Weekend Savona Lunedì 25 marzo 2013

Spiagge di Ponente: da Varigotti a Capo Noli, tra nudisti e ombrelloni

Varigotti: Punta Crena

Genova - Se Finale fosse un colore sarebbe il grigio-verde metallico degli uliveti. Se fosse una costruzione sarebbe un teatro greco, con le fasce al posto delle gradinate a creare ondulate geometrie. Sì, se fosse un movimento sarebbe un’onda.
Nelle giornate di vento gli ulivi si piegano in flussi lunghi che fanno fremere le pendici scalinate dall’uomo per strappare terra alla montagna, alzandosi al cielo. Eppure per molti, forse soprattutto per chi non la conosce, Finale è solo sinonimo di mare. Trasparente e pulito, perché a Finale l’acqua è più bella.

D’estate basta passare un sabato o una domenica, i giorni in cui le spiagge libere si riempiono di altri liguri, per sentir questa frase ripetuta più volte. Dipende dalle correnti, ma la spiegazione prima è geologica, la roccia calcarea che si vede a ridosso della costa sotto forma di scogliere, promontori, guglie e pinnacoli sta anche sul fondo marino. Perché Finale è prima di tutto la sua pietra chiara, rosata che ha accolto i cacciatori del Paleolitico nelle grotte scavate dal carsismo, che ha offerto sassi stondati per i muretti a secco, che ancor prima i Romani avevano iniziato a coltivare e che poi è stata depredata nelle cave. Finale è un mondo minerale, è le sue falesie, le sue pareti di appigli famosi in tutto il mondo. Se le spiagge e l’acqua sono così dipende, anche, dalla roccia, dalla pietra del Finale, quel calcare morbido e impastato di sedimenti fossili e corallini che si è formato milioni di anni fa nel mare tiepido e poco profondo.

Come le Dolomiti, anche il Finalese è un fondo marino emerso, ma in epoca più recente. Le gobbe calcaree del Finalese sono i monti pallidi del Ponente, dove il mare si è solo ritratto di poco. I finalesi sembrano ricordare che il territorio in cui vivono un tempo era coperto dal mare e se devono parlare di massi o rocce sui loro terreni, sulle fasce, li chiamano scogli. Gli scogli dell’entroterra.

Dalla Caprazoppa a Capo Noli ci sono più di 5 km di sabbia, scogli, ciottoli e ghiaino e di mare molto bello. Si può godere di tutto ciò fondamentalmente in due modi: andando in uno stabilimento, in un bagno, oppure scegliendo una spiaggia libera. Nel primo caso le opzioni sono tante, dipende da quanta strada uno vuol fare prima di rimanere in costume: davanti al paese gli stabilimenti sono una ventina e anche Varigotti è altrettanto servita. Varigotti è la cartolina più nota di Finale. Perché anche Varigotti è Finale, anzi è il borgo marinaro antico, quello della Piazzetta dei pescatori, con le barche sulla spiaggia di fronte alle case mediterranee colorate di rosso, rosa e giallo. Giustamente le foto vengono scattate prima che inizi la stagione o dopo, quando non ci sono sdraio, ombrelloni, lettini e pedalò.
Ho visto questa immagine e mi son detta quest’estate vado lì. Ma quando ci sono arrivata, un fine settimana di luglio, il caos di sdraio, ombrelloni, lettini e pedalò mi ha respinto, le case colorate quasi non si vedevano più.

Sono risalita in macchina e ho tirato dritto. E oltre la galleria ho trovato Goa. C’era questa spiaggia protetta da un paretone di roccia, un po’ più bassa rispetto alla sede dell’Aurelia, e sulla spiaggia c’era tanta gente, giovani per lo più, sui trenta, con le tende, i dreadlocks, i cani, le canne.
Tante canne. L’aria era densa di hascisc, il rumore del mare era coperto dal pulsare dei bonghi e da qualche chitarra. Era la mia prima volta a Finale, nel 1998, non credevo ci fosse un posto così. Con un’acqua così. Una Liguria così. Con Cristiana abbiamo steso l’asciugamano sulla sabbia e dopo un po’ il pulsare dei bonghi si è accordato al ritmo delle onde ed è diventato battito cardiaco. Quel posto si chiamava Malpasso. Non ha cambiato nome, ma il clima da Woodstock è finito. Non si campeggia più e c’è il divieto di accesso ai cani. È sempre una spiaggia libera, attrezzata però, perché offre docce calde, assistenza e un buon bar. In cambio, da maggio a settembre, si chiede il pagamento per l’ingresso. Chi vuol stare comodo affitta il lettino o la sdraio, chi vuol stare scomodo si stende sulla stuoia, sull’asciugamano o sul pareo e lotta tutto il giorno con la sabbia che gli scartavetra la schiena.

