Teatro Torino Teatro Carignano Lunedì 22 maggio 2017

Il Nome della Rosa nella visione di Leo Muscato al Teatro Carignano

Il nome della rosa - regia Leo Muscato
© Alfredo Tabocchini - Teatro Stabile di Torino

Torino - Stefano Massini, drammaturgo italiano ormai consolidato e dal 2015 consulente artistico del Piccolo Teatro di Milano/Teatro d’Europa, ha voluto fare omaggio a Umberto Eco (scomparso nel 2016) creando una trasposizione per la scena del suo primo romanzo Il nome della rosa (1980). Leo Muscato, regista di prosa e d'opera, è partito dal testo di Massini ma ha sfruttato anche altre fonti per dare corpo alla sua versione scenica di questo affresco medievale. Letto all'università preparando un esame di Storia Medievale, il romanzo è tornato ad occupare Muscato anche attraverso la saggistica ma soprattutto: «Comprando un’edizione più recente del suo romanzo - afferma Muscato - ho scoperto che vi aveva aggiunto delle Postille che in qualche modo mettevano la parola fine alle mille congetture lette qua e là».

Il nome della rosa che andrà in scena in prima assoluto il 23 maggio 2017 al Teatro Carignano (in scena fino all'11 giugno) rivolge lo sguardo non tanto a una questione strettamente religiosa, ma piuttosto a un tema più ampio quello dei tanti modi umani di intendere e vivere la propria fede.

«Se è vero che al centro dell’opera di Umberto Eco vi è la feroce lotta fra chi si crede in possesso della verità e agisce con tutti i mezzi per difenderla, e chi al contrario concepisce la verità come la libera conquista dell’intelletto umano, è altrettanto vero che non è la fede a essere messa in discussione, ma due modi di viverla differenti. Uno guarda all’esterno, l’altro all’interno; uno è serioso, l’altro fortemente ironico. Anche per questo, se ne saremo capaci, proveremo a raccontare questa storia con una lieve leggerezza che possa qua e là sollecitare il riso, con buona pace del vecchio frate Jorge».

Quanto teatro era già incardinato nella scrittura originale? «La struttura stessa del romanzo è di forte matrice teatrale. Vi è un prologo, una scansione temporale in sette giorni, e la suddivisione di ogni singola giornate in otto capitoli, che corrispondono alle ore liturgiche del convento (Mattutino, Laudi, Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespri, Compieta). Ogni capitolo è introdotto da un sottotitolo utile a orientare il lettore, che in questo modo sa già cosa accade prima ancora di leggerlo; quindi la sua attenzione non è focalizzata da cosa accadrà, ma dal come. Questa modalità, a noi teatranti ricorda i cartelli di brechtiana memoria e lo straniamento che ha caratterizzato la sua drammaturgia. A partire dagli undici quadri tematici della versione teatrale ho scandito lo spettacolo con una quarantina di passaggi di tempo segnati da continui cambi di spazio. Per questo abbiamo immaginato una scatola nera e astratta con una serie di feritoie attraverso cui far entrare luci e oggetti. Ci siamo serviti anche di video proiezioni che hanno la funzione drammaturgica di visualizzare gli stati d’animo dei personaggi».

Al di là della cornice narrativa legata al ritrovamente del manoscritto, la storia è lasciata alla voce di Adso da Melk, un vecchio frate benedettino che all'epoca dei fatti era un giovane novizio sotto la guida spirituale del francescano Guglielmo da Baskerville,  un tempo anche inquisitore. Come si apriranno le pagine di questa avvincente storia in teatro?

«L'io narrante diventa una figura quasi kantoriana, sempre presente in scena, in stretta relazione con i fatti che lui stesso racconta, accaduti molti anni prima in un’abbazia dell’Italia settentrionale». Il tempo ovviamente non può che essere che il finire del XIV secolo,  momento culminante della lotta europea tra Chiesa e Impero, e Adso lo trovermo sia giovane che vecchio. In apertura «è un vecchio frate benedettino intento a scrivere delle memorie in cui narra alcuni terribili avvenimenti di cui è stato testimone in gioventù. Sotto i suoi (e i nostri) occhi si materializza un se stesso giovane, poco più che adolescente, intento a seguire gli insegnamenti di un dotto frate francescano, che nel passato era stato anche inquisitore: Guglielmo da Baskerville».

