Diego Bianchi apre Biennale Democrazia a Torino. La ripartenza? Dalla scuola

2018-10-09 10:05:59

Da mercoledì 27 marzo a domenica 31 marzo 2019

© Alessandra Chiappori

Torino - Spotlight, riflettore: è questa la parola chiave che dà il nome al ciclo di incontri che anticipano l’edizione 2019 di Biennale Democrazia, quattro occasioni per ragionare sulla società della comunicazione, su ciò che viene illuminato dalla luce artificiale dei riflettori mediatici a scapito di zone d’ombra escluse. Un paradosso dell’epoca della visibilità, sul quale è stato interrogato dai ragazzi di ‘900 giovani, lo Young Board del Polo del ‘900, Diego Bianchi, conduttore di Propaganda Live su La7 e autore di tanti servizi e reportage che, utilizzando un linguaggio nato sul web e poi sviluppato per il mezzo televisivo, hanno il potere di raccontare la realtà con uno sguardo inedito e sincero.

A ospitare l’incontro, l’aula magna della Cavallerizza Reale di Torino, luogo dove nel 2015 Umberto Eco, in occasione del conferimento della laurea Honoris Causa in Comunicazione e culture dei media, pronunciò l’ormai nota frase:«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel».  

«Umberto Eco se lo poteva permettere! – ironizza Diego Bianchi quando gli si chiede se davvero il web rappresenti quanto descritto dal professore – è pieno di imbecilli, però tendo a non generalizzare: io sul web ci sono professionalmente nato e non mi metterò mai ad attaccarlo come se avesse un’identità così chiaramente definibile. Va detto certamente che, soprattutto ora, sul web gli imbecilli galoppano: bisogna che chi ha la presunzione di non appartenere alla loro categoria riesca a trovare contenuti, forme e strumenti per farsi sentire e per farsi ascoltare, leggere, e vedere più di loro».

Da responsabile dei contenuti per un portale web, Diego Bianchi ha infatti raccontato di aver iniziato quasi per gioco a sperimentare il linguaggio dei video con il format Tolleranza Zoro, una serie di video attraverso i quali commentava i primi passi dell’allora nascente PD. Quei contenuti hanno incuriosito la tv, che ha apprezzato il linguaggio nuovo, capace di immedesimare e coinvolgere lo spettatore, e ha fatto sì che Diego Bianchi lasciasse il suo impiego a tempo indeterminato per reinventarsi sul piccolo schermo.

«Lo stesso discorso – spiega infatti Zoro riprendendo il tema dei social – vale per la tv: al netto di quello che faccio io, ci sono anche lì molte cose interessanti e spazzatura. In entrambi i casi, web e tv, parliamo di mezzi di comunicazione potentissimi: uno deve sempre essere consapevole di quello che veicola, di quello che fa. Attenzione anche a chi produce contenuti appositamente imbecilli, e qui apriamo il discorso delle fake news, un dibattito non solo più italiano ma mondiale».

Nel consueto registro leggero, capace di tenere insieme ironia e sorrisi ma anche politica e complessità di analisi, Diego Bianchi è stato chiamato a raccontare il proprio parere su una carrellata di immagini differenti, a cavallo tra social, web e tv. Dalla vita quotidiana dei politici esibita come mezzo per simulare la vicinanza alla popolazione, all’immigrazione e alle sue immagini mediatiche cariche di angoscia, e ancora dalla Roma calcistica di Totti a Youtube e dalle battaglie a suon di hashtag a Chiara Ferragni, sulla quale è volato l’ironico commento a Gustavo Zagrebelsky, direttore di Biennale Democrazia: «professore, non l’ha riconosciuta? Ma è una lacuna colmabile!».