Ma il contatto con il terreno è una posizione ancestrale da cui scaturisce quel senso di libertà che la vita civile, in cambio d’altro, ha perso. Quasi più che camminare a piedi nudi, stare seduti a terra, anche se con il diaframma di un tessuto, è un modo diretto per ricongiungere il nostro corpo con la natura, per riconoscersi parte della natura, è il primo passo per tornare in equilibrio con sé, con gli altri e con il mondo. È un po’ come tornare bambini. E, a parte le abrasioni di questa sabbia vetrata sulla pelle già scottata dal sole, regala un beneficio fisico. Comunque bisogna esserci portati, bisogna volerlo, ma almeno una volta vale la pena di provare. E così, seduta a terra in mezzo a tante altre persone sedute a terra ho iniziato una vita di mare nuova. Con il dorso appoggiato allo zaino, o a uno dei massi di calcare sparsi qua e là.

Col tempo ho scelto la spiaggia libera di San Donato, quella tra le due gallerie, più vicina a casa. Un’estate si era creata una sorta di comune diurna, in cui ci si scambiava il cibo, nessuno consumava ciò che aveva portato, ma qualcosa ricevuto da altri che a loro volta avevano ottenuto qualcosa in cambio.
L’accampamento si ricreava ogni mattina, ciascuno di noi arrivava con il proprio ombrellone, la stuoia ecc., poi piantava la tenda vicino a quella di un amico, intanto iniziava a raccontare qualcosa – nelle poche ore serali e notturne in cui non eravamo tutti insieme succedeva sempre qualcosa da raccontare – e in breve i discorsi si intrecciavano fra loro. Ma si poteva anche stare in silenzio, leggere un libro, provare a leggere un giornale – il vento a Ponente a volte è impietoso – oppure fare le parole crociate, anche quelle in gruppo. Eravamo una decina di persone, tra alcuni di noi sono nati legami molto forti.

Quel flusso ininterrotto di scambi, di parole, di attenzioni, emanava calore, gli altri ci guardavano con simpatia, attaccavano bottone, e allora l’accampamento si dilatava ancora un po’, giorno dopo giorno... E a volte anche di notte, come accadde una settimana con un gruppo di ragazzi di Ivrea che, attrezzati con materassini e coperte, in spiaggia rimanevano a dormire.
Per loro il muraglione di roccia di Capo San Donato era diventato casa, se alla sera andavano a cena in paese lasciavano lì le masserizie e pure gli strumenti musicali e, per un miracolo che forse non si sarebbe più ripetuto, ritrovavano tutto, come se avessero chiuso a chiave una porta inesistente. E nessun vigile ha mai pensato di dar loro una multa per campeggio abusivo. Chi arrivava in spiaggia al mattino presto, li trovava ancora imbozzolati nei sacchi a pelo, protetti dall’ombra della roccia. Erano loro, quell’estate magica, i veri custodi della spiaggia. E a volte di giorno diventavano musicisti e i loro suoni coprivano il rumore delle onde. L’accampamento era una sorta di villaggio globale, quasi autarchico, in cui le distanze culturali e fisiche si annullavano.

L’assenza dei vestiti era la prima barriera abbattuta, il recupero di un linguaggio originario, immediato. Un corpo nudo trasmette innanzitutto l’apertura alla comunicazione, prima ancora del senso di questa. Certo, nessuno di noi praticava il nudismo, in Liguria severamente vietato, eravamo in costume come i frequentatori degli stabilimenti, ma ci cambiavamo, ci spogliavamo con minore o maggiore discrezione sempre alla luce del sole.
L’unica spiaggia naturista del Ponente è la baia di Punta Crena, a Varigotti, ma c’è sempre la volta in cui dal mare arrivano le forze dell’ordine. Certo, almeno lì potrebbero chiudere un occhio, la spiaggia è veramente al riparo da occhi indiscreti, raggiungibile con una calata sulla roccia con l’aiuto della corda fissa, oppure dal mare, con i pedalò o a nuoto. Ma dal molo di Varigotti non ci arriva quasi nessuno, tutti scendono con sprezzo del pericolo dalla scarpata rocciosa.

Lo spiaggione di San Donato è un organismo vivo che si dilata e decresce, quando il mare toglie sabbia al muraglione la porta sotto il Castelletto, all’estremità opposta. E viceversa. Sono rarissime le occasioni in cui si crea il passaggio che permette di salire a piedi asciutti sul moletto di questa sontuosa casa privata (un tempo era una torre di avvistamento). È accaduto nel 2008, in spiaggia non si parlava d’altro, i finalesi non ricordavano da quanti anni la natura non avesse fatto loro questo regalo.

