Franco Borgogno, da Torino al Mar Glaciale Artico inseguendo la plastica

Outdoor Torino Venerdì 3 novembre 2017

Franco Borgogno, da Torino al Mar Glaciale Artico inseguendo la plastica

Torino - Giornalista torinese appassionato di natura, Franco Borgogno ha vissuto poco più di un anno fa un’esperienza importante che lo ha portato dal Piemonte al mitico passaggio a Nord Ovest, nelle acque del Circolo Polare Artico per indagare insieme al 5Gyres Institute, organizzazione no profit americana di cui è ambasciatore in Italia, il problema dei rifiuti di plastica in mare. Da quell’avventura scientifica si è aperto un mondo intero, che lo ha portato tra i finalisti all’International Ocean Film Festival di San Francisco con il suo video 5 Gyres Arctic Expedition,  e in libreria, con Un mare di plastica, il volume edito da Nutrimenti che racconta la spedizione, tra entusiasmo da viaggiatore, curiosità giornalistica e divulgazione scientifica su uno dei temi ambientali più caldi del momento.

Mentre a Torino arriva la prima edizione italiana dell’Ocean Film Festival, con una selezione di film che raccontano di avventure, sport, natura e ambiente, abbiamo incontrato Franco Borgogno per farci raccontare qualcosa in più sulla sua appassionante esperienza, e per capire meglio quale vitale spazio occupi il mare anche qui, lungo le rive del Po.

«Quel che mi ha portato da Torino al passaggio a Nord Ovest, tra Canada e Groenlandia, è stato un percorso – racconta – viaggiare è la mia ragione di vita, per usare una frase a effetto. A questa grande passione affianco lo sport, la natura e la scrittura, tre sfere che ho sempre cercato di coniugare nel viaggio. Qualche anno fa ho assecondato la mia passione per la natura decidendo di diventare guida naturalistica, ho seguito un iter formativo con un esame finale e tra le varie materie studiate come botanica, geologia, o cultura e storia delle Alpi si era parlato di ecologia, ed era venuto fuori il tema delle isole di plastica in mare».

Un tema che a un giornalista non poteva non sollecitare ulteriore curiosità, e una voglia di approfondimento che, per Franco Borgogno, ha significato l’inizio di un viaggio alla scoperta di cosa fossero esattamente le isole di plastica, dove fossero e come si fossero formate. «L’idea era di fare un reportage – prosegue – ho iniziato a documentarmi, e ho scoperto che le isole di plastica non esistono in quanto tali, sono solo grandi accumuli. Ho raccolto così del materiale da università e centri di ricerca in giro per il mondo, e ho iniziato a studiarlo per capire meglio».

È stato così che si è imbattuto nel 5 Gyres Institute, organizzazione no profit californiana fondata nel 2009 per occuparsi del problema delle plastiche e delle loro fibre (comunemente note come nano e microplastiche) diffuse in mare. Ogni anno l’istituto promuove una spedizione in una zona diversa del pianeta per fare ricerca applicando i principi della citizen science, accogliendo cioè persone non strettamente legate al mondo scientifico che vogliano partecipare alle attività per capirle meglio, aiutando concretamente il team e portando a casa un’esperienza di vita, natura e ricerca. Nel 2016, 5 Gyres stava preparando la spedizione per il Mare Glaciale Artico, con l’obiettivo di campionarne le acque per testare la veridicità dei modelli scientifici che individuavano anche in quella zona, estrema e pochissimo abitata, la presenza ingente di fibre di plastica. «Raccontavo del mio progetto di partire agli altri sperando che mi dicessero di lasciar perdere – scherza l’autore di Un mare di plastica – ma ricevevo solo incoraggiamenti, finché non mi sono messo in contatto con l’European Research Institute [ente no-profit torinese, N.d.R.], dal quale ho avuto una risposta straordinaria».

Una partenza verso il Passaggio a Nord Ovest, lo stupore di terre dove la natura esplode nelle sue forme più suggestive, seppure contaminata dalla plastica, la conoscenza di realtà e persone con cui stringere contatti per il futuro, e uno straordinario bagaglio di immagini e racconti. Dalla partecipazione di Borgogno alla spedizione in Artico non è tornato solo un entusiasta bagaglio di esperienze personali, ma un variegato universo di progettualità che stanno coinvolgendo il giornalista e l’ERI in attività di ricerca, ma anche di divulgazione, specialmente con le scuole, e di citizen science: «credo sia un elemento fondamentale per la ricerca - spiega Borgogno – ma anche per il successo delle tematiche ambientali, perché ci si trova ad avere a che fare direttamente con la ricerca, si capisce che non è astratta e lontana ma visibile, la si tocca con mano, per quanto sotto la guida di ricercatori e con precisi protocolli».

