Weekend Savona Sabato 9 maggio 2009

San Pietro in Varatella

Genova - Dal casello autostradale di Borghetto S. Spirito (SV), sull'autostrada A10, aperto al traffico nel 2005, si risale la S.P. N° 60 per Bardineto.
Superato l'abitato di Toirano, attraverso splendidi ambienti coltivati a ulivo, in cui sono evidenti le tracce di una antropizzazione discreta e non invasiva risalente alle epoche più remote della storia, si prosegue fino a raggiungere il caratteristico Salto del Lupo, grande ponte arditamente gettato sulla Val Varatella. Da qui, affacciandosi nel vuoto sottostante, si intravvede l'antica via della valle che ha rappresentato, sino alla fine del 1.800, la principale strada di collegamento tra il mare e l'Alta Val Bormida.

Il salto del Lupo nasconde nel suo nome un'antica leggenda, che racconta come un tempo fosse questa una contrada selvaggia e isolata, in cui non era infrequente per il viandante venire assalito da branchi di lupi famelici.
Avvenne così un giorno che un lupo, colto isolatamente, venisse inseguito dai cacciatori. Giunto in prossimità del baratro, oltre quaranta metri, e trovandosi perduto perchè sentiva sempre più vicini il latrato dei cani che lo inseguivano e il vociare dei cacciatori, piuttosto che farsi raggiungere e uccidere tentò il salto dalla parte opposta. Inutile dire che non vi riuscì, e cadde nel vuoto e nel torrente sottostante, sfracellandosi e scomparendo fra i flutti impetuosi.

Si continua fino al paesino di Carpe, di cui ancora nel tracciato urbanistico si riesce a indovinare la sua origine di antico borgo medievale.
Poco oltre, in prossimità di una curva con ampio posteggio, si raggiunge un panoramico poggio che lascia correre la vista dal mare di Borghetto alla cresta di rupi calcaree che fanno corona alla Val Varatella. Tutto questo comprensorio è ricco di grotte e testimonianze della vita e della fauna preistorica.
Da questo poggio, in lontananza, immerso nella boscaglia, un occhio attento può intravvedere il grande ingresso della grotta della Giara, che conservava un tempo ingenti depositi di resti di ursus speleus, con gli anni depredato.
La prima parte di questa grotta è costituita da un'ampia galleria orizzontale caratterizzata da due grandi stalagmiti a forma di giara, ornata da belle vaschette concrezionate colme d'acqua, che probabilmente hanno dato il nome alla grotta stessa. Al termine, attraverso uno stretto cunicolo si ha accesso ad una seconda galleria con riempimenti argillosi ricoperti da colate calcare.
È in questa galleria, il cui percorso è spesso reso disagevole da stretti e bassi passaggi che costringono a procedere strisciando immersi in più di un palmo d'acqua, che un tempo si potevano ammirare i resti scheletrici di ursus speleus e di altra fauna pleistocenica (il Pleistocene è un'epoca geologica compresa fra 1,8 milioni e 10.000 anni fa).

Continuando verso Bardineto, dopo alcuni chilometri si giunge al Bric Alzabecchi, caratteristico sperone roccioso ben individuabile poche centinaia di metri prima della Casa Cantoniera, ritenuto, nei secoli passati, luogo di raduno notturno delle 'basure' (streghe).
Si affrontano ancora stretti e ripidi tornanti per poco più di un chilometro e, prima di svalicare dal giogo di Toirano e iniziare la discesa verso Bardineto, in prossimità del Km. 18, si imbocca la stradina sterrata sulla destra.
La si segue, facendo attenzione al fondo in più punti sconnesso, percorrendola fino al suo termine. E lungo il percorso si può ammirare, sul bordo a monte della strada, chiuso da un tombino, il primo pozzo di dieci metri che sprofonda nel buio della grotta Cycnus.

Al termine di questa sterrata, un sentierino conduce, in poco meno di due chilometri, alla sommità del Monte San Pietro, da più parti visibile e riconoscibile per la sua forma tondeggiante. Anche da lontano, sulla sua cima spesso avvolta dalle nebbie si può intravvedere la sagoma di una costruzione. È l'abbazia di San Pietro in Varatella, antico monastero ricco di storia e di leggende.

