Attualità Torino Lunedì 27 novembre 2017

Luca Mercalli racconta come cambia il pianeta, e come possiamo curarlo. L'intervista

Torino - Mercoledì 28 novembre alle 21.00 il Circolo dei lettori di Torino, in collaborazione con Convivium Decrescita Torino, ospiterà un appuntamento dedicato ai cambiamenti climatici e al loro legame con la vita quotidiana. Ospite atteso sarà Luca Mercalli, meteorologo, climatologo e volto noto della divulgazione scientifica, che racconterà i possibili scenari e le prospettive per il futuro di un pianeta dove i cambiamenti climatici sono ormai evidenti a tutti. Abbiamo avuto i piacere di approfondire il tema con Mercalli, partendo dalla vita quotidiana e arrivando a dipingere scenari più globali che riguardano non sono l'ambiente ma anche l'economia e la politica.

Quando parliamo di scenari futuri cosa ci dobbiamo aspettare? Saranno spaventosi e per questo dobbiamo averne paura? 
«Tutti gli indicatori che abbiamo ci evidenziano scenari complessi. Possono anche fare paura, ma la paura serve forse, piuttosto, per muoverci all'azione. Non deve essere paralizzante, perché il male di cui parliamo non arriva dall'esterno, non è un'invasione aliena contro cui non possiamo fare nulla. Poiché tutti i problemi sono indotti da nostri comportamenti in quanto specie umana, dovremmo parlare di una paura sana, che ci dovrebbe smuovere per mettere in atto una correzione di rotta ed evitare di finire dentro le trappole che noi stessi abbiamo costruito. È questa la differenza rispetto a una paura cieca e irrazionale contro cui non si può fare nulla: una paura che si chiama prevenzione». 

Quando parliamo problemi ambientali, ci riferiamo a una situazione molto complessa che ci investe e che non ha a che fare solo con la natura... 
«I problemi che abbiamo davanti sono ambientali e sociali, uniti insieme, la parola complessità rappresenta questo: un problema è complesso quando ci sono molteplici interazioni tra problemi diversi che non si possono trattare singolarmente. Il cambiamento climatico è collegato alla carenza di acqua e alle migrazioni dei popoli, diventa un problema sociale che tocca poi anche la produzione del cibo e l'inquinamento, che fa male alla salute. Sono tutte questioni unite l'una all'altra. La buona notizia però è che se iniziamo a risolverne una, risolviamo anche le altre: sono tutte figlie di un'economia basata sul petrolio, sul carbone, sull'uso dell'energia fossile, e hanno a che fare da una parte con l'inquinamento, dall'altra con la nostra avidità. È una questione tecnica ma anche filosofica quindi: si tratta di pensare di non avere limiti e credere che la Terra abbia risorse infinite. Non è così: le risorse sono limitate e la società umana deve imporsi dei paletti per non andare fuori da questi limiti di sicurezza. Ecco perché diventa un problema economico e di visione del futuro, e sono cose che hanno detto anche voci autorevoli, per esempio Papa Francesco nell'Enciclica Laudato si’, dove si riconoscono i dati della scienza che indicano i problemi incontro cui andiamo e dove si dà una visione etica che parte dell'individuo e invita alla sobrietà». 

Come può il cittadino comune fronteggiare  questa situazione così complessa e farsene un'idea chiara?
«Non è facile. Intanto, occorre del tempo da dedicare a queste cose. In una società che corre e vuole fare tutto subito, dove i tempi di attenzione sono di un minuto, è difficile spiegare bene queste cose. Si può iniziare a farlo usando tuti metodi dell'attualità: a me capita di poterlo fare su tutti i mezzi, dal parlare dal panettiere ad andare in tv quando posso. Poi ci sono mezzi nuovi: internet ha un raggio di azione un tempo sconosciuto, e poi ci pensa la gente stessa a far diventare i contenuti virali. Certo, può amplificare i messaggi, ma anche criticarli: non è facile far arrivare visioni nuove, soprattutto quando si toccano abitudini personali. Va sempre bene dire qualcosa contro il cattivo di turno, ma non quando il cattivo siamo tutti noi, senza bisogno sentirci accusati. Dobbiamo agire per un cambiamento, e questo è un problema». 

