A Savona in scena 'Il caso Fenaroli'

Teatro Savona Fortezza del Priamar Lunedì 11 agosto 2008

A Savona in scena 'Il caso Fenaroli'

Savona - Qualcuno ha definito il teatro di Fabio Sanvitale, teatro investigativo. «Effettivamente - afferma l'attore e regista - è lo strumento da me privilegiato per indagare la realtà e il mistero». Il caso Fenaroli è forse tra i primi grandi casi di cronaca nera rimasti pieni di zone scure e capace di occupare in modo febbrile l'attenzione pubblica alla fine degli anni '50. «In 20mila - continua Sanvitale - alle 5 di mattina aspettavano la sentenza». Ora la storia è entrata nel teatro di narrazione di questo artista - parte dello storico gruppo Florian Teatro D'Innovazione di Pescara - che ama il mistero e vede nel teatro di Kantor il suo punto di riferimento - in scena mercoledì 13 agosto, alla Fortezza del Priamar, all'interno del Festival del Giallo organizzato dai Cattivi Maestri.

Al centro della vicenda l'omicidio di Maria Martirano, moglie di Giovanni Fenaroli, titolare della Fenarolimpresa, strangolata probabilmente da Raoul Ghiani, un elettrotecnico, conoscente di Fenaroli, smascherato dalla testimonianza - dopo un lungo interrogatorio e a 2 mesi di distanza dal fatto - del ragioniere della ditta, Carlo Sacchi. «Era il 1958 e in Italia era la prima volta che un killer, un mandante e un pentito facevano il loro ingresso sulla scena criminale italiana. Figure come queste erano parte di un immaginario che rimandava a New York, non certo all'Italia dell'epoca in pieno boom economico». È questa la prima ragione che ha portato Sanvitale ad appassionarsi alla storia, ma fra le tante storie italiane mai chiarite come mai scegliere proprio questa? «L'altro aspetto è l'ossessione mediatica che ha ricevuto questo fatto di cronaca, che è andato avanti tra indagini processi e vari gradi di giudizio per 10 anni, concludendosi con due ergastoli ma anche molti dubbi. Anche se la raccontasse una persona qualunque, questa è una storia assolutamente avvicente, è un intreccio fitto di colpi di scena. Se poi guardiamo alla sostanza e alle varie sfumature la vicenda diventa infinita, per questo ho fatto una selezione».

Come si trasforma il teatro di narrazione ne Il caso Fenaroli e quale il tuo obiettivo?
«Il primo obiettivo era di tipo teatrale e trovare la giusta coniugazione tra teatro e mistero, quindi escludendo quell'aspetto di impegno civile che solitamente caratterizza il nuovo teatro di narrazione; che poi in parte è presente perché anche in questo lavoro si riflette sul tema della giustizia. E poi c'è dentro ovviamente tutta la mia passione per il mistero, che in tempi ipertecnologici mi sembra ancora un ambito dove si ha a che fare con le molte sfacettatture della realtà». È partita così un'inchiesta giornalistica attraverso vari archivi e l'incontro con alcuni testimoni, fino a recuperare le tracce registrate delle voci dei protagonisti dell'epoca e, con la collaborazione di alcuni funzionari di polizia, Sanvitale si è impegnato in una rilettura della documentazione disponibile, nell'ottica di inserire nello spettacolo prospettive diverse sia dal punto di vista investigativo che scientifico.

Dal punto di vista registico come si articola lo spettacolo? E, rispetto al Vajont di Marco Paolini per esempio, cosa cambia? «In scena sono solo, ma ripercorro il caso giudiziario avvalendomi appunto di voci fuori scena e immagini da cinegiornali dell'epoca a cui si aggiungono alcune fotografie, che si intersecano al racconto andando ad illustrare vari aspetti della storia. Rispetto al Vajont, in scena ci sono molti più oggetti, cosìcche la scena risulta più ricca, e tutto quello che sale sul palcoscenico con me aiuta il racconto dal punto di vista visivo ma anche storico per riportarci indietro nel tempo e ricostruire i vari ambienti, contestualizzando il racconto. La parte delle voci fuori campo è un elemento stilistico in cui credo molto che dà robustezza a tutto l'impianto. Per tornare al confronto, la ricerca non è come nel Vajont tesa alla denuncia, piuttosto a un approfondimento psicologico e filosofico del fenomeno. Quello che tento di fare è cercare di capire quella folla di 20mila che aspettava la sentenza, il suo perché».
Ma quali sono i punti di riferimento di questo artista? Tra le figure della contemporaneità, Sanvitale sente di aver imparato molto da Marco Baliani, ma crede nella lezione di punti di riferimento più lontani nel tempo, anche se riconosce la forza del nuovo teatro di quarantenni come il regista Fabrizio Arcuri e Roberto Latini, interprete e regista.

L'interesse per il mistero e la cronaca nera ha portato Fabio Sanvitale alla collaborazione con Vincenzo Mastronardi, psichiatra e criminologo nonché docente universitario, per un progetto editoriale su tre volumi, già presentato l'anno scorso all'interno di Autunnonero. Il primo volume uscirà a novembre per il Centro Scientifico Editoriale di Torino, specializzato appunto in materia giuridico penale. Ma si tratta di saggi o romanzi? «Sono saggi brillanti, in cui insieme a Mastronardi abbiamo riaperto tutti i fascicoli di tre casi storici italiani di cronaca nera: il primo, tra il 1939 e il 1940, è quello della Saponificatrice di Correggio, forse la prima serial killer donna in Italia, la Cianciulli; il secondo è dedicato alla morte di Lugi Tenco; il terzo è incentrato sullo Smemorato di Collegno, nella Torino degli anni '20».
Mentre porta in tournée Il caso Fenaroli e il Giulio Cesare - inizialmente una produzione con otto interpreti, oggi ridotta all'osso per ovvie ragioni economiche - anche questo lavoro costruito intorno alle zone d'ombra della vita e della morte di Giulio Cesare - Sanvitale porta avanti il Progetto Fenaroli che prevede «una serie di spettacoli che riguarderà proprio i casi storici di nera a partire dalla Cianciulli».

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