«Durante l'impero di Nerone - riporta un'antica cronaca, di cui i documenti originali sono andati perduti, ma discretamente attendibile data la serietà degli storici che in passato ne hanno asserita l'esistenza - San Pietro, venendo da Antiochia, pervenne sul monte detto Varatella con alcuni discepoli e con la moglie e la figlia. Qui innalzò al vero Dio una Chiesa, che fu la prima costruita in Italia. Si fece radere i capelli e la barba e li pose nella chiesa 'fino al giorno del Giudizio'. Lasciò poi nel luogo la moglie, la figlia e i discepoli e partì alla volta di Roma per combattere Simon Mago e i suoi seguaci».

Nel 405 Desiderio, vescovo di Langres, originario di Bavari, diretto verso la Francia fece visita alla primitiva cappella, consacrandola e lasciandovi parecchie reliquie di Santi e alcune maglie della catena con cui San Pietro era stato legato prima di venire ucciso. Queste maglie sono oggi conservate nella chiesa parrocchiale di Toirano.
La cappella primitiva fu quindi consegnata alla cura degli eremiti, che vi soggiornarono fino all'801, quando Carlo Magno la donò alla regola di San Benedetto, insieme a numerosi terreni circostanti.

Sotto l'impulso benedettino si sviluppò un grande monastero, che portò ai contadini del toiranese numerosi benefici.
I monaci introdussero la coltivazione dell'ulivo, degli alberi da frutto, insegnarono i principi dell'agricoltura, sotto il loro impulso venne imbragliato il torrente Varatella che con le sue contuinue piene aveva reso il terreno circostante una gigantesca palude.
Alle prime donazioni di Carlo Magno seguirono altre da parte di vescovi e di nobili che stimavano quell'opera e quegli sforzi immani per migliorare la condizione di vita di quelle povere genti.

Ma con il passare dei secoli la potenza e l'acquisizione di beni e di privilegi trasformò l'amministrazione dell'abbazia in una mera attività economica. Si svilupparono così interessi che crearono conflitti con le vicine autorità di Toirano.
D'altro lato, il monastero subiva sempre più l'influsso dei potenti del tempo. Il culmine fu raggiunto nel 1300, quando, come era in uso nella vita religiosa di quel tempo, venne nominato abate un figlio dei marchesi del Carretto, potenti signori del Finalese.
Costui, uomo dissoluto e violento, sottopose i monaci a una tale serie di eccessi e violenze che, alla fine, resosi odioso, mentre attingeva l'acqua del pozzo venne spinto dentro e affogato.
I superiori della Chiesa, per porre fine a questa situazione che oramai andava protraendosi nel tempo, nel 1315 decisero di passare il monastero sotto la cura dei Certosini di Casotto, in Piemonte. Fu questa una decisione che riuscì a portare fra quelle antiche mura il primitivo senso religioso, e il monastero rivide nuovi momenti di rispetto, al punto che il padre priore ottenne l'incarico di fondarne un altro nel trevigiano.

Ma per il Monastero di San Pietro i tempi stavano cambiando. I monaci che si recavano a isolarsi fra quelle rupi difficilmente accessibili erano sempre più rari. Mancando i restauri la costruzione andava sempre più cadendo in distruzione, e i pochi monaci che ancora vi si trovavano dovettero abbandonare parte delle stanze perchè in un grave stato di rovina.
Il monastero cessò la propria attività religiosa nel XV secolo, definitivamente abbandonato per lo stato decadente in cui era venuto a trovarsi.
Nel 1525 ebbe un ultimo sussulto di vita, quando, per sfuggire all'epidemia di peste che si era scatenata, i monaci, che si erano trasferiti nella nuova Abbazia in Toirano, vi si rifugiarono per qualche tempo.

Oggi, di quel potente monastero resta una silenziosa costruzione in pietra esposta ai venti e spesso avvolta dalle nebbie, di cui intorno si possono individuare le tracce delle antiche abitazioni, che parla di duemila anni di vicissitudini affrontate per mantenere vivo il ricordo del passaggio del primo Padre della Chiesa, e mantiene nascosti, chissà in quale recondito recesso, in quale oscura grotta, antiche sepolture di monaci e di misteri religiosi.

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