Come si fa, allora? 
«Credo sia importante la politica, che dovrebbe avere coraggio di spiegare ai cittadini questa situazione. Un governo lo può fare perché ha i mezzi di informazione, le potenzialità per spiegare la realtà e dove andremo a finire se continuiamo ad agire così. È necessario innanzitutto spiegare, e allo stesso tempo – mi rendo conto che è difficile da fare e richiede tempo – intraprendere un percorso che può durare anche anni. L'ideale sarebbe stato farlo quando c'è stata la grande crisi iniziata dopo il 2007, invece abbiamo perso 10 anni, e l’errore fondamentale è stato continuare a pensare di riprendere tutto come prima, inclusi gli errori che siamo rifacendo. Era il momento giusto per domandarci se quella economia funzionava bene e dove ci avrebbe portati, ma non lo abbiamo fatto e siamo ancora prigionieri di uno schema che non funziona più, mentre la prossima crisi sarà anche peggiore». 

C'è speranza di riattivare qualcosa, di cambiare la situazione verso cui sta andando il pianeta anche se lo scenario si è fatto più difficile?  
«È più difficile perché ci troviamo con l’ambiente come con una malattia che inizia lentamente, il medico ci consiglia di prendere dei farmaci e seguire una dieta, ma non lo facciamo e la malattia peggiora. Infatti sono passati 10 anni e la malattia è peggiorata, la prova è il clima. Le conferenze sul clima continuano a essere lente e poco efficaci: ne è stata chiusa una di recente, Cop23 a Bonn. Sono gli appuntamenti più importanti per il nostro futuro ma non sono minimamente sentiti dal pubblico, dall'informazione, dalle istituzioni. La lentezza con cui cerchiamo di cambiare le cose, usare le energie rinnovabili e avere un’economia più pulita e meno avida, purtroppo non è  compatibile con i tempi della natura. Il clima ce lo ha mostrato: usciamo dalla seconda estate più  calda della storia».

C'è una parola chiave dei tempi che viviamo ed è innovazione. Siamo abituati ad abbinarla a contesti di novità e produzione, ma può avere risvolti positivi per l'ambiente? 
«Ci può aiutare, purché sia inscritta nei limiti naturali. A me invece sembra che oggi si declini l'innovazione solo perché fa business. Ci sono certamente innovazioni utili, ma anche superflue. Si corre dietro alla parola come se fosse un totem liberatorio, il problema è che continuiamo a ricadere nel circolo consumi, produzione, rifiuti e consumo energetico. L'innovazione può aiutare, ma solo quella che va verso una dimensione di efficienza».

