Libri Savona Lunedì 17 giugno 2013

'Miracolo a Castelvecchio di Rocca Barbena', il romanzo di Ippolito Edmondo Ferrario

Castelvecchio di Rocca Barbena, piazza della Torre

Genova - Ce ne sono di tipi strani. Modesto Modestini, ad esempio. Quel giorno era in ritardo sulla sua quotidiana tabella di marcia. Per innata morigeratezza e profondo rispetto delle regole, mai avrebbe cercato di recuperare il tempo perduto, sottrattogli da un incontro imprevisto, pigiando l’acceleratore della vecchia Gina, la sua Fiat 850 Super, colore rosso, un tempo fiammante e ora sbiadito e tendente all’arancio.

Mamma Bruna lo aspettava come ogni giorno alle12 e trenta in punto per sedersi a tavola e servirgli il sempiterno minestrone di verdure dell’orto, a temperatura ambiente d’estate e fumante d’inverno. Era un rito, quello del pranzo con la mamma, al quale Modesto non si sottraeva mai, a meno che qualche suo paziente non fosse davvero incondizioni critiche e necessitasse della sua presenza. Ma anche in quel caso Modesto preferiva invitare il mal capitato a rivolgersi direttamente alla guardia medica o, in condizioni gravi, a chiamare l’ambulanza.

Quel venerdì Modesto si era attardato a parlare con la signora Natalina Castaldi, una novantenne affetta da demenza senile che abitava nell’appartamento accanto al suo studio medico e che ogni tanto, quando lo incontrava, accompagnata dalla badante peruviana, lo scambiava per il defunto marito, l’ammiraglio di Marina Pierleone Colombo, morto durante il siluramento della sua nave durante la seconda guerra mondiale. Un uomo tutto d’un pezzo morto da eroe nelle italiche acque in una notte d’estate del 1942.
Ogni tanto la signora Natalina, incrociando Modesto sul pianerottolo, lo guardava, poi gli prendeva il viso tra le mani accarezzandolo, intonava un vecchio canto della Marina Militare Italiana e lo invitava a tenersi da conto prima di salpare dal porto. Modesto, per non ferire i sentimenti della signora, si calava nella parte del marito e con un’aria un po’ stralunata, deglutendo per l’emozione e cercando le parole che un ipotetico eroe dei sette mari avrebbe potuto pronunciare, le prometteva che sarebbe tornato presto a casa, aggiungendo che la guerra era ormai finita.

Questa sorta di tragica commedia si ripeteva quasi settimanalmente, ma quel venerdì la signora Natalina pareva non volerlo lasciare andare via e nel tenergli strette le guance ossute e pallide, invocava su di lui la protezione della Santa Vergine e San Nicola, protettore dei marinai.
Modesto non le avrebbe mai potuto confessare che lui, quelle poche volte che andava in spiaggia, non prendeva neppure il moscone perché soffriva di mal di mare; così anche quel venerdì, sfoderando un linguaggio degno della migliore propaganda fascista, aveva dovuto darle tutte le rassicurazioni del caso sul suo ritorno a casa e sull’andamento della guerra. In uno slancio di vera commozione, prima che la badante peruviana mettesse fine a quello scambio di attenzioni tra moglie e marito, Modesto l’aveva pure salutata sfoggiando una sorta di saluto da ufficiale tanto per entrare meglio nella parte.

Dimessi così i panni dell’ufficiale gentiluomo d’altri tempi si mise in macchina. Il caldo di fine giugno lo attanagliava come una morsa, costringendolo non solo a tenere i finestrini dell’auto completamente abbassati, ma anche ad accendere laventola che risucchiava l’aria rovente esalata dall’asfalto e gliela riversava addossoilludendolo che fosse un poco più fresca.
Le curve della statale del Colle San Bernardo si susseguivano una dietro l’altra, a volte strette, a volte più dolci, in una danza che Modesto conosceva passo dopo passo: se non fosse stato un azzardo, avrebbe potuto mettersi al volante bendato, partendo da Albenga, dal suo studio più precisamente, per raggiungere casa sua e di sua madre a Castelvecchio di Rocca Barbena.

