Teatro Regio di Torino, un viaggio dietro le quinte, tra segreti e sotterranei

Teatro Torino Venerdì 4 agosto 2017

Teatro Regio di Torino, un viaggio dietro le quinte, tra segreti e sotterranei

© Alessandra Chiappori
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Torino - Dal visionario progetto di Carlo Mollino al boccascena viola: i segreti sotterranei del teatro lirico di Torino.

Mentre l’orchestra e gli artisti del Teatro Regio di Torino passeranno l’estate in tournée, toccando prima la Scozia, poi la Svizzera e addirittura l’Oman e portando in scena Machbet, Aida, Bohème in attesa della ripartenza autunnale della stagione in sede, il Teatro Regio, la sua architettura novecentesca e le sue quinte sono deserte e chiuse al pubblico. Un’occasione ghiotta per entrare a scoprire i segreti di uno dei più grandi teatri storici italiani, la cui attuale struttura risale però a poco più di quarant’anni fa.

La storia del Teatro Regio è lunga e complessa, e si avvia nel diciottesimo secolo, epoca d’oro per Torino, divenuta ai primi del Settecento capitale del Regno dei Savoia, e bisognosa di abbellimenti capaci di rappresentare i fasti dei reali e di ergerla così al pari delle altri capitali europee. È il periodo dell’ingrandimento della città, e della sua massiccia trasformazione il cui regista fu niente meno che Filippo Juvarra. A lui fu affidato infatti il ripensamento del lato est della grande piazza Castello, su cui ancora oggi sorge il Teatro Regio. Ma le richieste di Casa Savoia erano importanti, tanto che Juvarra non riuscì a completare l’opera, che passò nelle mani di Benedetto Alfieri per essere inaugurata ufficialmente il 2 dicembre 1740. Il vecchio Regio prendeva così vita: una delle sale più grandi d’Europa, con una cavea capace di ospitare 2500 spettatori tra platea e quattro ordini di palchi. Di quel fasto e di quella meraviglia, tutta in legno, poterono godere quanti vi entrarono fino a quella notte del febbraio 1936, quando un cortocircuito generatosi nella zona del palco innescò un enorme e devastante incendio, che si portò via, tra cenere e fumo, l’intero teatro.

Con un teatro completamente raso al suolo e tra due guerre mondiali, la ricostruzione del Regio ebbe una genesi lenta e si trascinò fino alla metà degli anni Sessanta, quando il progetto di riedificazione fu affidato a Carlo Mollino, architetto ingegnoso ed estroso in mano al quale il teatro storico per eccellenza della città assunse l’aspetto che lo contraddistingue ancora oggi, con un profilo contemporaneo e una struttura modernissima che non mantiene quasi più nulla dell’antico e barocco teatro all’italiana. 

Di quel 1740 è rimasta la facciata esterna, con i suoi mattoni originali, ma oltrepassata questa, tra il porticato della piazza e il vestibolo oggi diventato la Galleria Francesco Tamagno con l’apposizione della cancellata monumentale (che è anch’essa un’opera scultorea di Umberto Mastroianni datata 1994 e dal titolo Odissea Musicale), ci si trova davanti a un edificio completamente rinnovato. Dodici porte affacciano su quell’atrio dove il 10 aprile 1973 riprese vita il Regio, con la prima de I vespri siciliani di Verdi per la stagione lirica, seguita poco dopo dalla stagione di prosa al Piccolo Regio aperta niente meno che con Il trasloco di e con Vittorio Gassman.

Tra attesa e curiosità, quanti varcarono la soglia del foyer quella sera restarono forse sbalorditi dalla grandezza dello spazio, interamente aperto, senza divisioni di alcun tipo e animato invece da passerelle e scale, con cemento armato bene in vista, cliché dell’epoca. Nel gioco di vetrate, ponti, pareti in mattoni e grandi lampadari che seguono un attento studio della luce, il salone predisposto per l’accoglienza del numerosissimo pubblico si estende vasto e si affaccia sulla galleria che unisce idealmente la parte antica e moderna del teatro. Al centro del suo pavimento in marmo, un mosaico che riproduce il toro, simbolo della città. Il progetto di Mollino prevedeva anche delle scale mobili, la cui forma è infatti ancora oggi visibile, ma che a causa di incidenti occorsi tra abiti da sera e tacchi a spillo delle signore, non sono più state attivate.

