Attualità Savona Mercoledì 2 maggio 2012

Da Sarah Scazzi a Melania Rea. Roberta Bruzzone e il libro 'Chi è l'assassino. Diario di una criminologa'

Genova - Davvero si può arrivare a uccidere per amore? In tutta onestà non lo credo possibile. O meglio, si può arrivare a uccidere per amore, sì, ma per amore di se stessi. Un perverso, dannoso, sbagliato amore per se stessi che trasforma ogni frustrazione in un’onta terribile da lavare con la vendetta e la violenza. Un amore che riduce l’altro a un mero oggetto da esibire, al pari di un abito firmato, un bel paio di scarpe o un orologio di marca, per dimostrare a noi stessi, e agli altri, che valiamo pur qualcosa. Questo tipo di amore, fragile e assolutamente autoreferenziale, è in grado di uccidere. Senza dubbio.

Tentare di analizzare la dinamica che ha condotto una persona a uccidere il proprio partner pone delle difficoltà di fondo difficilmente superabili. In primo luogo proprio per il tipo di legame tra vittima e carnefice, persone che dovrebbero amarsi ma tra le quali, purtroppo, qualcosa non ha funzionato. E questo qualcosa a un certo punto ha generato una grande confusione all’interno del legame, trasformando l’amore in odio verso se stessi (in primis) e verso l’altro. Giungere a delineare le reali motivazioni alla base di un gesto estremo come l’omicidio del proprio partner o ex partner, spesso l’unica incursione criminale nella vita dell’assassino sino a quel momento, non ha solamente a che fare con il contesto culturale, morale e sociale respirato quotidianamente dai protagonisti.

C’è un’altra dimensione in cui dobbiamo entrare se vogliamo davvero comprendere. Sotto l’etichetta di delitto passionale o affettivo si nascondono infatti i peggiori demoni e, tra questi, una sorta di affettività maligna e possessiva che distorce l’importanza e la visione dell’altro agli occhi dell’assassino, riducendo il legame a una simbiosi asfittica e irrealizzabile. Non amore dunque, ma un cocktail letale di fragilità, frustrazione crescente, immaturità e dipendenza è alla base di questi omicidi, perché non esiste amore, degno di tale nome, che affermi il proprio diritto a esistere attraverso la violenza, la menzogna, l’umiliazione e la costrizione. Forse è giunto il momento di cominciare a chiamare le cose con il loro nome.


Sono davvero molti gli studi e le ricerche a livello internazionale che negli ultimi anni si sono occupati di violenza all’interno della coppia. Lo studio condotto da Holmes&Holmes nel 1994, ad esempio, afferma che all’interno di circa il 50% delle coppie sposate si sia verificato almeno un episodio di violenza diretta tra i coniugi.
In particolare l’omicidio del partner (o dell’ex partner) è uno dei crimini più diffusi a livello nazionale e internazionale. Anche secondo i dati 2009 di Telefono Rosa (www.telefonorosa.it), l’atto violento all’interno delle mura domestiche non è mai isolato, ma rappresenta l’espressione costante e continua di un comportamento maschile teso a rendere e mantenere la relazione di genere in forte asimmetria di potere. Anche i dati istat del 2007 in tema di molestie e violenze sessuali, mettono chiaramente in luce come in Italia oltre la metà delle donne tra i 14 e i 59 anni abbia subito almeno una molestia sessuale, un ricatto sessuale sul lavoro o una violenza, tentata o consumata, nel corso della sua esistenza. E a commettere questo genere di
crimini sono per lo più soggetti che rientrano nella rete di relazioni della vittima. Nella stragrande maggioranza dei casi infatti gli autori di questi comportamenti violenti/criminali sono persone ben conosciute e molto vicine alle vittime.

Se poi consideriamo nello specifico le aggressioni (fisiche e/o sessuali) consumate (ossia portate a termine), la vittima ha una relazione intima pregressa o ancora in essere con l’aggressore nel 65% dei casi (sia esso il coniuge o il convivente o l’ex coniuge/convivente, il fidanzato o l’ex fidanzato). Gli sconosciuti compaiono in questa black list solo nel 3,5% dei casi.
Quando parliamo in particolare di omicidi di donne, un dato salta agli occhi in maniera decisamente allarmante: dal 35 al 70% (a seconda della localizzazione geografica dei dati raccolti) degli autori di questi omicidi è il partner o l’ex partner della vittima. Le percentuali più elevate di questo tipo di omicidi le riscontriamo nei paesi di matrice islamica anche se i paesi occidentali non sembrano da meno. In America negli ultimi dieci anni circa il 35-40% delle donne assassinate trova la morte per mano del partner attuale o pregresso, mentre in Europa le percentuali variano dal 40 al 50%. Secondo la Now (National Organization of Women) americana ogni giorno in media negli Stati Uniti 5 donne vengono assassinate dal proprio partner (presente o pregresso) per un totale di circa 1600 l’anno.