Da quando suo padre Alfio Modestini era passato a miglior vita, Modesto aveva preso in mano lo studio medico e ogni giorno della sua vita, ad eccezione dei festivi, si recava da casa allo studio e viceversa per vegliare sulla salute dei suoi amati pazienti.
L’estate non solo era alle porte, ma pareva determinata a sfondarle col suo alito tropicale che prometteva temperature da capogiro, certamente insolite per chi come Modesto abitava sulle prime alture liguri, nell’entroterra, lontano dal traffico della costa e dalle spiagge affollate di bagnanti che calavano regolarmente a inizio stagione da Torino e da Milano.
Per Modesto rientrare a casa, anche solo per il pranzo, era un po’ come tornare nel ventre materno, in una dimensione tutta speciale, al riparo dai pericoli quotidiani e dalle insidie della vita. Al suo paese tutti lo conoscevano e lo stimavano e si sentiva in qualche modo protetto. Lì, a parte rispondere a qualche telefonata, non aveva nessuna preoccupazione. A tutto pensava mamma Bruna che, al pari di una devota moglie, attendeva il ritorno del marito a casa per servirlo. Mamma Bruna era votata e sacrificata a quel figlio unico mai uscito di casa con la prospettiva di mettere su famiglia.

Modesto, nonostante il ritardo e il pensiero di far preoccupare mamma Bruna, cercava di godersi il panorama come faceva ogni giorno della sua vita quando rientrava al paesello. Quel paesello dal quale non si allontanava praticamente mai e nel quale sarebbe rimasto fino alla fine dei suoi giorni cercando di godere di tutta la tranquillità e serenità possibili.
Castelvecchio di Rocca Barbena, anticamente chiamato Castrum Coedani, era sorto come
postazione bizantina e antilongobarda e nell’XI secolo i potenti marchesi Clavesana vi avevano eretto un maniero, gli stessi marchesi che avevano poi fondato il vicino borgo di Zuccarello. Il paese nel tempo assunse il nome di Castrum Veteris e infine quello di Castelvecchio di Rocca Barbena. Nel corso dei secoli quel gruppo di case, cinto da mura e stretto intorno al castello, aveva visto l’avvicendarsi di nobili famiglie e di conquistatori bellicosi.

La strada che portava a Castelvecchio di Rocca Barbena prevedeva l’attraversamento di altri minuscoli paesi che agli occhi di Modesto, seppur non belli come il suo paese natio, erano graziosi e gai. Conosceva palmo a palmo quei borghi che sembravano dei minuscoli presepi sparsi qua e là nell’antica Val Neva, terra di passaggio e di insediamento fin dalle epoche più remote. Castelli, torrioni, vecchie mura, case vecchie di secoli pigmentavano di colore una natura impervia fatta di boschi, gole e aspri picchi spesso avvolti da nuvole scure.
Quando Modesto arrivava nei pressi di Zuccarello sentiva nascergli dentro quel senso di pace che provava quando arrivava a casa, quasi fosse una sorta di antipasto, di assaggio di quella quiete che annusava come il profumo di basilico del minestrone di mamma Bruna. Il profumo che faceva pensare a Modesto al suo amato paese era proprio quello della pietanza materna.

Zuccarello invece, il paese che precedeva Castelvecchio di Rocca Barbena, rallegrava Modesto anche solo per il nome: gli evocava immagini di zucche dolcissime da mangiare, di piccoli orti, di aie curate traboccanti di gladioli, di portici freschi e ombrosi dove cercare rifugio nelle ore più calde del giorno o la sera dopo cena.
Modesto, con un ritardo di ben quindici minuti, parcheggiò la Gina sotto il pergolato ricoperto di uva sultanina e uscì dalla scatola di lamiera arroventata, stiracchiandosi come un granchio rimasto acquattato per troppe ore in un anfratto. Si allentò il nodo della cravatta, abbinata al vestito di grisaglia chiara, che gli sembrava stretto come un nodo scorsoio.
Modesto sfiorava il metro e novanta di altezza, per settanta chili che parevano arrotolarsi su se stessi quando si metteva al posto di guida per poi srotolarsi come una vecchia pergamena incartapecorita quando scendeva. Qualche acciacco fisiologico dovuto all’approssimarsi dei cinquantacinque anni poi complicava queste manovre che compiva quotidianamente.

