Storie di esplorazioni e natura al Museo Nazionale della Montagna di Torino

Cultura Torino Giovedì 16 agosto 2018

Storie di esplorazioni e natura al Museo Nazionale della Montagna di Torino

© Alessandra Chiappori
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Torino - Sorge in posizione privilegiata, alta e panoramica, proprio a fianco alla chiesa di Santa Maria al Monte, sulla collinetta del Monte dei Cappuccini, che osserva dalla sua postazione la città di Torino. È il Museo Nazionale della Montagna Duca degli Abruzzi di Torino, una struttura unica nel suo genere, non solo per la posizione, che offre a quanti vorranno visitarlo l’imperdibile vista panoramica della città, ma anche per il tema che sviluppa attraverso le sue sale, una visione la contempo storica e antropologica del rapporto dell’uomo con la montagna.

Non potrebbe del resto trovarsi in un luogo diverso un museo gestito dal CAI di Torino, vero polo culturale dedicato a quella regina che, con le sue cime, fa da corona alla città di Torino, connotando l’intera regione del Piemonte, che proprio alla sua conformazione geografica e all’orografia deve lo stesso nome.

Le origini del Museo Nazionale della Montagna sono ottocentesche: il nocciolo dell’attuale struttura risale infatti al 9 agosto del 1874, quando sul Monte dei Cappuccini il CAI e il Comune allestivano un padiglione con cannocchiale per ammirare un panorama mozzafiato che, oltre al salotto urbano, lasciava spaziare lo sguardo sull’inconfondibile corona di Alpi. 450 chilometri di cime, già narrate da tanti scrittori e apprezzate nel loro bianco svettare in giornate limpide, quando ancora oggi sono visibili a occhio nudo dalla lunga e pedonale via Garibaldi.

Quella piccola postazione detta Vedetta Alpina è andata arricchendosi negli anni, fino a creare un vero e proprio museo composto tra tre strutture: una dedicata alle esposizioni temporanee e permanenti, una alla documentazione, dove si conservano materiali sulle montagne del pianeta, e dove appassionati e soci CAI possono consultare la biblioteca Nazionale CAI e visionare i fondi e la foto e cineteca, infine una zona per gli incontri. Il Museo è oggi sede della International Alliance for Mountain Film e della International Mountain Museums Alliance, di cui lo stesso Museo è coordinatore.

Il rapporto tra il Museo e il territorio in cui è nato non è affatto casuale, fin dalla dedica che nel nome ricorda la figura del Duca degli Abruzzi, Luigi Amedeo di Savoia, figlio di Amedeo Ferdinando, sfortunato re di Spagna, e noto per essere stato ammiraglio, esploratore e alpinista. Tra la fine del Diciannovesimo secolo e il 1909 infatti compì una serie di spedizioni che ne attestarono la fama internazionale: nel 1897 fu in Alaska, al Monte Saint Elias, nel 1900 toccò il Polo Nord, raggiungendo la latitudine più avanzata dell’epoca, mentre nel 1906 arrivò al Ruwenzori in Africa, con le sue cinque cime, e nel 1909 fallì il tentativo di ascesa del K2 e raggiunse il Karakorum.

Il percorso espositivo del Museo passa anche attraverso la storia di queste grandi esplorazioni e scoperte, partendo dal rapporto più intimo con le montagne che, da sempre, hanno spaventato l’uomo e rappresentato il volto più duro e ostile della natura, nonostante valanghe e frane spesso mitizzate in draghi e demoni. Luoghi temuti e per questo sacri, le montagne, come racconta il Museo, sono state spesso elette a luoghi di culto, dando esiti anche artistici. Abitate dall’uomo, le catene montuose hanno finito ovviamente per rappresentare anche vie di comunicazione e scambio, nonché barriere, come già testimoniato dalle imprese di conquista in epoca romana.

Scoperte nel Settecento, tra spirito romantico e innovazioni che mano a mano ne facilitavano la scoperta, le Alpi si avvicinano adagio alla città. Ne è testimonianza la vita del torinese medio degli anni Sessanta, e la montagna diventata luogo di piacevole svago per gite domenicali grazie a una Cinquecento FIAT in grado di portare lontano dalla città a riscoprire la natura.

Non stupisce che il CAI nasca quindi proprio a Torino, in pieno Ottocento, epoca dei primi alpinisti e scienziati. Tra loro, Quintino Sella, che scala il Monviso e nel 1863, in un’Italia appena nata, fonda proprio a Torino il CAI. Da quel punto in avanti, è tutto un avvicendarsi di passi su pareti, di sguardi che vogliono proseguire, vedere, conoscere.

Si arriva così alla grande epopea delle cime “impossibili” e degli ottomila metri. Alfiere delle grandi esplorazioni è proprio il Duca degli Abruzzi, uno dei più grandi rappresentanti dell’epoca pionieristica della scalata alle grandi montagne, scattata ai primi del Novecento quando l’esplorazione delle Alpi, con il Monte Rosa e le sue cime ormai non bastava più a soddisfare l’esigenza di avventura e la sete di conoscenza.

Ecco comparire allora testimonianze di storiche imprese firmate Messner, come una delle tende usate per gli ottomila, ed ecco fare irruzione la tecnologia, che palesemente, decennio dopo decennio e a cavallo dei secoli, manifesta le sue innovazioni e i miglioramenti apportati all’equipaggiamento e agli accampamenti ad alta quota. È un viaggio a contatto con realtà durissime ma affascinanti, guidati da uno spirito di scoperta ben rappresentato dal Duca degli Abruzzi e documentato attraverso antiche diapositive che raccontano di volti del mondo molto lontani da Torino e dalle sue Alpi.

Ma a proposito della città, oltre alla collezione e al percorso, il Museo ospita anche le raccolte del Museo Olimpico Torino 2006, tra souvenir di quello che, simbolicamente è stato l’evento di rinascita e ripartenza della città, slittini, sci, ma anche una “palla” da curling, oltre che l’immancabile torcia olimpica con braciere.

La parte finale torna al rapporto più profondo con la natura, dedicando un percorso al tema dell’ambiente e della sostenibilità. L’era industriale ha logorato infatti via via, tra Ottocento e Novecento, quel delicato e perfetto equilibrio tra l’uomo e la montagna, fino a stritolare la grande regina con il turismo di massa e a metterne a repentaglio la salute. Dall’esigenza di protezione nascono infatti, come racconta il Museo, i primi parchi e aree protette come il Gran Paradiso, perla alpina, laboratorio dove ritrovare, ancora oggi, l’antica ricchezza della montagna, da ammirare e rispettare, scorgendola con emozione dalla terrazza panoramica del Museo torinese, oppure, scarponcini e zaino in spalla, andando a conoscerla da vicino.

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