Oltre la parete di roccia su cui svetta il Mausoleo del generale Caviglia, lo spiaggione ha un’appendice nascosta, ma nota a tutti: la spiaggia del Covo, dal nome del locale notturno che da sopra torreggia nella sua improbabile architettura di semi-rudere. La prima caratteristica di questa spiaggia, che i frequentatori chiamano la spiaggetta, è che a volte c’è, altre volte non c’è. Il fatto che un luogo possa non esserci è metafisico oltre che affascinante.
Chissà cosa ne direbbe Augé. Ovviamente l’esistenza della spiaggetta dipende dalle maree, dai venti e dalle mareggiate, ma la sua personalità è talmente forte che se ne parla anche quando l’acqua la copre tutta, trasformandola in mare. Il luogo comune della spiaggetta è nelle estati pari c’è, in quelle dispari non c’è: a volte il mare porta così tanta sabbia da creare un corridoio ai piedi del muraglione permettendo così l’accesso direttamente dalla spiaggia di San Donato. Nell’ultimo decennio in effetti questo è avvenuto soprattutto nelle annate pari. Ma più spesso la spiaggetta del Covo è una piccola baia raggiungibile solo scavalcando il muro del porto turistico.

Che la spiaggetta sia un luogo particolare, capace di esercitare una forte attrattiva anche su soggetti non marini, credo sia avvalorato da due episodi, da due presenze fugaci ma eccezionali: un fagiano maschio, con piumaggio lussureggiante, nell’estate del 2011, e un capriolo, che ha lasciato l’impronta dei suoi zoccoli sulla sabbia nella primavera burrascosa del 2012.
A proposito degli scogli della spiaggetta, tra i non assidui, tra i frequentatori occasionali che però almeno un’altra volta ci sono stati, circolano le più bizzarre teorie: il mare quest’anno ha portato queste rocce, che forza!, oppure chissà perché hanno messo qui questi scogli, forse per scoraggiare la gente a stare in questa spiaggia, teoria a cui fa seguito eh sì, perché
la vogliono privatizzare... Ma gli scogli ci sono da tempo immemore e a volte la sabbia li copre, sommergendo totalmente i più bassi. Nessuna gru li porta o li asporta, nessuna mareggiata, neanche la più violenta ne aggiunge di nuovi.

Lo scoglio più bello è la poltrona, una splendida chaise-longue di pietra bianca che sembra disegnata da Le Corbusier, su cui sdraiarsi a leggere mentre l’acqua lambisce i piedi. Intanto, forse, qualcuno dorme nella grotta, protetto da un sistema di tende. Anche la spiaggetta può diventare casa, se chi, come un mio amico, non avendo momentaneamente un alloggio decide di portarci la griglia e alla sera si cucina carni profumate. E poi, quando viene buio, monta la tenda tra gli scogli più estremi e si gode la luna rossa che galleggia sul mare.
Ma quando è ridotta a un labirinto di massi la spiaggetta diventa il luogo ideale per riposare, con o senza un libro. La gente è poca o pochissima.
A volte ci sono stata da sola per ore. Poi però verso le tre di pomeriggio, puntuali come se li portasse una corriera svizzera, arrivano ragazzini a grappoli, scavalcano il muro del porto, scendono urlando tra gli scogli poi si arrampicano a piedi nudi sul paretone di roccia e dal punto più alto si tuffano a bomba. Senza voler fare considerazioni su un’attività potenzialmente molto pericolosa, la sala di lettura a quel punto diventa inagibile.

Oltre a San Donato e Malpasso, spostandosi verso Capo Noli ci sono altre calette, minuscole, in cui la gente si toglie il costume e sperimenta la meravigliosa sensazione del bagno nudo: Le piscine e Gli archi sono i nomi di queste oasi di nudità, troppo spesso legate a storie di guardoni e di esibizionismo, che della scelta naturista sono le declinazioni meno naturali.

Lorenza Russo

(C) Il Melangolo

Scopri cosa fare oggi a Genova consultando la nostra agenda eventi.
Hai programmi per il fine settimana? Scopri gli eventi del weekend a Genova.

Oggi al cinema a Genova

La casa delle bambole Ghostland Di Pascal Laugier Horror 2018 Pauline e le due figlie adolescenti, Beth e Vera, ricevono in eredità una vecchia villa piena di cimeli e bambole antiche che rendono l'atmosfera tetra e inquietante. Durante la notte, due intrusi penetrano nella casa e prendono in ostaggio le... Guarda la scheda del film