Concerti Savona Lunedì 23 luglio 2007

Dee Dee Bridgewater a Savona

Sul palco della piazza d’armi del Priamar di Savona, nell’ambito di Just like a Woman, con la direzione artistica di Ezio Guaitamacchi e l’organizzazione di Massimo Sabatino di Energie Multimediali, domenica 22 luglio 2007 è salita una vera Signora del jazz mondiale: Dee Dee Bridgewater.
La cinquantasettenne stella di Memphis – Tennessee (straordinaria fucina di talenti e di etichette discografiche della musica nera americana, oltre che di Elvis), cresciuta in una famiglia di musicisti, principia giovanissima una carriera musicale che l’ha portata a diventare l’erede della grande tradizione del canto femminile di Billie Holiday, Dinah Washington ed Ella Fitzgerald.
Il curriculum delle sue collaborazioni è ricchissimo, da Max Roach a Sonny Rollins, da a Dexter Gordon, inequivocabile attestato di una cifra artistica elevatissima. Ma da qualche tempo è principalmente impegnata a portare in giro per il mondo i frutti del suo incontro con la musica e la cultura del Mali, iniziato nel 2004 con un viaggio nel Paese dell’Africa Occidentale.

È lei stessa a spiegare subito al pubblico, parlando lentamente in un inglese ben comprensibile, le ragioni di questa sorta di "riattraversamento" dell’Atlantico, un itinerario a ritroso alla ricerca delle sue radici ancestrali. Quel che ne viene fuori è una fusion raffinata e nel contempo vivace, originale, scoppiettante, dai suoni coloratissimi.
L’accompagna in quest’avventura che ha, tra l’altro, portato alla pubblicazione del suo ultimo disco Red Heart – a Malian Journey una band che vede affiancare nella line-up ai collaudati compagni di viaggio Edsel Gomez al pianoforte, Ira Coleman al contrabbasso ed anche direttore musicale, Minino Garay alla batteria e percussioni, una serie di bravissimi musicisti maliani. Così possiamo apprezzare Yakhouba Sissokho alla kora, un’arpa–liuto a 21 corde, strumento principe dell’etnia mandinka, Moussa Sissokho allo djembé, il tamburo "a calice" proprio dell’area, e Lansine Kouyate al balafon, "cugino" dello xilofono. Spicca, in particolar modo, Baba Sissoko un eccellente polistrumentista, che dà il suo meglio, suonando il tamani, il "tamburo parlante" (strumento così definito per la sua capacità di emettere suoni diversi nello stesso tempo e perfezionato proprio dagli ascendenti della sua famiglia, importante dinastia di griots, i tradizionali cantastorie maliani che tramandano cultura, storia e tradzioni del Paese) e lo n’goni, un antichissimo liuto diffuso nel Sahel.
Dee Dee ospita spesso, accanto sé nel corso della sua esibizione, Kabine Kouyate e Fatoumata Diawara, rispettivamente voce maschile e femminile, due giovani cantanti molto dotati e di buona prospettiva.

È bello notare come le corde della grande tradizione jazz e blues americana si sposino alla perfezione con la ritmica inebriante della scuola maliana. Perfino i duetti, in forma di "botta e risposta" in due lingue molto diverse tra loro, paiono via via trasformarsi in un tutt’uno armonico. Sul palco si sorride, si balla, ci si diverte, è palpabile la gioia nel suonare e, naturalmente, questi sentimenti sono trasmessi in platea.
La sua voce è splendida, sensuale, versatile, alterna momenti dolcissimi a scatti rabbiosi. La scaletta della serata riprende, in gran parte, i titoli, spesso e, per nulla a caso, bilingui dell’album Red Heart – a Malian Journey. Apre con Afro Blue di Mongo Santamaria, diventato quasi una specie di suo inno, Demissènw (Children Go’ round) col pensiero rivolto ai bimbi di ogni latitudine, Mama Digna Sara Yé (Mama Don’t Ever Go Away), dedicata a tutte le mamme (e le nonne!) del mondo.
Suggestiva Djarabi (Oh My Love), che le consente di coinvolgere un pubblico, subito un po’timido e, poi, da lei sollecitato, decisamente più partecipativo; bellissime ed estremamente trascinanti Massane Cissè (Red Heart), la title track e Sakhodougou (The Griots). Prendono nuova linfa anche Footprints, uno standard del 1966 di Wayne Shorter, epoca Blue Note, in cui il sassofonista e compositore faceva parte della formazione di Miles Davis ed una splendida interpretazione di Four Women dell’indimenticata Nina Simone, che dà lo spunto per un accorato appello della Bridgewater, sempre attenta al sociale, (ripetuto, peraltro, più volte nel corso e al termine della serata) a favore e a tutela delle condizione della donna in Afghanistan ed in Africa, ma anche «in Francia ed in Italia e nel mio Paese».
Una serata di gran classe che lascia un alone di magia.

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