Concerti Savona Martedì 27 marzo 2007

Steve Hackett: eclettico gentleman

Genova - Sopraffino e raffinato, quasi irraggiungibile, chino sulla chitarra e con modi da vero gentleman: così si è presentato Steve Hackett al Teatro Chiabrera di Savona (unica tappa ligure di un generoso tour in giro per la penisola) lo scorso sabato 24 marzo. Condannato forse per sempre ad essere identificato come l’ex-chitarrista dei Genesis, il londinese Hackett vanta in realtà una carriera solistica trentennale (la dipartita dal gruppo che fu di Peter Gabriel risale al 1976), costellata da un continuo divagare tra pop, rock e musica classico-romantica del tutto sorprendente. Opere come A midsummer’s night dream, per chitarra classica e orchestra - la Royal Philharmonic - e Sketches of Satie (dedicato al compositore francese Erik Satie) brillano come perle a testimoniare la non comune versatilità del musicista (che nasce pur sempre come chitarrista rock).

Anche il suo procedere estremamente eclettico, fresco di un nuovo disco "elettrico" (Wild Orchids) eppure in tournee con il trio acustico (il fratello John al flauto traverso – in realtà una sorta di ibrido, ripiegato a mo’ di oboe -, e l’eccellente Roger King alle tastiere), ha un che di sorprendente. Così Segovia si alterna con noncuranza a Debussy, Giuliani a Satie e ai Genesis in un unicum rigoroso e mai forzato, nè fine a sé stesso, capace anzi di varcare la soglia del cuore. A Savona se n’è avuta la riprova: quaranta minuti abbondanti di sola chitarra classica amplificata (con il vantaggio cioè di non dover far arrivare il suono a tutti i costi e lo svantaggio di essere percepibile ad ogni microscopica imperfezione), suonata con pulizia e tocco invidiabili, e almeno il doppio coi sue due compagni di viaggio. Il trio in particolare ha affascinato per compattezza e sensibilità, nonché per la facilità ad interpretare sempre con molta naturalezza il pop più raffinato e sognante (Walking away from rainbows è un tale concentrato di purezza da lasciare senza fiato), la musica contemporanea (l’atonale In three, del pianista Roger King) e i tributi a Bach (Bacchus). Spiace unicamente aver avvertito la sensazione che l’attempato pubblico presente, pur attento e molto caloroso, conteggiasse ogni brano nell’attesa del successivo tuffo nella memoria, quel riecheggiare genesisiano da cui Hackett, forse suo malgrado, non può proprio esimersi. La nostalgia dell’ingombrante passato è troppo forte (Blood on the rooftops e Hairless Heart - a fornire qualche richiamo - sono d’altra parte il marchio di un’epopea indimenticabile) e la platea non sembra comprendere fino in fondo lo sforzo compiuto per consolidare una propensione al bello che perdura nel tempo lontanissima dalle mode.

Il resto è magia pura e c’è anche chi sfoga la commozione in qualche piccola lacrima: Hands of priestess, Kim, Ace of wands sono infine colpi inferti al cuore, con atmosfere tanto incantate da sembrare avere il potere di condurre a mondi lontanissimi. Lo spettacolo finisce troppo in fretta: per il cinquantasettenne chitarrista – ormai ingobbito dagli anni di studio su sgabello e poggiapiede – e i suoi due musicisti è un inarrestabile scroscio di applausi, nell’attesa dei prossimi incanti. Che non saranno condivisi, per fortuna, da quel che resta dei redivivi Genesis.

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