Concerti Savona Martedì 25 luglio 2006

Un concerto, mille ricordi

Genova - I lettori di mentelocale.it spesso vogliono condividere con tutti le emozioni che provano ai concerti o agli spettacoli cui assistono. Noi siamo contenti di pubblicare i loro scritti anche dopo molto tempo, così che possano elaborare bene cosa hanno provato. Proprio come Athos Enrile, che ci racconta il live di Keith Emerson alla Fortezza Priamar di Savona, che ha avuto luogo il 16 luglio 2006. Buona lettura

Savona. Ho sempre bisogno di un po’ di tempo per metabolizzare un concerto. Sul momento resto come vuoto, come se avessi suonato io, come se fossi privo di energie per emettere qualsiasi tipo di giudizio. Oppure, più semplicemente, rifletto a lungo prima di parlare, cosa che non sempre si riesce nella vita di tutti i giorni.

Il 16 luglio, anno di grazia 2006, a Savona si è svolto un evento storico per chi come me ha vissuto attivamente la stagione del Progressive Rock. Sto parlando dell’esibizione di Keith Emerson e della sua band.

Non è la prima volta che nella mia città accadono questi miracoli. Nel 2003, dopo 23 anni di lontananza, ho ripreso la mia carriera da spettatore in occasione del concerto degli Yes a Vado Ligure. Da quel giorno, la mia attività di frequentatore di concerti è cresciuta notevolmente. Di questo devo anche ringraziare l’organizzatore, che ha grossi meriti per il mio risveglio musicale.

Emerson è pubblicizzato per questa occasione, assieme ad un suo gruppo, ma sarei andato a vederlo anche se si fosse presentato con una pianola da piano bar: così, sulla fiducia. A lui sono legati ricordi indelebili della mia adolescenza.
Dopo averli visti al Palasport di Genova, nel ‘72 o ‘73, nella presentazione di Trilogy, mi si era ripresentata l’occasione di vederli a Milano.
Era un venerdì ed io, come altri coetanei, uscivamo da scuola 2 ora prima, con tanto di giustificazione dei genitori, per prendere il treno che ci avrebbe portato al concerto. Pazzi genitori! Il live quel giorno saltò, per problemi di gola di Lake. Tutto rimandato al giorno successivo. Dormimmo là, in un garage di amici di amici. A casa ci aspettavano col bastone alzato. Nemmeno il sabato fu possibile vederli, Lake ancora ammalato.
Eppure non fu un weekend da dimenticare.

È ora di prendere i biglietti per il Priamar. Provo come sempre a coinvolgere i miei cari, ma alla fine sembra di chiedere l’elemosina e quindi prendo un biglietto solo per me. Lo faccio per tempo e quindi posso scegliere, con ampie possibilità, il posto a sedere. Non coinvolgo gli amici, anche se faccio una certa pubblicità all’evento: ho scoperto quanto sia bello isolarsi concentrarsi, lasciarsi andare, senza dire una parola.
Arrivo un’ora prima per godere l’ambiente, la scenografia, la preparazione, le facce conosciute, tutto fa parte dell’evento e tutto mi riporta indietro nel tempo.

Nello spazio di 2 metri quadrati mi ritrovo davanti i gemelli Terribile, musicisti incalliti che conosco sin da bambino, ma che avevo perso; alla mia destra un vecchio compagno di scuola delle superiori con tanto di consorte; alla mia sinistra colui che 1000 anni fa mi insegnò i primi accordi di chitarra è da allora che non lo vedevo.
Poi arrivano i miei compagni di scuola, alcuni colleghi, gente che si fa fatica a rivedere per le vie della città, e che con piacere scopro esista ancora. C’è Danilo, mio cugino. Non abbiamo bisogno di telefonarci, quando c’è un concerto ci troviamo sul posto. La cornice è stupenda e non ci sono posti vuoti. Penso a quando ELP (Emerson Lake and Palmer) suonavano davanti a migliaia di fan ed ora ce ne saranno si e no mille.

Ho provato perfino a coinvolgere i compagni di scuola di mia figlia, pensando che chi ama e suona le tastiere non può perdere un’occasione così rara, ma è credibile un 50enne che ascolta musica rock? Mi illudo di sì.

