Concerti Savona Venerdì 20 luglio 2007

John Mayall a Savona: true british blues

Genova - Altro appuntamento di lusso alla Fortezza del Priamar di Savona, organizzato da Energie Multimediali di Massimo Sabatino.
Giovedì 19 luglio abbiamo assistito all’esibizione di John Mayall e dei suoi fidi Bluesbreakers (la formazione odierna, tutta americana e piuttosto ben rodata, vede dal 1993 Buddy Whittington alla chitarra, dal 1985 Joe Yuele alla batteria e Hank Van Sickle al basso – l’ultimo arrivato, nel 2000). È l'unica data ligure nell’ambito di un tour mondiale, partito il 5 luglio da Barcellona, che si concluderà a settembre a Seattle.

Inglese di nascita e formazione, da tempo residente in California, precisamente a Los Angeles, Mayall ha avuto il ruolo fondamentale di gettare un ponte fra il Vecchio e il Nuovo Continente, a partire dai primi anni '60.
Fu, infatti, una sorta di nobile cinghia di trasmissione tra il blues nero statunitense e quello europeo quando, come racconta lui stesso, stregato da Muddy Waters, decise che la sua strada sarebbe stata il blues.

Considerato, a ragione, il padre del British Blues insieme ad Alexis Korner, Mayall è stato anche anche il geniale scopritore di talenti straordinari. Qualche nome? Praticamente il gotha del miglior sound britannico (mondiale?) per un ventennio (almeno) e forse più, con intrecci di gruppi, vite e carriere incredibili, a volte quasi inestricabili, ma con un unico comune legame: l’esser passati "tra le mani" di John Mayall.
Tra i chitarristi l’arci-famoso Eric "Slowhand" Clapton, il talentuosissimo Peter Green (con altri Bluesbreakers - Fleetwood e McVie - diede vita ad uno dei più celebrati "supergruppi", i Fleetwood Mac), Mick Taylor che, subentrò a Brian Jones nei Rolling Stones, John Mark (con Halmond avrebbe formato il rinomato duo Mark & Halmond).

Tra i bassisti Jack Bruce (poi con Clapton nei Cream), Larry Taylor e John McVie; tra i batteristi Mick Fleetwood e il compianto enorme John Hiseman; tra i sassofonisti Dick Heckstall-Smith (questi ultimi due fondarono i Colosseum, altro complesso basilare) e Johnny Halmond.
Ma torniamo al concerto. La prima sorpresa all'ingresso del Priamar: passato il ponte ecco spuntare, in un angolo, Mayall impegnatissimo a vendere l’ultimo suo cd e le t-shirt. Li ha autografati insieme a pass, biglietti del concerto e persino del treno. Ha cercato le taglie, ha dato il resto… il tutto tra i flash delle macchine fotografiche e dei telefonini dei fans.

Poi, esaurito tutto quanto, ha riposto le scatole in un carrellino e si è avviato verso il palco. Da non credere, specie in un’epoca di esagerato e mal meritato divismo di personaggi che proprio non meriterebbero alcunché.
I Bluesbreakers sono partiti con un paio di pezzi, giusto per scaldare un pubblico straboccante, ma fin troppo composto. John (73 anni e non sentirli; banale? Forse ma, siccome è vero, va detto e scritto) è salito sul palco e si è piazzato nel mezzo, dietro alla sua tastiera, e il concerto è decollato.

Si sono sentiti il suo carisma e l’affiatamento con il gruppo in cui è spiccato, con il suo stile texano, il corpulento chitarrista Buddy Whittington, con un’improbabile camiciotto a rigoni ad esaltarne (si fa per dire…) la stazza. Whittington pare formare un tutt’uno col suo strumento, che maneggia con una destrezza e una naturalezza da non credere, e senza una stilla di sudore.
Che effetto fa trovarsi di fronte ad un mito vivente della musica popolare? Bello, bellissimo, anche per il feeling, ricambiato, semplice, genuino, tra l’artista e il suo pubblico. Mayall ha proposto pezzi del vecchio e del nuovissimo repertorio.
Frequenti gli omaggi al grande Freddy King, suo punto di riferimento, nonché re della guitar blues di Chicago, cui ha dedicato recentemente un album tributo. Eccellente "Oh Pretty Woman" di Albert King.

Mayall e la sua banda pescano in una sterminata discografia (oltre 50 dischi incisi dal 1966 ad oggi), cinquant'anni in cui il blues bianco la fa da padrone, John Mayall's Bluesbreakers with Eric Clapton (1966), Bare Wires (1968), Blues from Laurel Canyon (1969), Jazz Blues Fusion (1972), Wake up call (1993), Blues for the last day del 1997 fino alle ultime incisioni, compreso il live (con l’attuale formazione) No days off.
Sviserà forse un ciccinino meno all’armonica, ma la sua voce è la stessa ed incanta tutti senza un minimo di cedimento. Per un’ora e mezza è true british blues. E questo basta!

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