Accompagnato dal ticchettio delle lamiere del cofano e dei pistoni consunti del motore Fiat, salì la scala di pietra esterna alla casa color mandarino che si affacciava sulla provinciale e che dava l’impressione di dominare tutto l’abitato sottostante di Castelvecchio di Rocca Barbena.
La porta era aperta. Modesto entrò fischiettando un motivetto del Carosello, più precisamente quello della pubblicità di China Martini. Appoggiò la sua valigetta all’ingresso, si tolse le scarpe per indossare un paio di pattine confezionategli da sua mamma e, riempiendosi le narici con l’aroma di minestrone che profumava la casa ormai da anni, giunse in cucina dove abitualmente madre e figlio mangiavano. La sala era riservata solo per i pranzie le cene nelle occasioni speciali, ovvero per Natale, Capodanno e per il compleanno di Modesto, il 30 giugno. Anche in quelle occasioni erano sempre madre e figlio a pasteggiare insieme, ma al di fuori di queste l’uso della sala da pranzo, se non per vedere la tv, era tabù.

«Sono tornato» si annunciò Modesto avanzando dalla penombra del piccolo disimpegno con passo felpato senza ricevere risposta. Si tolse la giacca e si slacciò l’ultimo bottone della camicia di lino azzurra. Si trascinò in cucina dove mamma Bruna aveva già apparecchiato la tavola e lo stava aspettando guardando fissa il telegiornale che raccontava di tragedie vicine e lontane.
«Come è andata?» gli chiese la donna senza togliere lo sguardo dallo schermo come se fosse stata ipnotizzata.
«Le solite visite del venerdì: la signora Oddoero per la pressione, il signor Fenoglio con la
congiuntivite, i coniugi Parodi per la solita visita di controllo, don Faraldi che mi ha portato le analisi del sangue» rispose Modesto prima di inghiottire il primo cucchiaio di minestrone profumato e ristoratore. Il suo risucchio nell’ingurgitare il minestrone suonò per mamma Bruna come un segno di apprezzamento sincero.
Ci fu una pausa tra la prima cucchiaiata e la seconda, riempita dalla voce petulante del cronista che raccontava l’ennesimo scandalo politico all’italiana. Oramai non se ne contavano più.

Madre e figlio rimasero per alcuni istanti come sospesi e galleggianti in una placenta fatta di pensieri remoti e intimi, come anestetizzati dal profumo di finocchietto selvatico e di basilico che saliva dai loro piatti. Passarono i minuti e mamma Bruna parve per un attimo tornare da quell’esperienza extracorporea.
«Dicono che l’Ernesta è tornata a casa guarita. Me lo hanno detto Antonio e Liliana stamattina. In paese parlano solo di lei» gorgogliò mamma Assunta seguendo l’esempio di Modesto e ingurgitando una cucchiaiata brodosa carica di verdure.
Modesto non parve per nulla toccato dalla notizia che gli giungeva nuova e inaspettata. Il sapore della minestra, il fresco della casa e le immaginidello schermo erano un catalizzatore troppo forte, una sorta di magnete che gli obnubilava i sensi, cullandolo in una specie dilimbo mentale. Mamma Bruna, dopo questa fugace notizia, riprese a risucchiare avida la minestra, sbocconcellando insieme un pezzo di pane del giorno prima che ditanto in tanto ammorbidiva nel brodo.

Solo dopo una decina di minuti, il cervello di Modesto si destò dal sonno e riprese lentamente a elucubrare sul presente. Il telegiornale era finito, mamma Bruna stava già sparecchiando e alle sue spalle si levava un rumore familiare di acqua e di stoviglie. Un intenso aroma di caffè stordì subito dopo Modesto ricordandogli che il primo pomeriggio incombeva. Dalla finestra aperta arrivava il canto delle cicale che frinivano nella campagna martoriata dal sole. La tenda trasparente della porta finestra che dava sul balcone si muoveva in modo impercettibile. Non c’era un alito d’aria. Quandomamma Bruna gli portò la sua tazza di caffè fumante, Modesto ebbe come un anelito di vita.

