Libri Savona Venerdì 27 maggio 2011

Dylan Dog e Giovanni Freghieri: intervista a un disegnatore dell'Incubo

Genova - «Craven Road, avete detto? Sì, numero 7». Il taxi si ferma, il cliente scende. L'inquadratura si sposta, la panoramica mostra un portone in legno. Al centro, sotto al campanello, una targa in bronzo legge «Dylan Dog, indagatore dell'Incubo».

Una sequenza familiare ai lettori dell'omonimo fumetto, ancora di più a Giovanni Freghieri che la ha disegnata tante volte. Disegnatore da sempre - dicono che già da bambino, alle elementari, passasse spesso e volentieri il suo tempo a disegnare eroi di carta sotto al banco - da più vent'anni firma le storie dell'ironico investigatore privato.
Dalle nebbie di Piacenza, dove è nato, a quelle della Londra in bianco e nero di Tiziano Sclavi, Freghieri ha portato sulla carta migliaia di storie per i più grandi editori specializzati italiani con il suo tratto preciso, sensibile e inconfondibile che lo ha reso l'autore forse più importante nella storia di Dylan Dog. A Savona sabato 28 maggio 2011 per la mostra multimediale Inchiostro d'autore - Dylan Dog dal Fumetto al Cinema, organizzata dal collettivo DietroLeQuinte, ci ha raccontato il suo personalissimo legame con l'Indagatore dell'Incubo.

Nel 1985 la Bonelli la chiama per Martin Mystere. Nel 1989 la prima storia di Dylan Dog. Come è stato il primo incontro con l'Indagatore dell'Incubo?
«Mentre lavoravo per Martin Mystere mi hanno chiamato per Orrore Nero, uno speciale su Dylan Dog, forse perché era quasi un concittadino di Tiziano Sclavi, forse perché ero già allora molto veloce ed essendo di provincia avrei potuto rendere bene le atmosfere cimiteriali richieste dalla sceneggiatura. Per me è stato abbastanza traumatizzante ed emozionante passare a lavorare per un mito come Dylan Dog, non tanto con l'albo speciale quanto con il primo numero normale, il 40 Accadde Domani di Tiziano Sclavi. È stata una prova davvero impegnativa, anche perché ho dovuto confrontarmi per la prima volta con le atmosfere londinesi della sceneggiatura».

La prima volta che ho visto un suo albo era proprio quel numero 40. Oggi non posso non notare quanto quel Dylan le somigliasse. Ha ceduto alla tentazione dell'autoritratto?
«È una somiglianza assolutamente incidentale, forse abbiamo in comune la testa grossa ma non ho contribuito in alcun modo alla definizione del personaggio caratterizzato da Claudio Villa. Ovvio che ogni disegnatore metta un po' di se stesso, che si cali nel personaggio, ma si tratta di un processo inconscio. A volte, per esempio, mi accorgo che quando Dylan ride, lo faccio anch'io e quando è pensieroso o stupito il mio volto assume quelle stesse espressioni. È inevitabile, si tratta di una sorta di transfert».

Il suo Dylan è cambiato molto negli anni, pur rimanendo molto personale. È stata una scelta maturata insieme alla Bonelli o è cambiato il modo in cui vede il personaggio?

«Si tratta di un'evoluzione naturale del mio stile. È stata una mia scelta, a Bonelli andava bene comunque. Volevo fare un Dylan più educato, cioè renderlo meno caricaturato e più realistico. Ho notato che questa evoluzione è stata apprezzata, tanto che il mio Dylan pare piaccia molto alle ragazze».

Da allora ha continuato a seguirne la storia editoriale e lo ha visto cambiare. Dall'orrore puro, splatter, alle tematiche sociali, fino ad arrivare alla versione più soft che conosciamo oggi. Cosa pensa di questo percorso?
«È stata una scelta editoriale ben precisa. Sergio Bonelli non è solo un imprenditore, ma una persona seria, appassionata, non un commerciante. Sa benissimo che inserendo più sesso, splatter e sangue venderebbe più copie ma questo non gli interessa. Le storie di Sclavi sapevano essere forse splatter ma era uno splatter ironico, né ridicolo né violento, alla Quentin Tarantino per capirci. Aveva la capacità di creare scene violente senza fare un'apologia della violenza, senza che questa fosse fine a se stessa. Si tratta quindi di una scelta etica del mio editore che io condivido».

