Concerti Savona Lunedì 13 gennaio 2003

PFM live a Varazze

Sempre la stessa energia di trenta anni fa, quasi inalterata. Sabato 11 gennaio la Premiata Forneria Marconi ha letteralmente stipato il Palasport di Varazze, ripercorrendo la propria gloriosa carriera artistica con una freschissima riedizione di “vecchi” (ma mai superati) successi.
Pubblico trasversale per quanto riguarda le generazioni: il brizzolato con famiglia al seguito; i trentenni che, conosciuta la PFM degli anni Ottanta, non hanno mai esitato a scorgerne le radici; i giovanissimi che, tra le novità dell’ultima ora, accolgono sempre con intelligenza l’affascinante disegno sonoro di una band italiana artefice del rock europeo.
Un’emozione durata più di due ore, generata all’inizio da alcune suggestive hit in inglese, all’epoca nate dalla penna del paroliere dei King Crimson, Pete Sinfield (Photos of Ghosts, River of Life, Promenade the Puzzle e Mr. 9’till 5). Ma c’è stato anche spazio per altri brani noti degli anni Settanta (Dolcissima Maria, La carrozza di Hans, Dove…quando e Il banchetto), senza trascurare né decennio successivo (Si può fare, Maestro della voce dedicata a Demetrio Stratos e Suonare suonare), né l’ultimo (La rivoluzione).

Franz Di Cioccio, al di là della performance ipercinetica da front man di razza – e si vede lontano un miglio che si diverte da matti – conferma la sua collaudata esperienza di batterista passionale e appassionato, nonché preciso (nel suo turbinio non c’è mai un colpo dato a caso).
La chitarra di Mussida corre continuamente sul filo della pelle d’oca, sia che si tratti di estrapolare le atmosfere mediterranee della acustica (bellissima la ritoccata e ampliata Peninsula), sia che ci si perda tra i grovigli pastosi della sua Les Paul (Altaloma ne è la dimostrazione lampante).
Fondamentale l’apporto di Flavio Premoli alle tastiere (tutte elettroniche digitali tranne il fedele moog): il suo pianismo avvince soprattutto nell’improvvisazione, introducendo Dove…quando con un passo alla Keith Jarrett.
Patrick Dijvas offre una sicurezza ritmica ricca di esperienza, con qualche accenno virtuosistico mai forzato e la capacità di stupirci, tirando fuori un flauto dolce per il brevissimo tema finale di Dolcissima Maria, un tempo eseguito da Mauro Pagani.

Da segnalare il ruolo insostituibile di Lucio Fabbri, sempre pronto a riempire dove ce ne fosse bisogno; e non solo grazie al suo magico violino, visto che da abile polistrumentista si è destreggiato, con tempismo e disinvoltura, tra chitarre (acustica e elettrica) e tastiera.
Ma la PFM ha anche un musicista appartenente alla nuova generazione: è il caso del batterista savonese Roberto Gualdi, all’altezza di sostituire Franz appena abbandonava le bacchette per il microfono.

Finale esplosivo con Impressioni di settembre, È festa/Celebration e, soprattutto, Il pescatore, un sentito omaggio all’amico Faber, scomparso .
Da segnalare il conferimento del Mandolino genovese, copia di un esemplare del Settecento, realizzato dal liutaio Antonello Saccu, assegnato come premio dagli organizzatori del Festival Internazionale di Mandolino: emozionante sentire improvvisare Mussida sulle prime note de Il banchetto con uno strumento che ha definito “leggero come una farfalla”.

Riccardo Storti
(Centro Studi per il Progressive Italiano)

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