La profezia dell’armadillo, tratto dal fumetto di Zerocalcare: «In questa storia abbiamo cercato la nostra voce» - Roma

Cinema Roma Martedì 11 settembre 2018

La profezia dell’armadillo, tratto dal fumetto di Zerocalcare: «In questa storia abbiamo cercato la nostra voce»

Simone Liberati e Pietro Castellitto
© Matteo Vieille
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Roma - La profezia dell’armadillo, adattamento dal bestseller a fumetti di Zerocalcare, presentato nella sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia appena conclusa, arriverà al cinema il prossimo 13 settembre. Al centro del film, sulla falsariga del fumetto, c’è Zero (Simone Liberati), che ha ventisette anni e vive nel quartiere periferico di Rebibbia, più precisamente nella Tiburtina Valley. Terra di Mammuth e tute acetate, corpi imprigionati e cuori sconfinati.

Zero è un disegnatore, non ha un lavoro fisso e si arrabatta con ripetizioni di francese, cronometra le file nei check-in dell'aeroporto e crea illustrazioni per gruppi punk indipendenti. Un giorno però, a casa, scopre la sua coscienza critica: un armadillo, consigliere stralunato e paradossale. A tenergli compagnia c’è anche l’amico Secco (Pietro Castellitto); ma a costringerlo a fare i conti con le ferite della crescita è soprattutto la notizia della morte di Camille, compagna di scuola e amore adolescenziale mai dichiarato. Ecco cosa ci hanno raccontato i diretti protagonisti della versione cinematografica.

«Il fumetto affronta temi molto maturi rispetto a una graphic novel per famiglie e ci sono tante storie dentro questo film che non stanno solo all’interno de La profezia dell’armadillo», spiega il regista Emanuele Scaringi, che continua: «Gli sceneggiatori hanno trovato un ottimo equilibrio nel rendere il film poco frammentario, prendendo spunto anche da altre esperienze di Michele Rech  (vero nome di Zerocalcare, ndr) e da altri suoi lavori, come Ogni maledetto lunedì e altre storie che erano apparse su delle fanzine».

La mamma di Zero è interpretata da Laura Morante: «Ci sembrava perfetta. Alcuni ci hanno detto che il quartiere di Zero sembra Prati per via della sua presenza, ma in realtà anche in periferia ci sono diverse classi sociali e realtà sfaccettate e non stereotipate. Zero, dopotutto, dà ripetizioni di francese. Laura ci sembrava calibrata, dosata, misurata, una mamma apprensiva ma senza essere ansiosa, insomma la scelta perfetta».

Vedendo il film colpisce l’armadillo, interpretato da Valerio Aprea. «Il design dell’armadillo l’abbiamo trovato strada facendo», spiega ancora Scaringi, «La difficoltà principale stava nel fatto che l’armadillo disegnato da Zerocalcare non è un armadillo vero ma, anche nel fumetto, la parodia di un armadillo. Abbiamo cercato di portarlo al cinema aderendo al mondo poetico dell’autore, con qualcosa di giocattoloso che richiama i Gremlins e tanto cinema anni ’80 e ’90 che ci appartiene molto a livello generazionale».

Come è stato scelto Aprea per il ruolo dell'Armadillo? Risponde l'attore: «Già Valerio Mastandrea, quando aveva in mano la sceneggiatura e doveva dirigerlo in prima persona, mi voleva far fare l’Armadillo. Io ero convinto di non c’entrare niente, di non essere giusto, e gli ho detto di no. Poi è a tornato alla carica anche Scaringi, il nuovo regista, e alla fine ho deciso di farlo, provando a trovare una mia chiave. Zerocalcare lo conoscevo grazie a Mastandrea; il primo fumetto me l’aveva regalato lui. L’unico suo lavoro che non ho letto è Macerie prime, per il resto tutti. Uno dei suoi doni come autore è sapere quali sono le cose che meritano di essere dette e raccontate agli altri».

Nel ruolo di Zero c'è l'attore Simone Liberati: «Interpretare Zerocalcare significa confrontarti con un personaggio popolare. Soprattutto da lettore ti appropri di quei personaggi, ti ci rivedi, c’è un discorso generazionale importante alle spalle. Si tratta di un’eredità pesante, ma non volevo tradire Zerocalcare e questo è stato il mio approccio iniziale dal quale partire. Mi sono basato sulla lettura e sapevo che la conoscenza diretta con Michele Rech non poteva aiutarmi; lui stesso me l’ha confermato. Ho cercato piuttosto di assorbire, a livello emotivo, quello che arriva a tutti: una leggerezza malinconica aperta a spunti di riflessione».

Continua Simone Liberati: «Sono stato coinvolto nel progetto cinque anni fa, quando il film doveva farlo Mastandrea da regista. In quel periodo ho conosciuto Pietro Castellitto per la prima volta. C’è poi stato questo intervallo di tempo in cui è subentrato Scaringi e abbiamo fatto una serie di provini ulteriori. L’alchimia con Pietro, che si vede nel film, a quel tempo non me la ricordo; è nata in questa seconda fase di provini, ritrovandoci cresciuti. Dopotutto tra i 20 e i 25 e i 25 e i 30 c’è uno scarto notevole. I ho 30 anni, Pietro 26».

Come ha vissuto Liberati questo passaggio di testimone alla regia Mastandrea-Scaringi? «Mastandrea voleva farlo, poi ha seguito Caligari per Non essere cattivo da produttore e poi ha deciso di voler fare un film più personale da regista. Non hanno messo dentro Emanuele Scaringi per disperazione: lui è stato coraggioso, perché il film a quel punto non voleva farlo nessuno. Si tratta di un’opera prima rischiosa, dove rischi in qualsiasi caso di sbagliare. Ti confronti con un fumetto molto letto e conosciuto, con cui un regista più blasonato non si sporcherebbe mai le mani e un cineasta che deve iniziare la carriera non la inizia certo così. Gli fa onore».

Domenico Procacci, il produttore del film, racconta l'esperienza alla Mostra del Cinema, che si è appena conclusa: «A Venezia tutti ci chiedevano perché Michele Rech non fosse alla presentazione ufficiale. Lui in realtà ha sceneggiato il film, oltre ad aver scritto il fumetto originale, ma ci aveva detto fin da subito che non avrebbe preso parte alla promozione, convinto del fatto che il testo di partenza sia una cosa, la sceneggiatura un’altra e il film un’altra ancora, che necessariamente non è direttamente suo, ma appartiene alle persone che l’hanno realizzato».

Kasia Smutniak nel film ha un piccolissimo ruolo, quello di una spazzina: «Ho insistito nel fare una comparsa; ci tenevo tanto a stare sul set di Scaringi, anche per un giorno. Perché è un progetto bellissimo, fatto in famiglia. Emanuele è stato bravo, perché non era facile portare al cinema un fumetto di cui tutti, leggendolo, si sono fatti la propria idea in testa, anche molto precisa. Vedendo il film finito l’altro giorno a Venezia ho scoperto delle cose in più, come la musica, che ci dà tanto rispetto al fumetto. Trovo sia bello ritrovare questa storia sul grande schermo, con una componente visiva più ricca».

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