Le percentuali di altri importanti studi di settore condotti dalle più importanti e accreditate agenzie americane poco si discostano da questo andamento.
Ciò sembra essere drammaticamente in linea con quanto si verifica nel nostro paese, se pensiamo al dato delle 200 donne uccise nel 2009. Si calcola inoltre che circa il 15% degli omicidi commessi in Italia nei confronti di donne dal 2002 al 2008 sia stato preceduto da atti di stalking di gravità variabile messi in atto da parte dell’offender.


Gli uomini che uccidono
sono generalmente uomini avvezzi a commettere atti violenti all’interno della coppia. Spesso questo genere di uomini si comporta in maniera violenta nei confronti della compagna come valvola di sfogo per tutta una serie di possibili eventi stressanti che lui sperimenta nella sua vita all’esterno della coppia. E allora un ottimo pretesto per comportarsi in maniera violenta e abusante può essere un problema sul lavoro, una crisi finanziaria o sociale o non aver trovato posto allo stadio per la partita della squadra del cuore. In sostanza sembra trattarsi, nella maggior parte dei casi, di uomini che hanno letteralmente perso il controllo sugli aspetti della loro vita esterna alla coppia.

Per questi uomini il controllo totale della propria compagna rappresenta spesso l’ultimo baluardo nella loro misera esistenza per conservare un briciolo di autostima. È per questo che l’abbandono da parte di quest’ultima, reale o minacciato che sia, viene considerato semplicemente inaccettabile per questi soggetti, ai quali non resta nulla a parte lo spietato controllo nei confronti della loro vittima prescelta. Non riescono ad abdicare dal ruolo di dominatori incontrastati della vita dell’altra, spesso disprezzata proprio per la passività che essi stessi hanno generato in anni di continue umiliazioni, vessazioni e percosse. E allora uccidono.
In estrema sintesi questo è il ritratto che emerge dai tanti, troppi casi che giungono all’attenzione della cronaca giudiziaria: maschio, tra i 35 e i 45 anni, nella maggior parte dei casi l’assassino convive ancora con la vittima all’epoca dell’omicidio, ha un passato di violenze all’interno della coppia, tende a sviluppare una forte dipendenza emotiva nei confronti della partner e confonde tale vissuto con una forma d’amore incondizionato verso quest’ultima.

In molti casi sembra trattarsi di soggetti con un disturbo borderline di personalità, contrassegnato da ambivalenza affettiva, rabbia esplosiva, tendenza alla manipolazione. Per questo genere di soggetti l’aumento dell’autostima dipende molto dal progressivo annullamento dell’autostima della loro vittima-partner. Il livello socio-economico di questi uomini è tendenzialmente medio-basso così come la sfera occupazionale; in molti casi l’autore di un omicidio passionale ha alle spalle una famiglia d’origine problematica e tende ad agire da solo.


Per quanto riguarda invece chi subisce questo genere di atti violenti estremi, dai vari studi di settore emergono le seguenti caratteristiche:
1. Il rischio di diventare la vittima di un cosiddetto delitto privato sembra significativamente più alto tra i 20 e i 40 anni con un’età media di 35 anni.
2. Nella stragrande maggioranza dei casi parliamo di una vittima di sesso femminile.
3. La maggior parte di questi delitti avviene all’interno delle coppie sposate o che convivono da lungo tempo.
4. Spesso all’interno della coppia la vittima occupa una posizione subalterna, che viene lucidamente rinforzata dalle continue violenze (verbali, fisiche, sessuali e morali) da parte del partner.
5. È proprio la messa in discussione di tale asimmetria nel rapporto da parte della vittima a scatenare in molti casi l’escalation che porterà, magari dopo un intervallo significativo, al delitto.
6. Se la vittima ha subito atti violenti da parte del partner anche durante la gravidanza, questo dato rappresenta un amplificatore del rischio di andare incontro a morte violenta per mano del proprio compagno. Queste donne, infatti, secondo la letteratura specialistica in materia, hanno il triplo delle possibilità di morire per mano del proprio partner rispetto alla generalità della popolazione.

È questo lo scenario vittimologico e criminologico in cui mi trovo a operare in qualità di criminologo investigativo e forense. Sono principalmente questi i crimini che vengo incaricata di ricostruire nel minimo dettaglio, attraverso l’analisi psicologica e criminalistica della scena del crimine. Fortunatamente tra le cosiddette scienze forensi ci sono molte alleate che mi accompagnano in questo viaggio complesso e terribilmente delicato.

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