«Possono essere messaggi semplici, ma sono devastanti e passano perché si è ridotta al minimo ogni complessità di pensiero – ha commentato le immagini di propaganda Zoro, sollecitato dalle domande dei ragazzi in sala – funzionano, e arrivano subito, perché dall’altra parte non c’è nulla che provi a opporsi. In questo è cambiato tutto rispetto ai miei tempi. Ma occhio, perché la realtà non sempre si sposa con ciò che è virale, e ognuno frequenta i propri simili sul web restando all’oscuro di fenomeni che forse sono quantitativamente rilevanti».

Non a caso dunque, invitato a fine conferenza a rispondere al sondaggio che Propaganda sta proponendo da qualche puntata e che si interroga sulle parole chiave della ripartenza per l’Italia, Diego Bianchi ha infatti risposto di essere d’accordo con la soluzione già ipotizzata da Giovanni Floris, che puntava tutto sull’istruzione e sulla scuola.

“Scanzonato e mai banale”, così aveva definito nel giugno scorso il linguaggio di Propaganda e della sua banda il presidente della Repubblica Mattarella: «nel linguaggio non c’è nulla di studiato – conferma Diego – noi cerchiamo di essere dei semplificatori di tutti i messaggi che vengono veicolati. Cercare di andare all’osso delle cose che vengono dette è il nostro lavoro, poi ognuno trova il registro che sa usare meglio, nel nostro caso è la satira, ma non solo. Facciamo cose anche pesanti: l’intervista al sindaco di Riace agli arresti domiciliari, il servizio sui comuni terremotati delle Marche, quello sul Congo. Per tenere il leggero e il pesante insieme bisogna essere bravi, c’è un esercizio quotidiano che permette di sbagliare sempre meno, ma devi esserci nato, e devi aver deciso che quella è la maniera migliore per far arrivare certi messaggi. Ecco, noi abbiamo capito che è un modo di comunicare particolarmente efficace, e quindi continuiamo così».

«Quando penso alle immagini da veicolare in tv – ha spiegato Zoro raccontando la nascita dei suoi servizi per Propaganda – penso a cosa voglio comunicare, a cosa ho vissuto e quanta empatia creare. Mi diverto spesso a invertire la grammatica lavorando sulla musica, attraverso cui smussare alcune asperità che normalmente definirebbero una situazione pesante. È un delicato equilibrio di pesi e contrappesi che richiede una certa pratica, un equilibrio precario ma costante. Un’altra cosa che mi diverte è non essere costretto dall’attualità che detta l’agenda, deciderla invece da noi: spesso questa scelta colpisce di più e fa piacere alle persone per non sentirsi dimenticate, dà loro una ribalta che non avevano più. Quando si riesce in questo lavoro, i più contenti sono i protagonisti di quello che stai raccontando, si tratti delle migrazioni o del terremoto: quando riesci a trattare queste persone non da caso umano, senza angoscia, ma come persone che hanno diritto a una vita migliore che con un po’ di umanità, informazione, cultura e soldi spesi meglio si potrebbe avere, fai un servizio di informazione più efficace di quello ansioso che domina in questo momento».

Riflettori che si accendono sulla realtà spesso strumentalizzandola, ma anche riflettori che evidenziano per poi, una volta spenti, lasciare situazioni dimenticate. È quello che accade agli sfollati del Ponte Morandi a Genova, ai terremotati del Centro Italia, tutti luoghi dove Propaganda è arrivata a documentare e raccontare la realtà. «Quello sulle Marche è stato un servizio di nessuna attualità –è tornato sul tema Diego Bianchi – ci arrivano segnalazioni costanti e ogni tanto ci piace dettare noi l’agenda. Ho capito che nel tempo mi sono fatto una scorza che mi ha permesso di fare un viaggio come quello in Congo. A salvarti sono l’esperienza e la freddezza in situazioni in cui il problema non puoi essere tu, e sono tutte cose che porti con te. E poi va ribadita la distinzione dei ruoli: sono qua a raccontarti, ma non sono te. Quello che racconti lo vivi poi anche a livello personale, ma non si devono confondere i due piani, ci vogliono onestà e rispetto».

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