Le baruffe chiozzotte nella 'traduzione' di Natalino Balasso. L'intervista - Torino

Le baruffe chiozzotte nella 'traduzione' di Natalino Balasso. L'intervista

Teatro Torino Teatro Gobetti Domenica 19 novembre 2017

Jurij Ferrini, Sara Drago e Beatrice Vecchione in prova
© Teatro Stabile di Torino

Torino - C'è la penna di Natalino Balasso, attore, regista e drammaturgo, dietro Le baruffe chiozzotte la nuova produzione del Teatro Stabile di Torino - Teatro Nazionale, diretta da Jurij Ferrini in scena al Teatro Gobetti dal 21 novembre al 17 dicembre 2017. «Una traduzione più che adattamento» afferma Balasso «in cui ho cercato di rimanere fedele alla lettera di Goldoni ma, allo stesso tempo, di mettere in lingua italiana la lingua del popolo che Goldoni mette in bocca ai suoi personaggi: tutti legati appunto alla classe popolare, salvo uno, il coadiutore del Cancelliere criminale, Isidoro - una specie di giudice di pace, l'unico a rappresentare il potere ufficiale». Nel frattempo Balasso è in tournée come attore con la sua nuova produzione Delusionist scritta e interpretata con Marta Dalla Via.

Opera corale piuttosta nota e molto rappresentata, Le baruffe chiozzotte (1762) fa parte degli scritti del cosiddetto periodo veneziano seppure sia ambientato a Chioggia, semplicemente perché precedente al trasferimento di Goldoni a Parigi. «Possiamo paragonare - aggiunge Balasso - questo testo goldoniano a un Giorno in pretura ma del '700. I motivi del contendere, allora come oggi, sono sempre futili, nascono da gelosie. Nella Chioggia settecentesca queste famiglie di pescatori erano molto intrecciate. Chioggia era così: si sposavano tra cugini e tra parenti, si passava dall'affetto più manifesto all'odio più violento. Questo è reso da Goldoni con linguaggi diversi: per esempio, c'è la giovane sfrontata che dice parolacce, c'è un genitore invece che ha origini veneziane e dunque ha un diverso dialetto rispetto a quello parlato a Chioggia».

Dunque non una traduzione da un dialetto all'italiano ma da diverse lingue all'italiano. «Goldoni non ha scritto in chioggiotto, ma in veneziano adattato secondo alcune varianti morfologico-grammaticali della lingua parlata all'epoca a Chioggia, quindi in una lingua inventata. Questo si perde subito se traduco tutto semplicemente in italiano. Allora, ho cercato di salvare le proprietà di questi linguaggi. Per esempio c'è Padron Fortunato che parla chioggioto ma lo pronuncia male. Con Ferrini abbiamo pensato a tante varianti: un'idea era di farlo parlare foresto, in un altro dialetto. Magari in napoletano. Ci siamo però resi conto che il punto forte di questo personaggio a livello linguistico è proprio il parlare la lingua degli altri ma male. Perciò alla fine abbiamo deciso di tenere le battute di Goldoni, così quel che resta del teatro classico sono delle battute dette male a testimonianza di un teatro che si è perso. O forse di un pubblico che si è progressivamente chiuso e che non ha più voglia di sentire altri linguaggi. Eppure, personalmente credo che basti immedesimarsi nella storia per capire cosa accade e che non ci sia bisogno di capire ogni singola parola. In generale, il pubblico però non ha più voglia di fare sforzi». 

