Libri Torino Lunedì 20 agosto 2018

Alessandro Perissinotto: la mia Parigi gustata da flâneur, lato ferrovia

Torino - Si potrebbe quasi tornare a Parigi, evitare i monumenti più visti, le code turistiche, i cliché delle classiche guide, rivivere la città e riscoprirne nuovi volti, sfaccettature. È su questo condizionale che si basa il libro di Alessandro Perissinotto Parigi lato ferrovia, uscito per Laterza nella collana Contromano, storicamente dedicata a letture personali di luoghi.

«L’idea di questo libro nasce proprio con la collana di Laterza – spiega infatti Perissinotto parlando della sua guida-non guida dedicata a un punto di vista altro, e nuovo, sulla Ville Lumière – ho scelto una città che non fosse la mia, un po’ perché Giuseppe Culicchia si era già ampiamente occupato di Torino, e un po’ perché mi piaceva scrivere di una città che conosco bene ma con la quale, mi si perdoni la metafora, non condivido il letto tutte le notti. Una città che fosse amata, ma anche un po’ amante. È chiaro che amo Torino, con lei condivido il letto ogni notte, ma con Parigi c’è il fascino di ritrovarla di tanto in tanto, di apprezzare la distanza».

Una città che è un mondo intero, Parigi, e che potrebbe capitare di rivedere dopo una prima superficiale visita prettamente turistica. Sarà quello il momento perfetto per trasformarsi nell’emblema del parigino esploratore, quello che passeggia senza fretta, il flâneur che, come diceva Baudelaire, si muove come se portasse a spasso per la città delle tartarughe. Il gioco delle passeggiate nel libro di Perissinotto si svolge attraverso una roulette, di volta in volta la pallina casca su un numero, quello di un arrondissement da cui inizia l’esplorazione.

Tra cortili, gallerie, ma anche libri e canzoni si segue così l’autore in un viaggio nel lato più sconosciuto e intimo della città, il tutto senza mai abbandonare un mezzo di trasporto particolare: il treno. «Come racconto nel libro – dice Perissinotto – il treno per me è un vecchio amore che ha origini in famiglia, mio padre adorava i treni. E poi io faccio parte della generazione che nell’interrail ha trovato una via di evasione. Prima dell’erasmus scoprivamo l’Europa d’estate, viaggiando come saccoapelisti, il treno era l’unico mezzo di trasporto e spesso diventava anche abitazione, essendo i viaggi illimitati, per evitare di pagare l’ostello».

Undici flâneries, passeggiate zigzaganti, lente e capaci di soffermarsi su aspetti che, altrimenti, finirebbero per non essere notati: giardini costruiti su vecchie ferrovie, vetrine di francobolli, piccoli teatri di quartiere. «Parigi è una città che può essere vissuta in tanti modi – specifica l’autore – ma il flâneur secondo me è uno stadio terminale: come in un videogioco, sali di livello e quando hai acquisito una certa dimestichezza con Parigi, allora puoi viverla così, da flâneur». Per lasciarsi andare alle passeggiate libere e alle divagazioni, occorre infatti una certa consapevolezza della città, come quella che ha maturato negli anni Perissinotto, frequentando Parigi e soggiornandovi spesso. «Bisogna ricordare – aggiunge infatti – che non deve esserci un rapporto di necessità: quando si va a Parigi per lavoro la si vive meno bene. Credo che a dare quella dimensione da flâneur sia la particella ri: ritornare, rivedere, riscoprire, in un modo così lento che puoi permetterti di vedere luoghi che hai già visto, sarà la lentezza a farli apparire nuovi».

Passeggiando e riguardando ai suoi tanti volti, si scopre anche, nel libro di Perissinotto, una Parigi cambiata, tra frizioni e attriti sociali in specifici quartieri. «È stato un cambiamento molto lento – racconta l’autore – si è inseguito il cammino intrapreso negli anni Cinquanta con l’integrazione delle persone che arrivavano dalla Francia agricola a lavorare nelle fabbriche. L’integrazione degli stranieri però ha sofferto del fatto che i francesi sono più o meno tutti uguali, mentre pensare che le persone che arrivano dal Maghreb stiano bene tutte insieme è un errore. Le periferie hanno iniziato a diventare esplosive per tensioni interne alle varie comunità etniche, è lì che si vede il disagio della disoccupazione, di chi non esce mai e non ha mai occasione di prendere una metropolitana per il centro».

Impossibile non ricorrere, in questi giri un po’ casuali e un po’ no, condotti con calma e curiosità, all’immaginario parigino costruito da tanti scrittori. Nelle pagine di Perissinotto ci sono storie urbane, ma anche musica, personaggi, cinema, e scrittori. Dalle celebri pagine di Simenon, passando per Edgar Allan Poe e arrivando al più moderno Pennac. «Nella mia passione per Parigi le letture di autori francesi sono importanti, così come le canzoni – ammette lo scrittore – nel libro non c’è tanto un immaginario ma una specie di riscontro tra questi e la realtà, ovvero come sono in realtà i luoghi raccontati dai libri? Mi sono divertito a seguire alcuni percorsi senza però ripercorrere il cammino di altri che hanno scritto a proposito della Parigi di Simenon o Pennac. Lo spirito della collana Contromano è di confrontare te stesso, e quindi le tue letture e il tuo bagaglio, con la città, ed è ciò che ho fatto e ripeto costantemente, con sorte di pellegrinaggi che mi portano in alcuni luoghi della città. La metafora dell’amante in questo senso mi sembra reggere: c’è la voglia di rifare le stesse cose che hai fatto altre volte, diventano delle sorte di riti pagani».

Se foste in partenza per Parigi, e non oberati dai “doveri” del turista giunto in città per la prima volta, il libro di Perissinotto potrebbe rivelarsi un utile manuale per non perdersi volti e frangenti di una città che potrebbe rischiare di apparire solo come in una copertina patinata. «Condensare dei consigli per chi è in partenza non è semplice – conclude l’autore – se si capisce il francese, proporrei di godersi qualche piccolo teatrino, ce ne sono sparsi per Belleville e Montparnasse. Ma non pensiate di andare a vedere cose serie, Molière o chissà: se capita, andiamo a quello che i francesi chiamano theatre de boulevard, la commediaccia cioè, spesso di qualità, delicata e che fa ridere. Spesso arriva in Italia in forma di film, da La cena dei cretini a Cena tra amici. Se non si capisce il francese, consiglio nel libro un jazz club molto piccolino dove fanno solo manouche e gipsy. Se piace il jazz non sofisticato, è un localino molto piccolo e carino, dove quasi sempre si fanno jam session, inizia un trio, uno si aggiunge, uno si stacca. E poi i tavolini sono così appiccicati che inevitabilmente fai amicizia col vicino».

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