Gianrico Carofiglio a Torino racconta Le tre del mattino

Libri Torino Giovedì 19 ottobre 2017

Gianrico Carofiglio a Torino racconta Le tre del mattino

Gianrico Carofiglio
© facebook / Circolo dei Lettori

Torino - Marsiglia, due notti, un jazz club, un padre e un figlio, la matematica e il talento. Sono queste le note su cui si costruisce la storia delicata, intima, e al tempo stesso intensa dell’ultimo romanzo di Gianrico Carofiglio, Le tre del mattino (Einaudi), titolo ispirato a una frase di Fitzgerald.

«È una storia vera che ha preso forma qualche anno fa – racconta l’autore, al Circolo dei lettori di Torino in occasione del reading musicale che lo ha visto leggere passi del romanzo accompagnato da un duo jazz pianoforte e contrabbasso – chiacchieravo con un amico che ha iniziato a raccontarmi di aver sofferto di epilessia, di aver seguito cure poco efficaci e di aver così pensato di contattare il migliore specialista al mondo, che si trovava proprio a Marsiglia. Il dottore gli chiese di fare una prova ora vietata dalla deontologia medica, ma prima del 1986 ancora in uso: non dormire per due notti di fila. Anni dopo, ho pensato fosse arrivato il momento per raccontare quella storia. L’idea originale prevedeva come protagonista solo il ragazzo, ma poi ho iniziato a scrivere, volevo dei chiarimenti e quando ho chiamato il mio amico mi ha ricordato che con lui c’era anche il padre. Ecco, in tre giorni il padre si è impadronito del romanzo».

Un romanzo tutto imperniato sul dialogo tra due voci, sul tema del doppio e del confine tra le due facce di una stessa medaglia. Alla storia di Antonio, diciottenne con una forma lieve di epilessia, e del padre che lo accompagna a Marsiglia per la visita medica, matematico di prestigio separato dalla moglie, si accompagnano due volti di una città, meravigliosa di giorno e rischiosa con il buio notturno, due generazioni a confronto, la veglia e il sonno. Una doppiezza stemperata in una sorta di linea di confine, quella delle tre del mattino dove Marsiglia aspetta l’alba, dove i sensi sono dilatati, quasi come in un attacco epilettico, dove può accadere l’imprevisto, quello che segnerà la linea di un prima e di un dopo, in un recuperato e tenerissimo rapporto tra padre e figlio che va ricucendosi, ricostruendosi.

«Ogni romanzo è il prodotto di una ricerca – spiega Carofiglio – credo che la scrittura non sappia già dove vuole andare, ma è scrivendo cerchi di capire cosa vuoi raccontare. Le scelte che ho fatto per questo romanzo non sono un calcolo, la storia è venuta così perché raccontandola mi sono accorto che era proprio quello che volevo dire, che volevo parlare di queste cose».

Diverso dai precedenti romanzi di Carofiglio, Le tre del mattino ha portato l’autore a studiare alcuni temi, che in questa storia si intrecciano. Ci sono per esempio la matematica, il jazz, ma anche l’epilessia, una malattia che si è rivelata perfetta per la storia, consentendo di costruire il personaggio del ragazzo in un determinato modo, «è stata una parte essenziale – conferma l’autore – ha dato un frame, una struttura che insieme alla città di Marsiglia è diventata una metafora forte».

Antonio sente infatti su di sé il peso della diversità, e tra i modi per ribellarsi, ed emergere, ci sono anche le sue letture. Tanti sono i romanzi e gli autori citati in questa storia, dal Salinger meno noto di Franny e Zooey, a Parise, Fitzgerald e Umberto Eco de Il nome della rosa, appena uscito in libreria nel tempo della storia, che si svolge infatti negli anni Ottanta.

Tra l’adolescente protagonista e il padre, adulto, avviene una sorta di rituale iniziatico di passaggio, che fa di questa storia anche un delicatissimo romanzo di formazione, in una due giorni senza sonno che spazzerà via tante certezze, tra i vicoli bui di una città dove è palpabile un costante senso di incertezza e pericolo.

«Torino è una città meravigliosa, ma non sarebbe la stessa cosa – spiega Carofiglio – mentre Marsiglia è un posto perfetto per questa storia. Ci sono stato nel 2010, ci ho vissuto un mese grazie a un progetto per scrittori e ci sono tornato mentre scrivevo il romanzo. Conosco la città, posso confermare che ci sono luoghi dove non si vede un europeo, scorci che la fanno sembrare Genova, Napoli, per altri aspetti Parigi. Ha un ruolo anche metaforico in questa storia, consente di creare un clima di pericolo, ci sono davvero angoli dove si percepisce come una vibrazione. E poi rivela anche aspetti meno noti, per esempio la bellezza naturalistica di luoghi come le Calanques, le scogliere che si tuffano in un’acqua cristallina».

Una storia in bilico, tra adolescenza ed età adulta, malattia e guarigione, sonno e veglia, la Marsiglia turistica e i suoi bassifondi. Una storia che si sposa a perfezione con la musica che ne accompagna una delle scene centrali e più intense: il jazz.

«Lo ascolto di più negli ultimi anni – racconta l’autore – costruendo la scena nel jazz club ho pensato anche a mio padre, che lo suonava, così come a dei jazz club visti a Roma, a Manhattan e a Copenaghen, alla ritualità delle jam session. È una musica che si presta molto bene a costruire metafora della vita grazie alla sua imperfezione, all’esecuzione ogni volta differente. C’è una somiglianza tra jazz e scrittura: il narratore non sa dove vorrà arrivare. Sì, ne ha un’idea, ma non sa cosa troverà per strada, come affronterà le curve, gli ostacoli. Il jazz è una serie di incontri, imprevisti, scoperte: il rapporto tra l’esecutore e l’autore, che nel jazz è la stessa persona, è molto simile a quello che si trova tra scrittore e lettore. Uno scrive un romanzo, lo consegna al lettore e scopre che gli aspetti più importanti non sono le cose scritte, ma quelle che sono state rimosse, gli spazi vuoti dove si collocano autore e lettore. In un romanzo ci sono molti significati che sfuggono alla consapevolezza dello scrittore».

E nell’immagine di copertina del libro, realizzata dal fratello di Carofiglio, ben si respira l’atmosfera di questo romanzo: è notte, in una strada buia di Marsiglia svetta l’insegna luminosa di un jazz club, due figure camminano: un padre, dietro, e un ragazzo, avanti, ad aprire il cammino, scopritore del mondo e inconsapevole portatore di un talento di cui probabilmente si accorgerà molto dopo, quando capirà, grazie a una frase di John von Neumann che se la gente crede che la matematica non sia semplice, è soltanto perché non si rende conto di quanto complicata sia la vita

Potrebbe interessarti anche: , Murakami ad Alba per il Premio Lattes Grinzane 2019: scrivo per illuminare angoli oscuri , Rinasce la Libreria Borgopo di Torino: un salotto culturale già amato da Fruttero e Orengo , Portici di carta: a Torino l'edizione 2019 ricordando Camilleri , Sentieri e pensieri: il festival letterario in Valle Vigezzo. Ospiti ed eventi , «Barriera è l'habitat perfetto per Contrera»: l'intervista allo scrittore Christian Frascella

Scopri cosa fare oggi a Torino consultando la nostra agenda eventi.
Hai programmi per il fine settimana? Scopri gli eventi del weekend a Torino.