La dimensione della scrittura per Natalino Balasso è cambiata in seguito all'incontro prima a livello testuale con la lettura del romanzo Libera nos a Malo poi di persona con lo scrittore Luigi Meneghello. In che direzione però questo autore ha influenzato lo stile di Balasso? «Umberto Eco diceva che un libro parla sempre di un altro libro. Io penso che quando ci viene voglia di fare qualcosa è perché abbiamo visto qualcun altro farlo. Di Meneghello mi ha colpito il modo originale di affrontare la scrittura. Dopo Meneghello, ho smesso le mie frequentazioni con le case editrici. Perché quando leggo un libro tradotto, leggo uno stile piuttosto standard, che è lo stile delle case editrici: un italiano consueto ma poco vivo. Poi ho letto Cartongesso di Francesco Maino oppure il primo libro di Carofiglio, oppure Camilleri e in ognuno scopro l'abilità di chi riesce a giocare e inventare una lingua. Io sono attratto da quel tipo di letture. Ecco è semplice: Meneghello ha scritto e bene».

E Gadda? «Di Gadda penso la stessa identica cosa. Come diceva Meneghello, non si deve trattare dialetto e italiano come due entità linguistiche distinte, lui sapeva combinarle alla perfezione e anche l'attenzione grafica verso il linguaggio lo testimoniava: scriveva tutto come facente parte di un italiano individuale, senza corsivi o virgolette per segnalare parole di altre lingue o dialetti. Perché, come diceve Pasolini, ci sono mille modi di parlare italiano, e fortunamente ci sono mille modi anche per scriverlo. Da questo tipo di intervento sono rimasto affascinato. Oggi, sempre più, gli scrittori che escono dalle scuole di scrittura sono il risultato medio-alto di un insegnamento che irrigidisce e omologa la lingua. Il talento però è un po' sopito. È la stessa cosa di quando vengono codificati i generi, quello che resta è un codice pietrificato».

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21 novembre - 17 dicembre 2017
@ Teatro Gobetti

Le baruffe chiozzotte

di Carlo Goldoni
traduzione e adattamento Natalino Balasso
con Jurij Ferrini, Elena Aimone, Matteo Alì, Lorenzo Bartoli, Christian Di Filippo, Sara Drago, Barbara Mazzi, Raffaele Musella, Rebecc a Rossetti, Michele Schiano di Cola, Marcello Spinetta, Angelo Tronca, Beatrice Vecchione
regia Jurij Ferrini
scene Carlo De Marino
costumi Alessio Rosati
luci Lamberto Pirrone
suono Gian Andrea Francescutti
regista assistente Marco Lorenzi
produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

RETROSCENA
Mercoledì 22 novembre 2017, ore 17,30
Jurij Ferrini e gli attori della compagnia dialogano con Armando Petrini (DAMS/ Università di Torino) su LE BARUFFE CHIOZZOTTE di Carlo Goldoni

Note di regia - Jurij Ferrini: «Questa è una commedia di poveri. I ricchi sono assenti. I potenti lo stesso. Non esistono neppure i padri: sono tutti fratelli e sorelle. Una generazione unica, semmai allargata nelle differenze d’età. Il Coadiutore di giustizia è l’unica presenza del potere aristocratico-democratico. Gli “altri” poteri non esistono. C’è il più alto fraseggio goldoniano in quest’opera, il suo straordinario repertorio ritmico e comico. Poi noi abbiamo una bella fortuna: possiamo contare su una traduzione italiana composta ad hoc per questa edizione da Natalino Balasso, un uomo di teatro che ha l’arguta capacità di giocare con l’ironia delle parole ed essendo un grande talento comico ci ha fornito un bellissimo materiale da cui partire. Infine Goldoni reinventò, rinnovò… “riformò” il teatro passando dal teatro all’improvviso dei comici dell’arte a canovacci sempre più precisi; veri e propri testi teatrali. Qualunque sia lo stile registico, i dialoghi serrati, i tempi e controtempi comici, restano al centro. Per questo penso di spogliare l’apparato scenico, spingermi oltre ciò che ho realizzato finora, svelando ciò che avviene durante le prove di uno spettacolo; permettendo al pubblico cioè di concentrarsi esclusivamente sul dialogo dei personaggi e sulle loro vicende, senza creare un affresco d’epoca visivo».

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