Teatro Torino Martedì 15 giugno 2010

Una splendida Bohème al Regio di Torino

Torino - Era da un po' che mancavamo da Torino, ed è un peccato, perchè nel marasma in cui s'agitano le fondazioni lirico-sinfoniche, il Teatro Regio è una di quelle realtà meravigliose che resistono, e anzi rilanciano: dopo una stagione in via di conclusione che ha avuto successo sotto tutti i punti di vista – tra poche righe vi narreremo di una magnifica Bohème vista e ascoltata domenica 30 maggio – la prossima è, se possibile, ancora più stimolante: si apre il 5 ottobre con Boris Godunov diretto da Gianandrea Noseda, direttore musicale del Teatro (ed esperto del repertorio, essendo stato assistente per anni di Juri Temirkanov); poi Madama Butterfly in un nuovo allestimento a novembre; per Natale in arrivo Les Ballets de Monte-Carlo con Cenerentola di Prokofiev e La Belle di Ciaikovskij; il 2011 si aprirà con Parsifal di Wagner, poi a marzo via ai festeggiamenti per i 150 dell'unità d'Italia con Verdi: prima I vespri siciliani, poi Rigoletto ed infine Traviata. La stagione si chiuderà con una “chicca” di Gustav Mahler, il balletto Biancaneve (a maggio), e con Lucia di Lammermoor (con la coppia Francesco Meli – Elena Mosuc da non perdere).

Ma torniamo a una decina di giorni fa, con Bohème, e cominciamo a parlarvi del cast, davvero straordinario. Barbara Frittoli nel ruolo di Mimì, Marcelo Alvarez nei panni di Rodolfo, Natale de Carolis alias Schaunard, Nicola Ulivieri/Colline, Gabriele Viviani/Marcello, ed infine Maki Mori/Musetta. Il pubblico del Regio sembrava uscito da un disco live degli anni '70: letteralmente in delirio nel corso dell'opera, ha applaudito a scena aperta, non solo dopo le arie di rito, ma anche “a caso”: impresa ardua è stata poi tener lontano la massa dai camerini degli artisti, presi d'assalto. L'entusiasmo era totalmente giustificato. Le scene e i costumi firmati da Aldo Terlizzi, tradizionali ed elegantissimi, costituiscono a nostro avviso l'unico allestimento confrontabile con il classico di Franco Zeffirelli. Da notare specie la soluzione alla fine del primo atto, per cui Schaunard, Colline e Marcello chiamano Rodolfo sulla sinistra del palcoscenico, accanto al muro portante della casa, mentre egli si affaccia sulla destra. Risultato: tutti sono in scena e perfettamente udibili. Il Teatro ha anche offerto il cambio di scena tra primo e secondo atto a teloni alzati, permettendo al pubblico di capirne l'organizzazione e il lavoro propedeutico alla rappresentazione. Anche il personale addetto alle scene ha quindi ricevuto i meritati applausi. Difficile recensire i cantanti per la loro bontà, per cui partiamo dai ruoli minori: Vladimir Jurlin quale sergente dei doganieri pare essere un signor cantante: andrebbe risentito in una parte che preveda un'estensione maggiore di una terza, ma la voce è bella, sonora e ben appoggiata. Il Parpignol di Alejandro Nieto non è una meraviglia di vocalità, ma scenicamente è stupendo, e tiene su di se l'attenzione degli spettatori. Matteo Peirone offre un Benoit convincente e ubriacone: interpreta bene il ruolo comico proprio della parte. Veniamo ora agli interpreti principali: la Musetta di Maki Mori è forse la vocalità meno convincente: per intenderci, è una Musetta assolutamente degna ma la voce vibra un pochino, e sarebbe da risentire per valutarla meglio. La tessitura acuta è comunque salda e sicura e scenicamente il soprano leggero è adeguato. Nicola Ulivieri si è invece “mangiato” Colline: tecnicamente è inappuntabile, sempre omogeneo e sonoro in tutta la vocalità e canta il mi acuto in piano nell'aria Vecchia zimarra con estrema facilità. Ha pure la fortuna di avere una voce giovane ma più scura della tipica vocalità del basso italiano, che rende la sua emissione distinguibile al primo ascolto. Risultato: nel ruolo è quasi sprecato. Natale De Carolis in Schaunard parte piano e finisce super: i primi 20 minuti non sono impeccabili specie nel confronto con la più fresca vocalità (per ragioni anagrafiche) di Gabriele Viviani, ma canta sempre meglio con il procedere dell'opera. La vocalità è omogenea e sempre più sonora man mano che si procede, e il suo Schaunard risulta molto convincente. Viviani nel ruolo di Marcello: ha una “canna” invidiabile, che fa tremare le sedie, la voce è bella chiara e bisogna solo aspettare per giudicare: se “sbraga” e da più di quanto possa diventa un ottimo cantante, se tiene la linea di emissione, diventa un colosso. Poveri i cantanti che dovranno esibirsi al suo fianco, perchè l'emissione è così sonora e bella che è difficile essere all'altezza.

