Concerti Savona Martedì 8 luglio 2008

Sheryl Crow, una notte a Savona

Genova - L’abituale appuntamento estivo con Just Like a Woman, inizia a Savona il 7 luglio. Di scena Sheryl Crow, artista americana, ex corista di Michael Jackson, da considerarsi una star mondiale se si considerano i 18 milioni di dischi venduti. La conosco poco, ma non posso perdermi l’occasione di "approfondire".
La fortezza del Priamar è a pochi metri da casa mia e ci arrivo con largo anticipo, per cercare di captare il feeling da concerto, come mio uso. Non vedo molta gente, ma il biglietto numerato dà la possibilità di un arrivo all’ultimo minuto.
Sheryl passa tra i presenti e si infila nel bar adiacente all’entrata, raccogliendo i primi timidi applausi e qualche foto. Percorro il cunicolo che porta al "cortile" e la prima cosa che noto è la mancanza di banchetti dedicati al merchandise, un'abitudine per chi sente l’esigenza di legare l’evento a qualcosa di "palpabile".
E pensare che esattamente un anno fa, nello stesso luogo, venivamo stupiti da John Mayall che, prima e dopo la performance, si faceva promotore in prima persona della vendita dei suoi prodotti!

Mi siedo e do uno sguardo "tecnico" al palco. Abituato ormai a stage minimalisti, mi colpisce la ridondanza delle chitarre. A sinistra un box con ogni ben di Dio, tra Gibson, Stratocaster e Telecaster. Mi giro a destra ed è la stessa cosa, con presenza massiccia di acustiche.
Con un po’ di ritardo Ezio Guaitamacchi, direttore artistico, annuncia l’inizio della rappresentazione ed inquadra il contesto.
Come noto il filo conduttore è il Tributo alle Regine della Musica, donne che «hanno combattuto nell’arte e nella vita per un ruolo più dignitoso e consapevole nella società».
In particolare il presentatore evidenzia l’impegno politico, sociale ed ecologico di Sheryl, ma la sensazione è che il pubblico sia già preparato e documentato.
Ma da chi era composta la platea? Tante coppie (ho "trascinato" anche mia moglie), qualche musicista doc (Roberto Gualdi, ex PFM), qualche autorità locale, il tutto per una fascia di età media tra i 30 ed i 50 anni.

Il concerto inizia. Sul palco sono in 9 ed è per me un record (solo con Clapton ho visto 10 musicisti). Oltre alla Crow ci sono due chitarristi (in alcuni momenti saranno quattro , se si aggiunge Sheryl ed il tastierista), un bassista , l’uomo alla Keyboard (una sola), batteria, percussioni e due coriste. Grande ridondanza per un palco davvero suggestivo.
Una parentesi. La locazione destinata a questi eventi è per me ottimale. L’acustica è buona, l’ambientazione fantastica e le luci proiettate sulla parete di pietra del retropalco aumentano il fascino del luogo.
Unico neo la capienza, ma credo che almeno un centinaio di posti siano rimasti vuoti, ed è stato un vero peccato perdersi la vitalità e l’arte di questa ragazza di 46 anni.

Iniziamo e lei tenta di snocciolare qualche parola in italiano, ma ha poco successo. Il concerto è strutturato in modo da avere nella parte centrale una fase più acustica, legata al nuovo album Detours, un riassunto della sua vita, tra impegno sociale, amori e lotta contro il cancro.
Ma si sa, il nuovo ha bisogno di metabolizzazione, e l’accompagnamento della platea, tra cori e movimento ritmico di mani e piedi (il legno aiuta), arriva solo nei brani più conosciuti o comunque in quelli più cadenzati e rockeggianti.

L’impressionante numero di chitarre a cui accennavo non sono in bella mostra per caso. Ad ogni brano, e sottolineo ogni, c’e’ un rapido cambio, cosa davvero inusuale. Il bravo chitarrista solista, fa sfoggio di buona tecnica e fantasia ed in alcuni momenti assomiglia ad un Keith Richard trentenne, ma a mio giudizio, la varietà dello strumento utilizzato non ha portato valore aggiunto alla qualità dell’esecuzione. Sezione ritmica sostenuta, grazie anche al "doppio percussionista", cori efficaci, canzoni tra il ballabile e l’easylistening.

Lei, musicista polistrumentista, è l’indiscussa regina e propone il tipico suono americano che tanto piace ai cultori della musica folk e country. Tra cover di Cat Stevens (The First Cut is the Deepest) e brani del nuovo album (Love is Free), il maggior coinvolgimento arriva con le hits.
Il ritornello di If it Makes you Happy è cantato all’unisono da pubblico e palco, così come All I Wanna Do fa muovere i corpi e alimenta ricordi. My Favorite Mistake è il brano che ho preferito (appena tornato a casa l’ho riascoltato, con Sheryl ospite di Clapton).
100 minuti di buona musica con un’interattività tra gruppo e platea, sempre crescente.

Giudizio positivo, serata piacevole. Una sola nota antipatica. Le direttive (non so esattamente di chi) impedivano lo scatto di foto e riprese varie. È tipico di queste situazioni, anche se poi "le maglie si allargano" e qualche possibilità nasce sempre. Questa volta l’impegno della security è stato costante e noioso.
Ma è così deleterio avere una foto che ci ricorderà per sempre l’evento?

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