Mi ha fatto piacere trovare nei giorni scorsi un’amica dell’adolescenza, Paola, che non vedevo da secoli, che abita anche lei in un’altra città e che il destino ha messo in mare, vicino alla boa dei bagni Nilo dove io stavo prendendo il sole. Ritornando sul passato le ho parlato del concerto e lei ha ricordato a memoria la presentazione di ELP nel disco dal vivo Pictures at an exibition. Ha cercato in tutti i modi un biglietto e lo ha trovato. Non so se a Paola accadrà quello che accade a me, ma ogni concerto è una piccola finestra che si apre e si riempie di significati variegati. Ma non è una finestra di Windows...non si può chiudere con un click, non si rimuove più e diventa una delle tante cose da rivisitare con la mente, nei momenti felici in cui vuoi esaltarti, o in quelli più neri, bisognosi appunto di “finestre spensierate”. Comunque Paola, se non è destino questo!

Mi giro intorno ancora una volta e mi chiedo come si possano ammortizzare le spese di uno spettacolo del genere. Il concerto inizia alla 21.45 e, nonostante i divieti di utilizzo di electronic device, tutti si arrangiano con telefonini, fotocamere digitali e videocamere. Salgono sul palco.
Emerson ha una camicia bianca completamente aperta, come avveniva negli anni 70 con il suo gilet damascato. A quei tempi era decisamente più snello, ma ora ha assunto la fisionomia di un play boy con aria vagamente intellettuale che difficilmente potrebbe essere spacciato per il gran musicista che in è realtà. Marc Bonilla, il chitarrista, è il più anacronistico del gruppo e sembra uscito da un disco dei Deep Purple. Il bassista, Phil Williams, ha la faccia del primo della classe mentre Riley, il batterista, ricorda un vj ventenne di MTV.

Iniziano. Il repertorio sarà quello vecchio, con escursioni sui Nice e su Bob Dylan. Come potrei raccontare i singoli pezzi? Che importanza hanno le note sbagliate!? Sul palco c’è lo spettacolo, c’è un animale da palcoscenico, c’è il ritmo, la melodia, la pazzia, il divertimento, la tecnica passa in secondo piano. Ad un certo punto le tastiere di Keith si ammutoliscono.
Guasto tecnico o forse scenetta voluta. La bacchetta passa agli altri maestri sino a che lui si mette al piano acustico e tutti insieme improvvisano, tra rock, jazz e classico.
Sono molto concentrato, ma sento/vedo gente che non sta più nella pelle, che si dimena più o meno discretamente, e anche quelli delle primissime file, i musicisti pronti a dare un giudizio tecnico, mi sembrano trascinati dal sound.

In coro cantiamo Luky man. Ma c’è Tarkus, From the beginning America, reminiscenze di Odeon, insomma, la storia. Lo spettacolo risulterà lunghissimo, 2 ore e mezza, con tanto di bis canonico. Loro sono davanti a noi, a 10 metri da me, tutti e 4 vicini, e appaiono molto soddisfatti, almeno quanto gli spettatori.
Vorrei salire sul palco per raccontare a Keith di quando, per colpa sua, subii le ire di mio padre per essere stato 2 giorni a Milano.
Sfiliamo verso l’uscita mentre qualche super esperto se la prende con il tecnico al mixer, reo di aver oscurato la chitarra a favore delle tastiere. Sarà, ma io la chitarra l’ho sentita bene e mi sono gustato lo spettacolo.
L’ultima cosa che mi passa per la mente sono le graduatorie di bravura, i paragoni col passato, le comparazioni con altri gruppi, le disquisizioni sulla vetustà del genere proposto.

La buona musica è buona musica, i bravi musicisti a cui si può perdonare qualche peccato veniale, e noi comuni mortali dobbiamo ringraziare e basta. È stata un’altra serata indimenticabile, di quelle che spesso cerco di spiegare ai miei figli e a mia moglie, mentre loro fanno finta di capire e simulano interesse, ad ognuno il proprio microcosmo.

Athos Enrile

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