Concerti Savona Lunedì 29 ottobre 2007

A Savona tra violini e schitarrate

Genova - Giovedì 25 ottobre. al Teatro Chiabrera di Savona, ho assistito ad un concerto particolare. Mi riferisco al Rock Symphony, che ha voluto ripercorrere le tappe fondamentali del Rock Progressivo. Gli attori di questa magnifica “azione di buona volontà” sono molteplici, ma una prima divisione tra differenti entità è dichiarata, e risiede all’interno del progetto stesso.
Mi riferisco ad un gruppo Rock Prog, i Nathan, e all’Orchestra Sinfonica di Savona; il risultato è una miscela che un tempo avremmo potuto chiamare tra sacro e profano, ma con cui tutti i grandi gruppi progressive si sono cimentati, anche in tempi recenti (vedi gli Yes nel 2000).

La cornice è fantastica e il Teatro Chiabrera garantisce l’elemento suggestivo, oltre alla buona acustica. Incontro tanti amici, i soliti ammalati come me, qualche forzato che, come direbbe qualcuno influente, “cosa ci azzecca questo con la musica?”, e poi mi accorgo di conoscere di vista almeno un paio di musicisti.
La scaletta è da palati esigenti e prevede brani che possono essere considerati pilastri del genere. La prima immagine riguarda la disposizione on stage: il frontman e leader dei Nathan, Bruno Lugaro, suona il basso e divide la parte vocale con la splendida presenza di Monica Giovannini, voce davvero interessante.
Sulla sinistra Esposito, un tastierista dalla strumentazione minimalista (rispetto a ciò a cui ci aveva abituato il prog), e non aver più bisogno di un Hammond con Leslie è sicuro segno dell’evoluzione tecnologica. Sanfilippo, il batterista, resta un po’ nascosto - ma è abbastanza tipico del ruolo - e comunque si percepiscono bene i suoi tempi dispari.

La cornice è perfetta. Ho davanti a me la possibilità di vedere/ascoltare un concentrato di quanto più ho amato (meno i Jethro Tull), cioè la musica di gruppi che in tempi antichi e recenti ho ascoltato assiduamente, e poco importa se non è fruibile dai legittimi proprietari. Lugaro, prima di iniziare Close to the Edge degli Yes, evidenzia come sul palco ci siano i Nathan, cioè musicisti “normali”, e questo segno di umiltà, questa ammissione di capacità solo umane rispetto agli Dei irraggiungibili del Rock, nulla toglie alle emozioni che la musica riuscirà a suscitare nel corso della serata.
Lego questo concetto ad un’altra espressione del bassista, che evidenzia la grossa difficoltà di creazione ed esecuzione di brani difficilissimi, nati negli anni ‘70, cioè un’era in cui in Italia era in voga la gara di Canzonissima.

Mi rendo conto di non essere più in grado di sottolineare gli eventuali risvolti negativi di fine concerto. Quando riesco a provare qualche emozione nel corso della performance, giudico che l’artista sul palco abbia fatto bene il suo mestiere. In questa occasione di brividi ne ho provati a più riprese, in brani diversi. Se mi trovo in questa situazione, il segnale parte da sotto la nuca e si ferma alle ginocchia, e spesso rimane per alcuni secondi. Troppo bello da provare, difficile da spiegare. Il primo forte sintomo l’ho ricevuto dopo un minuto di And You and I degli Yes, uno dei miei pezzi preferiti. Elementi determinanti, la voce di “Monica/Anderson”, fusa con gli archi dei musici presenti. Una sensazione indescrivibile.

Segnalo altri due momenti catartici. Il primo riguarda l’esecuzione di The great gig in the sky, dove Monica dimostra una grande estensione ed ecletticità, emulando l’intenso ed interminabile vocalizzo di Clare Torry. Ma l’apice si raggiunge (o meglio, lo raggiungo) quando il direttore d’orchestra posa le dita sulla tastiera del piano a coda ed attacca Firth of Fifth. Selling England by the Pounds rappresenta per me la perfezione targata Genesis. Menzione a parte per Song for America: ammetto di conoscere poco i Kansas, ma avevo bene impresso il fantastico brano proposto in questa occasione. Mi ha colpito particolarmente il pezzo di violino di un orchestrale, che ha saputo strappare applausi a scena aperta.

Musica, pubblico, ambiente, voglia di comunicare. Volendo fare giusto un minimo di critica, direi che non è emersa la grinta da palco, quel “fare anche un po’ di scena” tipico di certi animali da palcoscenico. Forse la presenza austera di una vera orchestra, l’emozione o la concentrazione su pezzi obiettivamente difficili hanno un po’ legato la band, tranne Monica che mi è parsa più sciolta, e meritava più successo nel suo tentativo di coinvolgimento che qualche mese fa, sullo stesso palco, tanto bene era riuscito a Franz Di Cioccio. Una nota di merito a Lugaro, che rappresenta l’anima del gruppo e del progetto stesso.

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