Cultura Torino Giovedì 18 ottobre 2018

«I classici? Un dna che ci portiamo dentro». L'intervista a Gian Luigi Beccaria

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Torino - Linguista, critico letterario, volto noto della tv culturale: sarà Gian Luigi Beccaria a inaugurare a Torino la prima edizione del Festival del classico, l’iniziativa pensata dalla Fondazione Circolo dei lettori per riscoprire strumenti di lettura capaci di farci interpretare meglio il presente e intravedere il futuro. Di classici infatti si parlerà fino a domenica 21 ottobre con quattro giorni di lezioni, dialoghi, letture e dispute dialettiche, presentando libri, andando a teatro e ascoltando le parole di Luciano Canfora, Paolo Mieli, Andrea Marcologndo, Alessandro Baricco, Eva Cantarella, Roberto Vecchioni o Gustavo Zagrebelsky.

Ma perché organizzare, nel 2018, un evento dedicato alla riscoperta dei classici e della loro centralità in un tempo dove tutto scorre e sembra effimero? Si sentiva forse, nell’aria, la necessità di una riflessione del genere? «A me sembra di sì – risponde Beccaria – per un motivo molto semplice che è poi una domanda che ci facciamo spesso: tanti, la maggioranza anzi, pensano che in un mondo come il nostro, cioè avanzato, non valga più la pena perdere tempo con un mondo ritenuto lontano, morto. Ecco, noi cerchiamo di rispondere dicendo che non è un’operazione da nostalgici, ma ci porta invece a valutare cosa sta cambiando, se c’è una continuità dei classici, una loro durata, un senso».

Classici mai così vivi e importanti nel tempo dell’effimero della contemporaneità, testi che si offrono quasi come occhiali per leggere il presente e traghettarci nel futuro, nel legame solido con una tradizione da tramandare. Ma è davvero necessario tornare così indietro per capire l’oggi? «Citerò la più bella cosa che sia stata scritta su questo tema, l’ha scritta Calvino in Perché leggere i classici – prosegue Beccaria - Quando parla di Socrate racconta infatti che mentre gli veniva preparata la cicuta lui stava imparando un’aria sul flauto, poco prima di morire. E quando gli chiesero a cosa gli serviva, lui rispose “a imparare quest’aria prima di morire”. Sono state scritte cose di una bellezza sconfinata: prima di tutto basta andare a leggerle, servano o non servano. Uno legge un classico e ne ricava bellezza, anche se è la risposta più banale».

L’intervento del linguista aprirà il Festival del classico di Torino con una lectio sulla continuità e la durata dei classici nel mestiere di scrivere, concentrando l’attenzione sull’evolversi della lingua stessa nel recupero e nel riferimento costante ai classici che, assicura il professore, ha subito mutamenti, modificando la letteratura e la poesia di oggi rispetto a quella del passato. «Oggi è cambiato il pubblico, che prima era più ristretto e arrivava da un’educazione umanistica – chiarisce infatti Beccaria – il liceo classico era la gemma didattica più importante d’Europa, ma dal secolo scorso tutto è cambiato, e di conseguenza è mutato anche il modo di scrivere. Per secoli e secoli non si è fatto che guardarsi indietro, anticheggiando volutamente nello stile. Il nostro massimo lirico, Leopardi, faceva così. Evidentemente oggi è diverso, ma ci sono casi di scrittori del nostro dopoguerra che riprendono un tono epico e anticheggiante per motivi precisi, io per esempio citerò Fenoglio».

Un pubblico nuovo, ma anche un nuovo sguardo caratterizzano l’approccio contemporaneo ai classici, sia dalla parte dei lettori e dei fruitori di letteratura, sia dalla parte di chi scrive, e che tende ad allontanarsi dalle forme stilistiche ormai parte del percorso storico della letteratura italiana. «Non vuol dire sia meglio o peggio – specifica il professore – è sicuramente cambiato qualcosa, è caduto il principio dell’imitazione, della vicinanza. Per secoli è valso il precetto di Seneca e poi di Petrarca, ovvero che chi scrive fa come le api quando fanno il miele, assaggiando tanti fiori per ricavarne un sapore nuovo, magari migliore, ma con l’idea di attingere a fiori del passato. I classici cosa ci hanno trasmesso? Che i libri si fanno con i libri: Virgilio scrive l’Eneide, ma il suo modello è Omero, Dante continuamente si rifà a Virgilio…».

Non si può dunque negare che, ancora oggi, esiste una sorta di tradizione che viene portata avanti, anche quando sembra non essere così. Quella tradizione è il classico, che torna a parlare, si fa vivo e si insinua per esempio in una poesia d’amore moderna riprendendo inconsciamente modelli antichi, radicati nelle nostre idee sia quando li si voglia replicare, sia quando li si respinga. «Lo diceva anche Berio in musica – ricorda infatti Beccaria – si possono fare le dissonanze, ma possono essere percepite solo sulla base delle consonanze, che a loro volta si basano su una tradizione. Si può fare la parodia di tutto, ma è sempre una parodia di qualcosa che conosci e ami».

Classici come testi vivi, totali, così come scriveva Calvino, equiparandoli all’universo stesso. Ma cosa significa, per un testo, essere universale? «Credo sia quello che hanno provato i grandi scrittori – Beccaria torna a citare Leopardi e La sera del dì di festa – quando scrive Dolce e chiara è la notte e senza vento, Leopardi cosa ha in mente? Un passo di Omero famosissimo in cui si vede Troia assediata. Tutto l’universo è tutto l’universo letterario, che è compresente come fosse un dna che ci portiamo dentro e che quando scrivi versi apparentemente semplici viene fuori. È l’universo della letteratura che risuona dentro, largamente, e che non è solo un’erudizione di fonti, ma un mondo da abitare. I classici si abitano, fanno parte del patrimonio genetico».

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