Ovviamente tutto ciò che era descrizione diventa «evocazione e alla minuziosità del dettaglio, si supplisce con l’allusione». Muscato ha lavorato molto per costruire con Il nome della rosa uno spettacolo teatrale che potesse avere una sua autonomia sia rispetto al romanzo sia al film dell'86 di Jean-Jacques Annaud che ebbe tanto successo nell'interpretazione di Sean Connery nei panni di Guglielmo e Christian Slater nel ruolo di Adso. «Avevamo due colossi con cui confrontarci: il libro e il film. Il primo obiettivo che i miei compagni ed io ci siamo dati è stato quello di creare un ambiente percettivo che mettesse lo spettatore nella condizione di rimuovere ogni immagine radicalizzata nella memoria. Abbiamo immaginato un spazio conoscitivo decisamente onirico e ci siamo aiutati componendo una colonna sonora fatta di suoni e melodie semplici, che prendessero per mano lo spettatore e lo aiutassero a seguire i labirinti della memoria di questo vecchio benedettino, così profondamente segnato dai fatti efferati accaduti settant’anni prima».

Molto dunque dello spettacolo è ancorato alla dimensione musicale. «Delle musiche originali, frammiste a canti gregoriani eseguiti a cappella dagli stessi interpreti, contribuiranno a creare dei luoghi di astrazione in cui la parola possa farsi materia per una fruizione antinaturalistica della vicenda narrata, e alimentare nello spettatore una dimensione percettiva che lo porti a dimenticarsi, per un paio d’ore, il meraviglioso film di Jean-Jacques Annaud».

Definito giallo storico ma spesso guardato anche come un esempio di commistione tra vari generi, di certo l'intreccio di Umberto Eco gioca molto su alcuni meccanismi tipici del genere, sulla suspense, sulla pluralità dei personaggi e le loro ambizioni e trame. Cosa resta di questi aspetti e della trama? «Su uno sfondo storico-politico-teologico, si dipana un racconto dal ritmo serrato in cui l’azione principale sembra essere la risoluzione di un giallo. Abbiamo immaginato uno spettacolo in cui la dimensione del ricordo del vecchio Adso, potesse diventare la struttura portante dell’intero impianto scenico. Questo è concepito come una scatola magica in continua trasformazione che possa evocare i diversi luoghi dell’azione: una biblioteca, una cappella, una cella, una cucina, un ossario, una mensa, ecc.».

Un cast molto ampio e in larga parte impegnato in doppi ruoli permetterà di incontrare un buon numero dei pittoreschi personaggi di Umberto Eco, alcuni frutto della sua immaginazione, altri realmente esistiti: l’anziano frate cieco Jorge da Burgos sarà interpretato da Renato Carpentieri, è lui «il profondo conoscitore dei segreti dell’abbazia»; Eugenio Allegri vestirà i panni sia del francescano Ubertino da Casale, che quelli di Bernardo Gui, «il terribile inquisitore dell’ordine domenicano».

Adso vecchio lo porterà sul palco Luigi Diberti mentre toccherà a Giovanni Anzaldo fare il giovane Adso. A Luca Lazzareschi il ruolo di Guglielmo da Baskerville, mentre l’ansioso e prudentissimo Abate Abbone sarà interpretato da Marco Zannoni mentre è Franco Ravera il cellario Remigio da Varagine: «un francescano in odor d’eresia che si nasconde in convento e si finge benedettino» affiancato da Alfonso Postiglione che è appunto «il suo fedele servitore Salvatore, un frate considerato scemo, che parla una strana lingua mista di latino, volgare, francese, tedesco e inglese». Un unico ruolo femminile porta Arianna Primavera a incarnare il ruolo della «fragile ragazza di cui s’innamora il giovane Adso». Oltre a Malachia da Hildesheim, il bibliotecario, Marco Gobetti sarà Alinardo da Grottafferrata, «il più anziano di tutti, la cui demenza senile risulterà decisiva per la soluzione degli enigmi». E ancora Giulio Baraldi sarà l’erborista Severino da Sant’ Emmerano, Daniele Marmi il copista Bencio, copista) e Berengario da Arundel, l’aiuto-bibliotecario toccherà a Mauro Parrinello.

Prima assoluta - 23 maggio - 11 giugno 2017
Il nome della rosa
di Umberto Eco
versione teatrale di  Stefano Massini (© 2015)
regia e adattamento Leo Muscato
interpreti: Eugenio Allegri, Giovanni Anzaldo, Giulio Baraldi, Renato Carpentieri, Luigi Diberti, Marco Gobetti, Luca Lazzareschi, Daniele Marmi, Mauro Parrinello, Alfonso Postiglione, Arianna Primavera, Franco Ravera, Marco Zannoni
scene Margherita Palli
costumi Silvia Aymonino
luci Alessandro Verazzi
musiche Daniele D’Angelo
video Fabio Massimo Iaquone, Luca Attilii
produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale; Teatro Stabile di Genova; Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale

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