C'è una storia in particolare che è felice di aver potuto disegnare?
«Forse Il Monastero (Speciale Dylan Dog nr. 10, ndr) e L'esercito del male (Albo Gigante di Dylan Dog nr. 9, ndr). Sono due albi con un'ambientazione insolita, più misteriosa, che mi hanno permesso di creare atmofere gotiche, situazioni dark che amo molto. Mi piace usare la fantasia».

Oltre a essere considerato uno degli autori più importanti dell'Old Boy, dicono anche che lei sia uno dei più veloci. Una volta ricevuta la sceneggiatura, come si articola il suo processo creativo?
«Nel corso di 40 anni ho realizzato più di 15.000 tavole, lavoro 6-7 ore al giorno, mi ritengo fortunatissimo nel fare questo lavoro. Sono autonomo e mi dò delle scadenze, orari che mi hanno sempre permesso di essere in largo anticipo nella consegna dei lavori e questo è sicuramente un aspetto apprezzato. Vado a Milano per prendere la sceneggiatura, comincio a studiarla in treno e una volta a casa mi documento per l'ambientazione e i particolari. Tutti sanno com'è il Big Bang ma io devo studiarlo bene, vedere quanti piani ha e quante finestrelle ci sono. Amo disegnare le atmosfere buie, scure, notturne e le donne, molto meno realizzare le divise dei poliziotti: non lasciano abbastanza spazio alla fantasia».

Dylan Dog è forse il fumetto più ricco di citazioni, a tutti i livelli, che conosca. Immagino che alcune di queste nascano dalla matita del disegnatore...
«In realtà non accade quasi mai, qualche battuta di Groucho di tanto in tanto, ma il resto lo fa lo sceneggiatore».

A cambiare negli anni è stata anche la situazione del fumetto in Italia. Oggi c'è quello seriale da edicola, fatto di grandi numeri, e quello da libreria vende in tutto 9000 copie. Come vede questa situazione?
«In Italia c'è ancora l'idea che il fumetto sia sottocultura, una cosa per bambini, cultura di serie C: una situazione ben diversa rispetto a realtà come quella francese. Il fumetto in edicola vende perché ha una continuità e una tradizione - pensiamo a Tex - mentre quelli n libreria sono difficili da proporre perché ci sono ancora molti pregiudizi. Il mercato in Italia è chiuso, si respira un'atmosfera scoraggiante. C'è una crisi culturale generalizzata dove ristagniamo e la cultura stessa è divisa in compartimenti stagni. C'è uno zoccolo duro che resiste, oltre c'è l'impossibilità di trovare nuovi sbocchi creativi, nuova linfa».

Il fumetto italiano è ancora di carta. Modelli di vendita a parte, vedrebbe come un evoluzione un Dylan in formato iPad?

«Per quanto mi riguarda non riuscirei a pensare a Dylan su un supporto diverso dalla carta. Il libro non è solo osservare ma anche toccare, sentire l'odore e il fruscio della carta, chiuderlo senza dover spegnere qualcosa, aprirlo senza dove accenderlo. Il risultato è forse meno spettacolare di uno schermo ma assolutamente più affascinante e mette in gioco sensi diversi».

Un altro Dylan multimediale, quello del fim di Kevin Munroe Dylan Dog: Dead of Night è stato massacrato da critica e pubblico in Italia e negli Stati Uniti. Lo ha visto?

«No e neanche lo vedrò. So che mi deluderà a priori. Non mi interessa vedere il risultato hollywoodiano di un qualcosa che abbiamo fatto qui, in una dimensione intima come quella della nostra redazione. Non mi affascina vedere i grandi mezzi e la potenza di Hollywood».

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