Tra linee morbide e arrotondate, Mollino decise di foderare tutto lo spazio con una moquette dal colore rosso-viola, una scelta cromatica molto particolare per il teatro, dove storicamente il viola è considerato un porta sfortuna per gli artisti. Le stesse linee avvolgenti tornano nell’enorme sala da 1500 persone, la conchiglia, i cui sedili degradano verso un altro bizzarro elemento, il boccascena ovale, anch’esso viola, come le variazioni di colore del soffitto che, arrivando verso il palcoscenico, accentuano l’intensità cromatica, quasi a beffarsi della tradizione. L’illuminazione della sala è altrettanto innovativa e dall’effetto strabiliante: una nuvola di luce costruita con 3600 pezzi, piccole strutture tubolari di materiale plastico, alcune contenenti lampadine, altre necessarie per creare effetti di trasparenza e luccichio. La fila di palchi è singola, in faggio rosso, come sono anche le pareti e il pavimento. Prima del restauro del 1996 la sala era foderata della stessa moquette esterna, eliminata per motivi di acustica che portarono a inserire anche un boccascena rettangolare sovrapposto all’originale. 

Oltre agli spazi visibili, che riempiono la vista una volta effettuato l’ingresso nel teatro, la struttura dell’attuale Regio è in realtà molto più grande, e complessa. A partire da quel paraboloide iperbolico che sovrasta con le sue linee sinuose la grande sala, passando poi alla torretta di 30 metri che si erge sopra la zona del palco, tutti elementi arditi, ideati da Mollino, ma che per contratto non dovevano vedersi dietro alla facciata aulica, che infatti ancora oggi nasconde la struttura moderna. La tecnologia è però visibile fin dal palco, con il pavimento mobile della buca dell’orchestra, che può scendere fino a tre metri, ma anche con i venti metri di larghezza e la profondità di 15 di un palco che a lato e nel retro nasconde enormi scenografie mobili e intercambiabili, molto utili per i cambi scena e gli allestimenti previsti in contemporanea. Sfruttando l’altezza della torretta di scena, la graticcia a cui sono collegate le attrezzature di palco è situata a 27 metri sopra il palco. 

Ma il Regio è in realtà un piccolo mondo invisibile agli spettatori, che si espande intorno, sopra e soprattutto sotto al palco. Non potendo allargare la struttura poiché collocata in una zona storica della città, Mollino decise infatti di scavare un primo e un secondo livello sotto il teatro, dove collocare tutti i locali necessari al funzionamento dell’immensa macchina teatrale. Ecco così comparire, mano a mano che si scende e ci si inoltra nel labirinto di spazi, sale prova, palestre per i ballerini delle dimensioni del palco, camerini, laboratori sartoriali, archivi, una lavanderia e una mensa, nonché locali tecnici per le manovre del palco e l’aerazione. Solo il laboratorio di scenografia si trova fuori dal teatro, poco distante da Torino, per ovvi motivi di dimensioni. Non un teatro, ma due: i sotterranei e le quinte del Regio non smettono di stupire e trovano un posto anche per il Piccolo Regio, sala minore dedicata agli spettacoli di prosa.

Insomma, un grande meccanismo nascosto che, come una città del tutto autonoma, lavora incessantemente con i suoi ritmi e le sue esigenze, tra una riparazione sartoriale al costume di scena, una prova solitaria con voce e pianoforte, e quell’emozione unica palpabile nel dietro le quinte subito prima di entrare sulla regale scena del teatro lirico di Torino. 

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