Rodolofo è stato interpretato da Marcelo Alvarez. Sono 15 anni che seguiamo questo cantante, fin dai suoi esordi qui, al Carlo Felice, quando debuttò nel ruolo del cantante italiano del Rosenkavalier (un cammeo che replicherà l’anno prossimo alla Scala). Essendo il personaggio baciato da Dio, si può dire solo quanto segue: il tizio non è più un ragazzino, ma a 48 anni ha un'emissione fresca come quando ne aveva 35 e ben più polposa. Non è una voce che ha mai spiccato per potenza pur nell'assoluta libertà, ma si è esibito in un paio di "mine" che hanno scatenato gli applausi del pubblico e costretto l'orchestra a fermare l'esecuzione. Inolte, come al solito, canta i piano più piano della storia dell'emissione maschile, che però sono udibili a chilometri per la perfetta posizione dalla voce. La cosa più divertente (o deprimente) è che si ha la sensazione quando lo si ascolta in registrazioni che attacchi i piani "dal basso" pur giungendo poi a una posizione perfettamente lineare con il resto della vocalità. Non si sa come faccia. Barbara Frittoli nel ruolo di Mimi canta in modo esemplare.
Le uniche note di perplessità vengono dalla direzione di Noseda, che dirige bene, ma alle volte impone sonorità che coprono i cantanti. Con orchestre con il diapason alto come (purtoppo) usa oggi, forse bisognerebbe sacrificare un po' di sonorità, anche in contraddizione con la partitura, perchè l'opera è canto, e i cantanti (specie dalle sonorità dei protagonisti della rappresentazione recensita) non andrebbero mai coperti.

A fine recita siamo andati nei camerini ad “intercettare” a botta calda qualche protagonista. Cominciamo da Gabriele Viviani:
Viviani, come si canta il ruolo di Marcello?
Marcello è un ruolo che non va sottovalutato, è un baritono lirico che ha bisogno di molto legato, va molto su e molto giù, eh come ogni ruolo pucciniano presuppone un'emissione generosa; batte inoltre molto sul passaggio e su emissioni acute. Anche quando non canti devi poi fare qualcosa in scena, sei sempre in movimento. E' un ruolo complicatino insomma!
Da quanto canti, e da quanto canti Puccini?
Canto da 10 anni e ho sempre cantato Puccini, di Bohème ho fatto più di 130 recite, ma ho cantato anche Butterfly, le Villi a Genova, cerco comunque di tenermi su un repertorio lirico. Per il momento vado in questa direzione.
Puoi parlarci del vocalizzo? Come lo pratichi?
Il vocalizzo è il pane di ogni cantante e non passa giorno che non vocalizzi un'ora, un'ora e mezza. E' la palestra del cantante. Le vocali le faccio tutte, ma non solo tecnica, cerco di dare attenzione al legato. Il motivo per cui è importante vocalizzare è semplice: ti scaldi in un modo, poi arrivi sul palcoscenico ed è un altro mondo, la parrucca da fastidio, c’è la polvere dovuta al cambio scena, la sciarpa che va in bocca. La vocalità non è mai quella che studi a casa o in camerino. Devi saperti difendere quando sei sul palcoscenico; ecco perchè è importante vocalizzare. Nei miei due anni di studio con Graziano Polidori, il mio maestro a cui sono legatissimo, la voce si è molto sviluppata. All'inizio ero molto facile andare su, verso gli aucuti, ma lui mi diceva sempre di non confondermi, che ero un baritono!
Un baritono chiaro, ma con l'estensione del baritono?
Beh, ho fatto Trovatore, Puritani. Per certi ruoli cerco una vocalità che mi cambia di colore, ma con Marcello cerco una voce giovane. E poi non mi piace fare il vocione scuro. Anche se certi suoni, in certe vocalità, devi tenerli girati. Ma Marcello ti da la possibiltà di essere più generoso, di cantare più aperto, suoni che a lungo andare magari danno problemi alla vocalità. Ma qui non hai una vera aria, hai frasi difficilissime ma sono appunto frasi.

