Concerti Savona Lunedì 26 marzo 2007

Steve Hackett stupisce ma non eccita

Genova - Ho appena assistito al concerto di Steve Hackett al Teatro Chiabrera di Savona, e come sempre mi viene spontaneo un commento.
Parto dalla fine, da quei lunghi applausi rumorosi, poco in linea con la sobrietà della performance, ma testimonianti un altissimo gradimento da parte di un pubblico che ha gremito un luogo a mio giudizio fantastico, ma ormai limitante per la fame di concerti che sento nell’aria.

I cori ed il rumor conseguenti al bis sono rivolti a Hackett, suo fratello John e Roger King, che si inchinano simulando con corpo e braccia un avvitamento, con veloce ritorno. Cerco di cogliere i loro sguardi e trovo quasi stupore per la situazione, forse inaspettata. O forse anche questo fa parte del gioco.

Usciamo compostamente e mi arrivano i commenti più disparati, mentre mi ritrovo con i miei vecchi compagni di scuola, con cui ho passato le due ore precedenti. Il dopo concerto è assolutamente diverso da quelli che ben conosco. Ci scambiamo parole di elogio (come non essere d’accordo) riferite alla qualità tecniche dei protagonisti del palco, ma manca l’eccitazione post esibizione, quell’euforia che normalmente fa si che io vada alla ricerca di ogni canzone esistente sulla faccia della terra, dell’artista appena sentito.

Ciò che possiamo provare, il nostro sentimento, è legato alle nostre caratteristiche personali, e mentre esiste chi trae beneficio interiore dalla lettura di una poesia, c'è chi riesce a trovare il giusto feeling sentendo una chitarra distorta, con alle spalle molti watt. Qui ho sentito molta pacatezza. Chi si è avvicinato all’evento, secondo me, fa parte di due distinte categorie. La prima è quella che immaginava Hackett come musicista dei Genesis e credeva di ritrovare qualcosa di loro sul palco. Sono quelli che hanno continuato a sottolineare con le mani in movimento i richiami alle vecchie canzoni di Gabriel e company.

La seconda è quella che sapeva esattamente cosa avrebbe trovato e che probabilmente aveva seguito il percorso musicale di un uomo passato dal rock progressive, al blues, sino ad arrivare ad un’espressione musicale di stampo classico.
Insomma, credo che qualche deluso ci sia stato, ammutolito forse dalla bravura dei tre artisti, esempi di professionalità e di capacità di creazione di atmosfere intimistiche di forte impatto emotivo. E ripartiamo da zero. È una serata importante.

Siamo una manciata di amici che si ritrovano nel 30esimo anno dalla fine delle scuole e da tempo abbiamo pianificato questo evento comune. Negli anni 70 accadeva la stessa cosa quando vedevamo ripetutamente Yessongs o Pink Floyd a Pompei. Angelo mi porta un DVD di Hackett del 2002, un concerto in Ungheria. Poi si va.

Il teatro si riempie e alle 21 si spengono le luci.
Steve entra su un palco buio e si siede accanto alle due chitarre.
Gli applausi iniziano mentre il chitarrista sorride e prepara il suo rito, fatto di mani cosparse di talco (credo) e di accordature non udibili.
È solo davanti a tutti e propone cose a cui non ero abituato.
Ripenso al 1972, quando a Torino lo vidi con i Genesis presentare Selling England By the Pound, accanto ad un Gabriel colorato e mascherato ed un Collins ancora inespresso. Come eravamo giovani.

Mentre i pezzi si susseguono la mia mente vaga nel tempo, aiutata dalla solennità di ciò che si sente nell’aria. Non conosco niente, nel suo repertorio, di ciò che è out Genesis, ma sono li apposta. Lo spettacolo si ferma per una pausa e alla ripresa Hackett non è più solo. Ora ci sono anche John e King e si ricomincia in tre. John Hackett presenta dei fiati che non so definire. Il suono è tipico del flauto ma questi presentano come una piega a 90 gradi sulla testata. La musica acquista più corposità e sento commenti del tipo: «…finalmente…».
Hackett scherza col pubblico ed arriva ad elogiare - novità delle novità - il nostro cibo, sforzandosi di parlare italiano.

Penso al modo in cui Hackett è entrato nella storia, attraverso un’inserzione su Melody Maker, dove si proponeva come chitarrista/compositore/arrangiatore, lanciando un messaggio raccolto da un gruppetto qualsiasi, i Genesis. Oggi,in un mondo fatto di interinali, sarebbe impossibile. E poi rivedo il percorso musicale ripensando all’amore di Steve per il blues. Ma cosa c’entra il blues con questa musica così colta? La risposta, ancora una volta mi arriva velocemente, quando fuori dal teatro Angelo, dopo una sbornia di fraseggi classici e di atmosfere rarefatte, mi chiede: «Vieni con me a Milano a vedere Marilyn Manson?».

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