A ottobre 2017, in occasione del G7, Torino è stata l’unica città italiana scelta come tappa dell’Ocean plastics lab, una mostra itinerante promossa, tra gli altri, dalla Commissione europea e dal Ministero federale tedesco per l’educazione e la ricerca che aveva l’obiettivo di sensibilizzare la popolazione sul grande e diffuso problema della presenza di plastica in mare, a volte visibile in forma di flaconi e bottiglie, ma più smesso frammentata in microplastiche  residui di fibre che costituiscono un inquinante molto potente e, oltre a contaminare gli oceani di tutto il mondo, entrano nella catena alimentare della fauna, col rischio diretto di arrivare fino all’uomo.

«Tornato dal viaggio – racconta Borgogno – ho iniziato a lavorare al documentario e al libro e ho conosciuto Francesca Santoro, della Commissione Intergovernativa Oceanografica dell’Unesco, che mi ha introdotto al progetto Ocean Literacy, letteralmente la conoscenza del mare e la comprensione di come influenzi la nostra esistenza e, viceversa, come noi influenziamo la sua. Da lì è iniziato un percorso parallelo a quello che sto facendo con ERI, con il quale si è fuso. L’Ocean Literacy fa parte infatti di quello che raccontiamo alle scuole: camminare con le persone lungo il Po per fare campionamenti è un’occasione, per esempio, per far notare dal punto di vista pratico alcuni principi importanti».

Sette sono i principi dell’Ocean Literacy, dai quali discendono approfondimenti dettagliati: si tratta di indicazioni semplici e tuttavia fondamentali per comprendere la centralità del mare come elemento essenziale per la vita di tutti, non solo di chi vive sulla costa. Gran parte dell’inquinamento da plastica in mare discende infatti anche dai corsi di acqua dolce che, dopo aver attraversato la terra per chilometri raccogliendo spazzatura e scarichi, sfociano in mare. Il primo principio dell’Ocean Literacy specifica infatti che non esistono diversi mari, così come sono indicati sulle cartine, ma un unico oceano, inteso come sistema. «È un dato scontato, ma non così chiaro – illustra Franco Borgogno – se invece diventasse una sorta di base culturale da cui partire, ci porterebbe in modo automatico a comprendere tutta un’altra serie di fattori e conseguenze anche elementari. Se diventassero dati assodati, sarebbe anche più semplice l’attività di prevenzione per il mare e l’attivazione di politiche per proteggerlo».

«Non è stata una scoperta, ma purtroppo una conferma – prosegue Borgogno parlando dei risultati delle analisi compiute nel corso della spedizione in Mare Artico – le fibre di plastica rintracciate sono anche maggiori di quelle che pensavamo prima della partenza. L’analisi quantitativa dei campioni che abbiamo prelevato ha evidenziato che si tratta in gran parte di materiali arrivati da altri luoghi». Plastica ovunque, intera, ma ancora più spesso frammentata, spesso indistinguibile, invisibile anche nei posti più remoti del pianeta, dove a regnare sembrerebbe ancora la natura nella sua straordinaria potenza e dove vivono quasi solo foche, orsi polari e balene. I tempi di degradazione delle plastiche sono così lunghi che praticamente tutta la plastica prodotta da quando è stata scoperta e creata è ancora sul pianeta, in forme diverse, certo, ma non è sparita. E la soluzione?

«Pensare di ripulire sarebbe la tentazione naturale di tutti – conclude Borgogno – in realtà le soluzioni sono complesse, proprio per le quantità di plastica che, se anche utopisticamente fosse ripescata tutta, andrebbe poi smaltita. Una pulizia totale è impossibile, l’acqua contiene microrganismi fondamentali per la vita in mare e nel momento in cui fosse anche solo pensabile filtrarla tutta - altra utopia - filtreremmo anche elementi preziosi, finendo per uccidere il mare. Dobbiamo invece pensare a non immetterne più, e per farlo dobbiamo ridurre l’utilizzo, facendo notare quanta plastica ci sia intorno a noi e adottando strategie come il riuso, il corretto conferimento per i riciclo, l’introduzione di plastiche di origine bio che si decompongano in tempi brevissimi per non causare problemi agli animali che potrebbero inghiottirle. La soluzione in sé arriverà tra migliaia di anni se imbocchiamo ora la strada giusta e virtuosa, altrimenti si dilaterà ancora di più. Abbiamo il dovere di occuparci di quello che lasciamo sul pianeta: se mille anni fa avessero vissuto come facciamo noi oggi, il mondo non sarebbe questo, così come se Cristoforo Colombo avesse nascosto una bottiglia sotto la sabbia quando è arrivato in America, oggi sarebbe ancora lì». 

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