondo per offrirvi sempre le novità sia nella moda sia nella musica.Ora ci riposeremo un po’ e quindi se volete approfittare di questa occasione svendiamo abbigliamento e merchandising dal 50 al 70%».

«C’è un po’ di tristezza perché lascio un pezzo di vita, ma le mode passano e l’età avanza», dice Cippo, che è nato a Venaria 64 anni fa, mentre la sua dipendente storica Cristina Ceranto è affaccendata a preparare gli scatoloni. Penetranti occhi azzurri e capelli corti neri, lo affianca da 28 anni ed è un’istituzione quanto lui dietro al bancone: «Tutti pensano che siamo sposati, ma non è così – specifica Savino – mia moglie si chiama Anna Maria e abbiamo due figli di 8 e 12 anni. Cristina è la migliore dipendente che potessi sperare di trovare. L’ho assunta che era una ragazzina, si è fatta notare per come era metodica e tutti questi anni non ho mai dovuto rimproverarle nulla». «Ho rischiato il licenziamento una volta, quando ho decapitato per sbaglio una statuetta in cera di Jimi Hendrix, ma Savino è stato clemente», racconta ridendo lei.

E c’è tanto da mettere via per svuotare lo stretto locale colmo di oggetti che per anni hanno colpito l’attenzione di una clientela interessata al rock in ogni sua declinazione. Clienti che col tempo si sono ridotti, col cambio generazionale che li ha spinti verso altri generi e altri mezzi per consumare musica. Ci sono contenitori di vinili d’epoca originali e rigorosamente nuovi, cd, bluray, dvd, una parete di musicassette originali nel retrobottega. E poi stand appendiabiti con tshirt delle band, borse, maschere, cappelli originali inglesi, abbigliamento steampunk, dark, gothic, burlesque. E ancora accessori come occhiali, collant e leggins, spille, collane, orecchini, toppe.  Alle pareti, trofei musicali che hanno fatto brillare gli occhi a decine di acquirenti, collezionisti e appassionati. Una volta vendevano anche fotografie dei concerti che faceva suo fratello Sergio Cippo, tra i fotografi musicali più noti e prolifici di Torino, «Ma ora anche per questo non c’è più mercato, tra Internet e l’avvento dei cellulari», dice Savino. 

La sua avventura è iniziata nel ’78, 9 anni prima dell’apertura di Videomusic. «Avevo 23 anni – racconta – ero appena tornato da un viaggio in India e ho pensato a cosa volevo fare della mia vita. Io e mio fratello Sergio avevamo due cose in testa, il calcio e la musica, tanto che io sono anche polistrumentista. La musica così ha prevalso e abbiamo deciso di aprire un negozio di dischi. Si chiamava Queen Music ed era in via Borgaro. Però in periferia aveva dei limiti, così nell’87 mi sono spostato in via Po con la mia prima moglie, Barbara».

Da subito Videomusic si è ritagliato uno spazio in Italia e all’estero, battendo catene e negozi ben più grandi. «Volevo differenziarmi da tutti gli altri venditori e penso di esserci riuscito», racconta Savino. La differenza l’ha fatta da subito la sua strategia di importazione diretta. «Gli altri acquistavano dalle case discografiche e dai grossisti, io andavo sul posto a prendermi quello che volevo. Il genere che noi trattiamo è il rock dalla A alla Z, settore in cui sono sempre uscite un mucchio di edizioni limitate che in Italia difficilmente arrivavano. Al tempo non c’era il computer né Internet, e anche telefonando non c’era interesse ad accettare ordini: quando usciva un disco in 300 copie e gli inglesi erano in fila per averlo, perché avrebbero dovuto mandarlo a me in Italia? Perciò andavo direttamente a fare acquisti all’estero, soprattutto a Londra, tutti i mesi e a volte ogni 15 giorni. Qualche volta sono andato anche in America.  Così avevo le cose prima degli importatori, e avevo soprattutto quello che interessava a me, le rarità e le cose impossibili da trovare».

Per decenni, i giovani e meno giovani appassionati di musica sono entrati da Videomusic trovandosi in un angolo di Camden Town o Soho. «Quando abbiamo aperto noi la Camden Town di oggi doveva ancora nascere», nota sornione Savino. «In realtà ne siamo un po’ stati i precursori. Grandi catene a Londra ci sono sempre state, anche diversi negozi specializzati però soprattutto nell’usato, mentre io mi sono sempre rifiutato di trattarlo, ho sempre voluto il nuovo. Abbiamo ancora ora LP degli anni ’70 nuovi. E logicamente non possono costare quanto l’edizione uscita oggi dello stesso disco, primo per l’impegno messo per averlo, e poi perché è originale. Il prezzo dipende dalla rarità: di alcuni di questi dischi magari sono uscite 500 copie e in Italia ne sono arrivate due. È come voler acquistare un vino pregiato di una certa annata e aspettarsi che costi come il vinello al supermercato».

Non tutto quello che è esposto in negozio è in vendita:  Videomusic è anche un piccolo museo del rock «dove non si paga il biglietto per entrare», e tanta memorabilia rappresenta un ricordo per Savino. «Alcuni articoli non li vendiamo, come i dischi d’oro alle pareti, certe opere autografate o disegni d’artista». Ci sono chicche che passano inosservate a gran parte della clientela casuale del negozio. «Abbiamo molte rarità, cose che in negozio quasi non vengono calcolate ma che i collezionisti cercano su Internet. Spesso li rivendiamo agli inglesi, perché sanno che trovare un pezzo di quegli anni non è semplice».