«L’Ernesta guarita? Ma non era terminale?» sussultò lui cercando di trovare un passaggio, in tutto il ragionamento, che gli sfuggiva.
«Se non lo sai tu… Antonio l’ha vista tornare dall’ospedale con il marito. Ha detto che il tumore è regredito e sta guarendo», aggiunse mamma Bruna impegnata a sfregare i tegami.
Modesto appoggiò le labbra alla tazza e cercò conforto nella bevanda nera. Non lo trovò.
Ernesta Riolfo era una sua paziente storica. Sessant’anni suonati, aveva scoperto un cancro alla pleura qualche mese prima e, dopo una serie di analisi approfondite, all’Istituto dei Tumori di Milano le avevano dato qualche mese di vita. Modesto conosceva Ernesta da sempre, era la moglie di Remigio Riolfo. Abitavano in una della case prossime al castello dei Carretto. Lei casalinga e lui taglialegna e agricoltore. Avevano vissuto tutta la vita al paese senza mai muoversi, esattamente come Modesto. Solo il cancro di Ernesta li aveva obbligati ad andare a Milano per la prima volta nella loro vita.

«L’Ernesta guarita» ripeté Modesto aggrottando la sua fronte spaziosa e passandosi una mano tra i pochi capelli neri e unti disposti secondo una chierica naturale, frutto di una calvizie giovanile.
Una primitiva e flebile ansia mista a stupore giunse a turbare la pacedi casa Modestini. Quella notizia, quella voce di paese, quella guarigione così inconsueta e non prevista, veniva in qualche modo a turbare la loro quiete. Non che la povera Ernesta dovesse morire, ma la notizia della scomparsa lo avrebbe toccato molto meno di questa della sua improbabile guarigione. L’ultima volta che Modesto l’aveva vista e visitata, era stato un mese prima e non l’aveva certo trovata in condizioni tali che facessero sperare una sua guarigione. Per dirla tutta aveva già un piede nella fossa e Modesto, parlando con un suo amico impresario funebre di Albenga, Alfredo Scaiola, gliela aveva segnalata come sua possibile e futura cliente.

«Quando tu perdi un paziente, io acquisto un cliente!” aveva detto tutto riconoscente Alfredo al dottore, chiedendogli di tenerlo informato sul decorso della signora. La donna, già da settimane non si muoveva dal letto, mangiava sempre meno e la notte aveva bisogno dell’ossigeno per respirare. Quella guarigione, se vera, aveva del miracoloso.
Modesto sorseggiò il caffè, si tolse gli spessi occhiali da vista con la montatura in tartaruga, e fece un lungo respiro. Nel pomeriggio non aveva visite e aveva previsto di rimanere a casa sua, in attesa del sabato, il giorno che da sempre era quello della festa. Decise che nel tardo pomeriggio sarebbe passato all’Antica Osteria alla Posta di Antonio e Liliana per meglio approfondire questa storia e capire se fosse il caso di passare a visitare la signora Ernesta. Subito dopo avrebbe fatto una puntatina a Zuccarello per passare un po’ di tempo con Matilde, come faceva almeno due o tre volte alla settimana.

Il rumore di un trattore sulla strada provinciale lo infastidì e lo fece appena sporgere dalla sedia per vedere fuori: era Vittorio Figaia, uno dei suoi pazienti. Trigliceridi alti e rischio di perenne cirrosi epatica, pensò Modesto osservandolo sfrecciare dal paese in direzione Vecersio sul suo trattore Same Saturno. Molto probabilmente stava tornando da qualche osteria della vallata dove, vista l’ora, aveva preso l’ennesimo bianco o un caffè corretto.
Modesto dimenticò in fretta la storia bizzarra della guarigione di Ernesta e tornò nel suo torpore mentale. Si consolò con l’idea che da lì a poco avrebbe visto Matilde. Secondo un’abitudine mai interrotta in anni di relazione avrebbero preso insieme un gelato al limone, avrebbero passeggiato sotto i portici di Zuccarello sotto gli sguardi amichevoli dei compaesani di Matilde, molti dei quali suoi pazienti. Magari si sarebbero spinti fino al castello, ormai ridotto a rudere, per lasciarsi andare a qualche bacio e a qualche timida carezza, ma niente di più. Il loro era un amore eterno, platonico, che nulla aveva a che fare con i sensi e la carnalità. Era affinità mentale unita all’aver condiviso insieme più dispiaceri e sofferenze che gioie.

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