Cinema Roma Lunedì 29 ottobre 2018

Festa del Cinema di Roma 2018: i film più belli. Ecco come è andata

Cate Blanchett alla Festa del Cinema di Roma 2018
© facebook.com/romacinemafest/photos

Roma - Si è conclusa domenica 28 ottobre la Festa del Cinema di Roma 2018, giunta quest’anno alla 13esima edizione. Con l’ingresso nell’età dell’adolescenza, la Festa del Cinema, curata da Antonio Monda in veste di direttore artistico, conferma un’anima ben precisa, popolare e di largo consumo, con un occhio particolare rivolto al mercato nordamericano e alla stagione dei premi che sarà (festival come Toronto, Sundance, Londra e simili rimangono il principale terreno di confronto, con vista, si spera, sui film degli Oscar).

Il confronto tra la Festa del Cinema di Roma e il Festival di Venezia, stando così le cose, non va nemmeno intavolato, a dispetto di qualche polemica provinciale che di tanto in tanto fa capolino nemmeno troppo sottobanco. Anche perché il peso della Mostra lagunare nella galassia dei festival internazionali negli ultimi anni si è perfino rafforzato, mentre Roma continua ad essere un contenitore mainstream privo - per scelta dichiarata, sia chiaro, e per esigenze editoriali - di una compattezza formale definita o di scelte contestualizzate sul piano della ricerca sul linguaggio. Con al suo interno un’eterogeneità che mira, per l’appunto, a intercettare diverse fasce di pubblico.

Anche la Festa di quest’anno ha confermato che i 39 titoli presentati in Selezione Ufficiale, di fatto una mega vetrina (non essendo un festival, come la definizione chiarisce, non è presente un Concorso propriamente detto) sono legati da un collante molto labile. Il criterio principale della selezione sembra essere semmai quello della piacevolezza che non escluda la qualità e sia orientata al pop, con tutto ciò che di molto vario si può associare a tale aggettivo.

Ma a contare molto è anche il piacere indiscriminato, per il pubblico e per gli attori, di passare dall’evento, confermato oltretutto anche quest’anno dagli Incontri Ravvicinati moderati quasi sempre da Monda stesso: occasioni per le star di raccontarsi e per gli spettatori di ammirarle da vicino, magari dopo molte ore di fila. Senza l’obbligo, molto spesso ma non sempre, di pubblicizzare o promuovere un film.

Dal comizio anti-Trump e anti-Salvini di Michael Moore alla cavalcata struggente di Martin Scorsese sul cinema italiano che gli ha cambiato la vita, passando per la sfaccettata lezione di Giuseppe Tornatore sul noir e per l’ultimo incontro con le sorelle Alba e Alice Rohrwacher, che hanno raccontato i misteri insondabili e le fragilità private del loro rapporto; questi momenti rimangono il cuore della Festa e lo spiraglio più significativo della programmazione, in cui le star e i talent disseminano sempre qualcosa di se stesse, in un rilassato clima da salotto su larga scala. Non sono mancate le presenze illustri, tra le quali quest’anno ha spiccato la presenza di Cate Blanchett.

Molti dei film presentati alla Festa del Cinema di Roma la stampa internazionale li ha già visti altrove, in cornici più blasonate e dai trascorsi meno frastagliati e ondivaghi dell’evento romano, mentre bisognerebbe lavorare soprattutto per cementare maggiormente il legame con una Capitale che rimane annoiata e sonnacchiosa, impigrita da anni bui e difficili.

Allargare maggiormente la Festa ai cinema del centro, in linea con tanti festival europei cittadini e metropolitani (Berlino, ma anche il nostro Torino Film Festival), potrebbe in tal senso aiutare, in una città frammentata e dilaniata al suo interno perché, nonostante le indubbie funzionalità, l’Auditorium Parco della Musica rimane difficilmente raggiungibile per gran parte della cittadinanza e più ad appannaggio della zona nord della città.

I film migliori, a margine di queste considerazioni, erano quelli che ritroveremo molto probabilmente anche alla stagione dei premi: Green Book di Peter Farrelly, con Viggo Mortensen italo-americano verace e scatenato, il delizioso Stan & Ollie, l’interessante anche se non del tutto riuscito If Beale Street Could Talk, conferma del talento in parte inesploso, nonostante l’Oscar per Moonlight, ma incandescente di Barry Jenkins.

Senza dimenticare il film di Peter Jackson sulla prima guerra mondiale, They Shall Not Grow Old, un documentario d’archivio che nel passaggio dal bianco e nero al colore ha saputo regalare il momento di cinema forse più emozionante e significativo della Festa di quest’anno. O, per restare al lavoro d’archivio, l’ottimo documentario dell’Instituto Luce Diario di tonnara sulle tonnare trapanesi e la pesca del tonno caduta in disuso, diviso tra la concretezza terrena del materiale di repertorio (De Seta, Quilici, Alliata) e la tensione arcaica e allo stesso tempo soprannaturale delle rievocazioni fornite dalla voce narrante del giornalista e scrittore Ninni Ravazza.

La vittoria del premio del pubblico BNL, perfetto corrispettivo del People Choice Award di Toronto (a riprova di quanto dicevamo all’inizio), che va a Il vizio della speranza di Edoardo De Angelis - storia al femminile di riscatto e degrado ambientata sul litorale campano, con una chiara dimensione da parabola evangelica e mariana - sancisce infine l’affermazione di un film rifiutato da Venezia in cui invece Roma ha voluto investire, affetto tuttavia da un uso ricattatorio del dolore e della dimensione spirituale, tra scene madri e didascalismi.

Roma sugli italiani rimane estremamente selettiva (in Selezione c’erano solo gli ultimi due titoli citati), meno accogliente di Venezia, quasi a marcare il territorio in maniera guardinga e a voler segnare una discontinuità, mentre l’apertura agli USA, complice il lavoro e la nota voce americanofila di Monda, resta larghissima.

A questo proposito, in relazione alla selezione nel suo complesso, l’unico appunto reale da fare, pur tracciando un bilancio nel complesso positivo specialmente sul versante mediatico, rimane una certa vocazione media nella proposta, che tuttavia, ed è sicuramente una nota di merito, non è mai mediocrità. Il programma di quest’anno non presentava né titoli di qualità eccelsa o memorabili né opere sotto il livello di guardia (un’uniformità che, lungo dieci giorni di rassegna, può essere un limite).

Ci sarebbe dunque bisogno, probabilmente, di rischiare qualcosa in più, sperimentando e azzardando qualche scelta meno ovvia. Magari con un paio di sezioni collaterali capaci di dare più slancio e respiro, di segmentare e diversificare. Detto questo, rimane comunque innegabile che Roma abbia ormai in cassaforte un suo festival del cinema a tutti gli effetti, e con un’identità, a prescindere dalle sue connotazioni, definita, ricorrente e riconoscibile. Su questa base si può solo migliorare, partendo dalle certezze che Monda nei suoi quattro anni di gestione ha cercato e anche ottenuto.

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8 ½ Di Federico Fellini Drammatico Italia, 1963 Guido è un regista, quarantenne, un po' stanco. Tutto ciò che lo riguarda è stanco: il rapporto con la moglie, col suo produttore, con gli amici, persino con l'amante. Naturalmente l'ispirazione si è fatta sottile, le idee... Guarda la scheda del film