Il lavoro che Savino si è creato gli ha permesso di viaggiare molto (racconta con orgoglio di aver visitato «ֿ87 paesi nel mondo, alcuni anche più volte»), e di intessere rapporti privilegiati con i professionisti dell’industria discografica e con gli stessi musicisti. «Lavoravo con i promoter perché parlavo correntemente inglese, i discografici mi venivano a chiedere i movimenti all’estero perché sapevano che li seguivo da vicino, molti artisti col tempo sono diventati amici. Se venivano a fare concerti in città – racconta, mostrando le decine di fotografie appese alle pareti – venivano a trovarmi in negozio. Parlo di gruppi come Deep Purple, Led Zeppelin, Iron Maiden, Guns n’ Roses, NoFX, anche Vasco Rossi…».

A chiederglielo, Savino snocciola episodi che ha vissuto con personaggi irraggiungibili per i più. Come la volta che ha accompagnato in auto Ian Gillan e i Deep Purple che dovevano suonare al Palasport, dividendo i membri della band sulle auto di altri amici (e uno di loro ha bocciato prima del concerto). Della notte passata a ballare con Joan Baez dopo che lei aveva stroncato un giornalista che le aveva fatto domande troppo personali. Della volta in cui Robert Smith dei Cure gli ha raccontato della sua visione della musica regalandogli poi una maglietta autografata come ricordo. Di quando John Egan degli Ozric Tentacles, che aveva in programma un concerto in città, è venuto in negozio a chiedergli in prestito un flauto che gli aveva regalato tempo prima, per poi restituirglielo a fine concerto. O ancora, di quando ha portato a Robert Plant, «forse l’unico personaggio che mi ha emozionato perché era un mio mito», una foto che avevano scattato insieme un anno prima, e il cantante dei Led Zeppelin l’ha presa chiedendogli l’autografo in ricordo. «Questi personaggi sono anche persone speciali, con gli anni ho visto che quelli davvero grandi sono spesso umili. Non come l’ultimo arrivato che adesso fa un disco e pensa subito di essere una star».

Gli anni d’oro sono però passati e con la diminuzione delle vendite il costo dell’affitto del negozio è diventato troppo alto. Secondo Savino, tuttavia, la riduzione del giro di affari è generale e le ragioni sono a monte. «Il calo è dovuto anzitutto al fatto che in Italia non si è investito nella cultura. La musica è sempre stata considerata di serie B, come dimostra anche solo il costante aumento dell’IVA. Ora noi paghiamo il 22%, quando ci sono paesi dove si paga il 17-18%. E noi verso di loro siamo svantaggiati, perché un 5% in più è una spesa che rende meno appetibili gli acquisti, tanto sul territorio nazionale quanto verso l’estero».

«L’avvento dei masterizzatori ha dato la prima zappa sui piedi alle case discografiche – prosegue – poi  fucking Internet ha dato il colpo di grazia. Banalmente, il packaging di un disco contiene tutte le informazioni ed è spesso un’opera d’arte, un aspetto culturale che si va a perdere con le copie pirata e con lo streaming, portando non solo a un danno economico immediato ma ad abituarsi ad un ascolto più superficiale. Poi, la musica "degna" non è solo quella classica: bisognerebbe dare la possibilità di conoscere e scegliere. A me interessava il rock, e in Italia non è mai stato considerato un’espressione culturale, anzi, era "la musica del diavolo"».

Sul tema, interviene Cristina. «Una volta ho quasi dato fuoco al negozio dimenticando la stufetta accesa. Appena me ne sono accorta ho preso la tenda che si era incendiata e l’ho trascinata sul marciapiede per spegnerla. In quel momento è passato il barista che frequentavo e ha cominciato a dire in giro che stavo facendo le messe nere: questa è la considerazione che avevano di me!» dice divertita. Savino coglie la palla al balzo per ricordare come erano mal visti all’inizio: «Quando abbiamo aperto il primo anno, le suore e i preti che frequentavano la chiesa qui di fronte passando davanti al negozio si facevano il segno della croce. Eppure lo assicuro, non siamo mai stati satanisti, ci importava solo della musica!».

Videomusic aprirà al pubblico per l’ultima volta domenica 17 febbraio. Entro il 28 dovranno lasciare il locale. «Continuerà la nostra vita fuori, ma questa avventura finisce. Stiamo svendendo la roba cercando di recuperare qualcosa. Abbiamo il sito, anche se non so per quanto lo terrò. Metterò online quello che resta tra Ebay e Amazon, dove ho più di 24mila articoli. Ma tutto quello che ho qui – dice, indicando col braccio l’intero locale – rimarrà imballato negli scatoloni perché ormai venderlo in negozio è impossibile». Per Savino è la fine amara di una passione e di un progetto di vita: «Tutto questo doveva essere la mia pensione. Avessi venduto 15 anni fa avrei potuto uscirne bene, adesso non ha quasi senso. Passo le notti in bianco pensandoci. Come dicevo, si chiude ben più di un periodo. Questa è stata la mia vita, è stato il lavoro in cui ho creduto. Ora non mi resta niente. Nel mio campo, tutto quello che ho investito qui non serve quasi a nulla. È la cosa che più mi dispiace. Però, almeno – conclude con un mezzo sorriso – ho vissuto la vita che volevo».

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