Guardando al globale e al locale: viviamo un'epoca con la più alta concentrazione di CO2 degli ultimi tre milioni di anni, mentre Torino e la Pianura Padana stanno vivendo un periodo nero causato dalla presenza elevata di pm10 a cui si cerca di rimediare con i blocchi del traffico: c'è ragione di preoccuparsi? 
«Intanto distinguiamo il problema della CO2 da quello dello smog. La presenza di CO2 interessa il cambiamento climatico globale ma non rappresenta una criticità per la salute. Quello che invece tocca la salute pubblica è lo smog nelle zone urbane, un fenomeno quindi locale. La Pianura Padana è penalizzata dalla sua geografia: a Roma non c'è meno inquinamento, ma il ponentino lo porta via, mentre a Torino e Milano le Alpi e gli Appennini chiudono ai venti. Ecco perché qui gli effetti si vedono di più, ma ogni grande città produce inquinamento, chi è più fortunato ha il vento che lo diluisce. Dobbiamo quindi occuparci di questa situazione con priorità. Torino non è particolarmente penalizzata: la situazione non è molto diversa da Bologna, Milano o Brescia, tutta la Pianura Padana è immersa nell'inquinamento. I blocchi del traffico sono un modo per tenere desta l'attenzione ma non sono risolutivi. Il problema è più strutturale e riguarda la necessità di ridurre gli spostamenti. Dopo aver considerato il modo con cui ci muoviamo, io andrei a considerare il perché: un sacco di gente si muove per cose inutili. Molto pendolarismo, per esempio, potrebbe essere evitato con il telelavoro. Alcune scelte aiuterebbero i problemi ambientali, deprimendo però determinate economie, dunque non vengono attivate. Se si aumentassero le tasse sui combustibili fossili, sarebbero promossi altri mezzi, ma nessuno lo fa temendo che l'economia affondi. Nel litro di benzina ci potrebbero essere due euro in più per coprire i costi di ambiente e salute che avremo, sarebbe giusto far pagare chi inquina, ma non si vuole cambiare il modello economico, mentre quello attuale soffre. È quella discussione mai accettata e mai fatta dal 2007, per cui si è dato per scontato che l'unico modello possibile potesse essere quello della crescita. Le auto elettriche non inquinano dove passano, in città sono adatte, ma costano care e sarebbe compito della politica favorirne l'uso, così come incentivare il telelavoro evitando spostamenti di auto e persone. Sono alcuni inizi, la bacchetta magica non c'è ma bisogna iniziare a parlare di soluzioni più strutturali rispetto a prendere la bici o il bus». 

Lei vive in Val di Susa, cosa pensa dei recenti incendi che hanno devastato questo territorio distruggendo ettari di bosco?
«È la conseguenza della siccità dei mesi estivi: è un problema ricorrente al sud, mentre ha costituito una novità per le Alpi dove di solito in autunno piove. Quest'anno invece la siccità ha reso i boschi esposti e vulnerabili a chi ha appiccato il fuoco, ricordiamoci infatti che il vero problema è il reato, gli incendi non sono certo partiti da soli. Assistiamo a ciò che il cambiamento climatico ci propone, in futuro non farà che aumentare la frequenza di situazioni dove i boschi sono sensibili al fuoco: se farà più caldo e la siccità sarà quindi maggiore, più frequente sarà la vulnerabilità. Dovremo imparare a proteggere di più i boschi dal punto di vista legislativo, agendo con misure di prevenzione». 

Abbiamo parlato di grossi interventi strutturali, ma tornando a considerare la nostra vita quotidiana, quali sono alcune abitudini che possiamo facilmente cambiare per favorire uno stile di vita sostenibile? 
«Innanzitutto, l'attenzione allo spreco. Siamo in una società che spreca tantissimo, lo vediamo dell'enorme quantità di rifiuti prodotti, circa 500 chili per persona ogni anno. Sicuramente il nostro rapporto con i rifiuti è importante, ci fanno vede infatti tutto quello che usiamo male e quindi sprechiamo. Ovviamente bisogna fare la raccolta differenziata, ma prima di tutto dobbiamo chiederci perché produciamo queste quantità di rifiuti. Lo spreco vale su tutto. Sull'energia nelle nostre case, ecco perché sfruttare gli sgravi fiscali per l'isolamento termico o i pannelli solari. Sui trasporti: al di là del telelavoro c'è la moda dei voli low cost, tutti viaggiano purché sia, ma sono high cost per la natura, vista l'enorme quantità di emissioni. Non significa non viaggiare, ma non banalizzare cose che dovrebbero essere esclusive, viaggi che potrebbero essere il premio di una vita: la banalizzazione fa male. E poi lo spreco sul cibo: possiamo risparmiare preferendo cibo locale, stagionale e diminuendo la carne, che ha un ruolo importante nelle emissioni di CO2».  

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