Veniamo ora a Mimì, alias Barbara Frittoli.
Com'è la vocalità del suo personaggio?
Abbastanza terrificante, anche perchè ho smesso di cantarla per 13 anni, è troppo pesante per i giovani – anche se normalmente viene cantata dai giovani: è una delle prime opere che i soprani cantano. Ma io la trovavo troppo pesante, e l’ho tolta dal repertorio dopo averla fatta al Metropolitan di New York e in molti alti teatri. Ho ricominciato proprio quest'anno a cantarla.
Quali sono i suoi futuri programmi?
Cosi fan tutte in Spagna, Nozze di Figaro a Monaco, poi in Giappone in torunée per questa Bohème, poi il Met, poi Parigi, ho un bel da fare!
Ha un soprano preferito?
Tanti, non ne cito una, farei torto alle altre. Ma quella che ha ispirato la mia carriera è la signora Mirella Freni. Mi ha ispirato nella scelta del repertorio, nel modo di far carriera: con le scelte, con i “no”, che sono necessari per avere una carriera lunga. A 27 anni ho rifiutato Ballo in Maschera, poi prima di fare Otello lo ho rifiutato un paio di volte, belle occasioni, con grandi direttori, ma meglio così.
Ci sono dei limiti per la sua vocalità?
Non saprei, forse per me l'opera più difficile è Luisa Miller, e poi Don Carlo, non saprei. Forse il mio limite è l'Idomeneo di Mozart, un personaggio molto grintoso, specie alla fine, è abbastanza pesante.

Concludiamo con Natale De Carolis e il suo “Schuanard”.
Natale, ma c'è un pubblico qua che applaude sulla musica, sembra lo stadio, sembrano i dischi anni ‘70 con Kraus. Non male vero?
Cavolo, sembra le vecchie opere, che quando entravano i cantanti applaudivano, oggi spesso c’è nei teatri lo stesso entusiasmo che c’è a funerale...
Da quanti anni sei in palcoscenico?
Al mio debutto, quasi 29.
Tu hai 52 anni e la tua voce non risente minimamente dell’età. Come si fa?
Non so quale è la necessità degli altri, per me è il repertorio adeguato. Ho passato 15 anni a cantare Mozart e Rossini, musica del ‘700 e un pò di barocco, non tanto, e il repertorio mi ha aiutato a costruire una tecnica adeguata per ruoli più importanti come musica francese, Werther, Carmen, Manon.
Come studi?
Intanto bisogna andare da un insegnante all'inizio, e che sia buono, che ti dia dei fondamenti importanti. Ora che ho esperienza, seguo artisti giovani all'Accademia di Stresa, e porto loro i miei decenni di esperienza in teatro. Bisogna avere persone di grande competenza. È come la medicina, bisogna andare dal medico giusto.
La voce non si vede e non si tocca. Come spieghi agli studenti l'appoggio?
Mah, è una cosa soggettiva, su questa tecnica dell'appoggio ci sono varie teorie, io su di me e sui giovani che seguo cerco di seguire le esigenze personali, seguendo anche le caratteristiche vocali, cercando l'appoccio dorsale e non solo diaframmatico, è un sostegno, più che un appoggio, ma è uno studio che va fatto singolarmente per ogni persona.

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