Fibre Parallele, prima volta in Liguria con emorragia cerebrale - Savona

Teatro Savona Teatro Ambra Martedì 11 marzo 2014

Fibre Parallele, prima volta in Liguria con emorragia cerebrale

Savona - «Ci si è rotto il motore. Sì, quello dell'ossigeno per il capitone. Ora ci fermiamo». Un capitone? «Sì, è il nostro animaletto personale». Come mai proprio un capitone? «Ci siamo avvicinati all'idea di avere in scena una presenza viva, un essere animato che non fosse un umano, perché quando metti sul palco una cosa animata diventa immediatamente un catalizzatore di attenzione. Il capitone ci interessa perché è un anfibio, vive anche fuori dall'acqua, respirando dalla pelle. L'attaccamento all'acqua e questa natura di anfibio ci appartengono. Credo che sia così per chiunque cresca sul mare, sarà così anche per voi liguri, no? - questo attaccamento dico».

Riccardo Spagnulo mi racconta al telefono di Fibre Parallele, compagnia nata nel 2003 di cui è fondatore, attore e drammaturgo, insieme a Licia Lanera, attrice e regista, compagna di vita. Mi parla come se fossi in viaggio con lui e la storia si potesse raccontare solo a frammenti, al presente, in una serie di flashback che interrompono il qui-e-ora del suo viaggio verso la nostra regione: «ma lo sai che è il posto più lontano rispetto a dove viviamo noi?».

Nonostante ogni loro produzione si sia aggiudicata un premio e sia stata in tournée anche all'estero, in Liguria arrivano per la prima volta (grazie alla compagnia Kronoteatro e alla stagione di teatro contemporaneo KronoStagione Albenga) con Furie de sanghe - Emorragia cerebrale. Terzo di sei spettacoli in tutto, tra cui Mangiami l'anima e poi sputala, 2. (due), Have I none, Duramadre e Lo Splendore dei suppliziFurie de sanghe - Emorragia cerebrale è stato creato nel 2009, coprodotto con il Teatro Kismet OperA e Ravenna Teatro/Teatro delle Albe, con il sostegno dell’ETI – Ente Teatrale Italiano e in collaborazione con il Teatro Pubblico Pugliese, vincitore del bando Nuove Creatività. 
È in scena al Teatro Ambra di Albenga solo mercoledì 12 marzo 2014, ore 21.

«È uno spettacolo nato grazie all'ex-ETI che ci ha permesso un lavoro lungo 6 mesi in varie tappe. C'è poi stato l'aiuto logistico, ma soprattutto spirituale, di Ermanna Montanari e Marco Martinelli del Teatro delle Albe. Riteniamo sia un'opera abbastanza matura. Si tratta di un'operazione su due livelli: quello del significato racchiuso in alcune parole forti del dialetto barese arcaico che parliamo in scena e quello del significante: ovvero del suono e di tutto quello che si vede in scena, a cui si aggiungono i suoni di Demetrio Stratos che dialogano con le voci degli attori».

Una famiglia. Tre elementi che a un certo punto entrano in conflitto per l'arrivo di un nuovo componente: Felicetta. Sulla scena si sviluppa una feroce critica alle dinamiche sociali e patriarcali del nostro contemporaneo che trasferisce in un ambiente grottesco la simbologia archetipica, quasi da fiaba nera, dei rapporti di potere, si legge sulle note di regia. La famiglia è al centro di altri vostri lavori, che cosa rende il tema interessante? «È una delle cellule di questa nostra nazione soprattutto al sud. Io non sono ciellino, però credo che sia l'unico modo in cui la nostra società si possa esprimere. La famiglia è il posto dove si celano le più grandi cattiverie, dove si dissimulano le peggio storie sepolte che riappaiono sottoforma di confessioni, come in una trama di corte di un dramma shakespeariano». 

E la scelta del dialetto? «All'inizio ci spaventava un po' - un dialetto arcaico barese - ma poi abbiamo capito che era sì una scelta radicale ma anche identitaria capace di risuonare anche per pubblici esteri, diciamo già da Roma in su. Non abbiamo aperto il nostro dialetto per renderlo più comprensibile, al massimo rallentiamo un po'. Che poi è il teatro che te lo permette, con la sua magica combinazione di diverse arti: non è altro che un buon piatto da preparare con tanti ingredienti. Per farti un esempio, credo tu ricordi il successo di Crêuza de mä di De André all'uscita e la permanenza per settimane e settimane nella classifica mondiale dei brani più ascoltati, nonostante fosse in dialetto. Paradossalmente questo nostro testo sta per andare in scena in Germania, a Heildeberg, in una traduzione in un dialetto tipico dei contadini della Baviera per una mise en espace in cui molto del nostro testo è stato trasformato per essere adattato a una cultura di pianura e senza mare, con polli al posto delle cozze - sempre con il capitone però».

Da cosa nascono i vostri lavori? Testo, recitazione, temi urgenti? «Da ciò che ci colpisce, ci sciocca. Cose della realtà che non trovano risposta e che ti smuovono a immaginare come potrebbe essere se... All'inizio c'è una fase bulimica in cui accumuliamo, poi ci chiudiamo in sala e la costruzione si basa sul nostro ping-pong, sui litigi, si lavora su alcuni pezzi, ci si interroga, alla fine è una creazione fifty-fiftyla scrittura influisce sulla regia e la regia sulla scrittura. E poi ogni produzione ha la sua storia a sé. Furie de sanghe era la prima produzione in cui Livia e io lavoravamo con altri attori e con un capitone. Nell'ultimo lavoro, invece, Lo Splendore dei supplizi, siamo tornati alla formula originale con noi due che facciamo tutti i personaggi: otto. Si tratta sempre di una sfida poetica e del mezzo teatrale, una sfida tematica e alla nostra vocazione».

La prossima sfida? «Un obiettivo a lungo termine nasce dal lavoro laboratoriale che abbiamo portato avanti con gli anziani». Ma dove l'avete svolto in case di cura o in centri d'aggregazione locali? «Li abbiamo portati nella nostra sala prove e Licia li ha trattati da veri attori. È stata un'esperienza straordinaria al pari di quella condotta per due anni con i detenuti dell’Istituto Penale Minorile Fornelli di Bari - con cui abbiamo realizzato due studi dai titoli Homo Erectus e Juke box kamikaze».
Quindi quale sarebbe questo obiettivo a lungo termine? «È legato all'intenzione di lavorare su padri e figli, sul dialogo tra generazioni con altre compagnie europee, sarebbe una bella sfida far incontrare gli opposti. Quelle con i detenuti e con gli anziani sono esperienze che ci danno linfa vitale e irrorano il terreno del teatro che è arido. Ti riportano alla realtà delle storie e delle persone. Ti ricordano della potenza del teatro che non è mai solo uno ma è cambio, apparato, comunicazione, punto di incontro».

E poi che altro? Qualche produzione in lavorazione? «Probabilmente proseguiremo la nostra indagine su Michel Foucault. Licia è tornata dall'esperienza milanese, con Ronconi in Celestina, piena di entusiasmo e vitalità, insegnamenti. Dopo Lo splendore dei suplizi, che partiva da Sorvegliare e punire e sul concetto di suplizio e su come è cambiato nel tempo ora ci sposteremo su concetti successivi di Foucault. Il debutto sarà nell'estate del 2015».

E il capitone come sta? Qualcuno si è lamentato per questo animale in scena? «A dire il vero sta benissimo e poi l'abbiamo salvato da finire cucinato per il famoso piatto natalizio. Comunque il suo stato di buona salute si misura in quanto è cresciuto: 30 centimetri, non male no?»

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