Il Joyce di Marcido Marcidorjs di nuovo in scena al Gobetti - Torino

Teatro Torino Teatro Gobetti Martedì 3 maggio 2016

Il Joyce di Marcido Marcidorjs di nuovo in scena al Gobetti

La Grande Conchiglia - foto Daniela Dal Cin

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Torino - «È una ripresa voluta da Marco (Isidori, ndr) - spiega Daniela Dal Cin - per uno spettacolo che ha segnato un momento fondamentale per i Marcido (Marcidorjs e Famosa Mimosa, ndr), e sarebbe un peccato si perdesse, o le nuove generazioni non potessero vederlo». Così da martedì 3 a domenica 8 maggio 2016, Bersaglio su Molly Bloom lo spettacolo che nella stagione 2002-2003 ebbe un grande successo e fece meritare il Premio Ubu 2003 alla scenografia di Dal Cin per la sua Grande Conchiglia, è di nuovo in scena, proprio al Teatro Gobetti (Teatro Stabile di Torino) dove debuttò tredici anni fa.

La regia di e la rilettura del monologo di Molly Bloom dall'Ulisse di Joyce di Marco Isidori restano «essenzialmente invariate». C'è però un cambio nel cast dove campeggiano alcuni nomi storici della compagnia, Maria Luisa Abate e Paolo Oricco, lo stesso Marco Isidori (ovviamente, regista e direttore in scena) e «un gruppo stabile, consolidato da una decina d'anni di lavoro ormai»: Stefano Re, Valentina Battistone, Virginia Mossi, Daniel Nevoso, Francesca Rolli, Margaux Cerutti. «Tutti formati nei laboratori Marcido. Sì perché i nostri attori devono corrispondere anche esistenzialmente ai Marcido. All'interno del nostro percorso educativo-formativo si lavoro per acquisire una coscienza teatrale e di scena. Non si studia solo recitazione, il nostro attore deve sapere come si raggiunge un risultato artistico nel suo insieme e deve quindi imparare a truccarsi, a creare il proprio costume e a saper trasformare il proprio corpo perché quando si va in scena si va al di là del quotidiano. La nostra è una formazione totale, a tutto campo e diretta». Sono una ventina gli allievi ogni anno che diventano aspiranti attori nel percorso e due o tre vengono poi immessi direttamente nel lavoro del palcoscenico sia come attori che come tecnici.

Nelle produzioni Marcido Marcidorjs c'è un elemento che ritorna con grande costanza e insistenza: una certa costrizione dell'interprete, legato o agganciato a un'imponente macchina scenografica in qualche misura, dove scena e costume diventano tutt'uno. «L'attore nella Grande Conchiglia, come in altre scenografie (Fedra per esempio), è costretto, imbrigliato da fasce elastiche che lo limitano e che permettono solo movimenti di andata e ritorno. Questa pala crea una collocazione precisa e impedisce la deambulazione perché in questo modo le potenzialità umane vengono amplificate. Il poeta è cieco. Volevamo il superamento dei limiti, la massima esaltazione che spinga l'umano a superare se stesso».

L'origine della Grande Conchiglia è una visione. «Eravamo sulla costa romagnola dove si incontrano di continuo quelle balere anni cinquanta sessanta, spesso ricavate in piccole nicchie a forma di conchiglia. Ecco da quell'immagine è nato il mio disegno che poi si è amplificato» trasformandosi in una pala di natura «bidimensionale. L'idea scenografica e drammaturgica vanno di pari passo, come sempre. Il mio lavoro è al servizio dell'attore che è il centro del teatro. Io mi affido completamente alle scelte di Marco (Isidori, ndr). Così come la parola diventa tanto importante da riempire tutto lo spazio sonoro in questo spettacolo, così la scena deve riempire il boccascena, come fosse un sipario vivente. Una grande ragnatela che occlude il boccascena. Mentre più di 500 lampadine - quelle delle luminarie - portano a una visione stellata. Le tre dimensioni del palcoscenico vengono così annullate: è un quadro animato».

Il testo joyciano che chiude il romanzo a cui si attribuisce la nascita del flusso di coscienza, viene in realtà privato di una lettura psicologica a favore dell'esaltazione della parola e del suono. «La parola letteraria segue un'evoluzione sonora privata da qualsiasi valenza psicologica che non sempre è la migliore o la più efficace in teatro, solo la più semplice. Bersaglio su Molly Bloom è un concerto teatrale a otto voci d'attore - ed è importante che si precisi d'attore. Ci sono duetti, terzetti, assoli (uno meraviglioso di Abate), insomma la voce è concertata in tute le sue sfumature che i corpi veri sulla pala, alternati a pitture bidimensionali dipinte, riescono a produrre. Una polifonia molto varia in cui si cerca un'unica grande voce e un attore generale e unico, un Ur-attore».

Dallo scorso autunno la compagnia ha un suo spazio Teatro MarcidoFilm! e un suo palcoscenico di 30mq. «È un luogo così piccolo che la vicinanza è quasi imbarazzante. Il pavimento in legno include tutti, è come un'arca. Una sera dopo lo spettacolo alcuni spettatori mi hanno detto: «È piccolo, ma sembra grande». È stata una vera soddisfazione perché la nostra missione da sempre è cercare una vicinanza con il pubblico. Un'idea che abbiamo perseguito in molti modi: in Agamennone, il pubblico è coro, nelle Serve è un voyeur. Abbiamo fatto spettacoli per uno spettatore su una tigre, spettacoli nelle case perché lo spettatore si attivi e partecipi. Quando abbiamo usato il palcoscenico, abbiamo trovato espedienti per creare lo stupore attraverso varie architetture che li portassero nel nostro mondo architettato». E ora con questo piccolo spazio cosa cambia? «Tutto e niente. Siamo stati e restiamo una compagnia di giro. Ora abbiamo costruito un luogo, tutto solo con le nostre forze esclusivamente, nessun finanziamento, e ora qui possiamo portare avanti la nostra sperimentazione, con i nostri tempi, che sono molto lunghi perché ci vuole tempo per la riflessione».

Il Teatro MarcidoFilm! ha ospitato la prima piccola stagione firmata dal gruppo che ha ripercorso le produzioni storiche, più piccole, da Alice a Pinocchio a «l'Amlet-One. Chiudiamo con le Serve il 26 e 27 maggio 2016. Perché questo nostro spazio ha coinciso con i 30 anni di lavoro dei Marcido» e infatti le Serve debuttò nel 1984. La prossima stagione partirà il prossimo autunno di nuovo con Amlet-One, ma la compagnia vorrebbe dedicarsi anche a creare un paio di eventi importanti con artisti che abbiano un comun sentire artistico e, poi, aprire le porte a compagnie giovani che spazio non hanno.

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