La mostra di Antonio Ligabue a Parma

Antonio Ligabue, Autoritratto con mosca, olio su tela, 1960

CalendarioDate, orari e biglietti

Parma - Parma si riappropria di un nuovo spazio espositivo, nel cuore della città ducale, all’interno del cinquecentesco Palazzo Tarasconi, con una grande mostra dedicata ad Antonio Ligabue (1899-1965), uno degli autori più geniali e originali del Novecento italiano.

Parma - L’esposizione, curata da Augusto Agosta Tota, Marzio Dall’Acqua e Vittorio Sgarbi, organizzata dal Centro Studi e Archivio Antonio Ligabue di Parma, promossa dalla Fondazione Archivio Antonio Ligabue di Parma, inserita nel calendario d’iniziative di Parma 2020 Capitale Italiana della Cultura, presenta 72 dipinti e 4 sculture di Ligabue, capaci di analizzare i temi che più hanno caratterizzato la sua parabola artistica, dagli autoritratti, ai paesaggi, agli animali selvaggi e domestici. Il percorso prevede, inoltre, una sezione con 15 opere plastiche di Michele Vitaloni (Milano, 1967) che condivide con Ligabue una particolare empatia verso il mondo naturale e animale. 

Parma - «Ho incontrato per la prima volta Ligabue nel 1951 – ricorda Augusto Agosta Tota, presidente della Fondazione Archivio Antonio Ligabue di Parma – e da allora non l’ho più perso di vista, nemmeno dopo la sua morte, avvenuta nel 1965». «Non è un caso che questa rassegna si tenga a Parma – prosegue Augusto Agosta Tota - città che ha visto, nei primi anni settanta, l’inizio della mia attività come operatore culturale ed editore, incentrata sull’arte marginale, principalmente la scoperta e la valorizzazione di Antonio Ligabue, artista che avevo conosciuto e frequentato e delle cui opere mi ero innamorato, al punto da cercare di proporle e di farle apprezzare oltre i limitati confini provinciali, in cui allora era isolato, con iniziative che hanno toccato le più importanti capitali dell’arte mondiale, da Amburgo (1977), a Toronto (1978), a Parigi (1982), e poi ancora a Firenze (2010), a Singapore (2017), a Mosca (2018), a Chengdu (2019)». 

«L’iniziativa – conclude Augusto Agosta Tota – riveste inoltre un altro importante significato. Lo scorso 18 febbraio è scomparso Flavio Bucci, l’attore che, con la sua indimenticabile interpretazione, aveva dato volto ad Antonio Ligabue, nel film diretto nel 1982 da Salvatore Nocita. Mi è sembrato doveroso dedicare questa mostra alla sua memoria». 

L’allestimento, di grande impatto visivo e teatrale, appositamente progettato da Cesare Inzerillo per creare un’atmosfera di fusione fra pittura e scultura, condurrà il visitatore all’interno dell’immaginario creativo di Ligabue, analizzando gli argomenti più frequentati dall’artista reggiano. A partire dagli autoritratti, che costituiscono una perenne e costante condizione umana di angoscia, di desolazione e di smarrimento; il suo volto esprime dolore, fatica, male di vivere; ogni relazione con il mondo pare essere stata per sempre recisa, quasi che l’artista potesse ormai solo raccontare, per un’ultima volta, la tragedia di un volto e di uno sguardo, che non si cura di vedere le cose intorno a sé, ma che chiede, almeno per una volta, di essere guardato. 

«C'è il mondo interiore che si esibisce nei suoi autoritratti – afferma Vittorio Sgarbi – Ligabue parla con se stesso, si chiede e ci chiede qualcosa. Anche in questo caso è evidente il disagio. Ligabue si batte la testa con un sasso, cerca di scacciare gli spiriti maligni. L'autoritratto non è una forma di narcisismo, esprime la necessità di capirsi meglio, in un processo di autoanalisi. L'autoritratto è l'immagine del malessere, e Ligabue ci tiene a farlo conoscere». 

Un nucleo importante di opere è dedicato al mondo naturale, in particolare al regno animale; sia a quello della bassa padana, ambientato in una quotidianità di duro lavoro nei campi (come nella tela Aratura del 1961), o di semplice vita agreste (come nel dipinto Cortile del 1930), ma anche e soprattutto a quello selvatico, dove protagonisti sono tigri, leoni, leopardi, iene, che Ligabue prima studiava sulle pagine dei libri e poi dipingeva, identificandosi con loro a tal punto da assumerne gli atteggiamenti: Ligabue, infatti, ruggiva spaventosamente e imitava le movenze nell’atto di azzannare la preda. Esemplari a tal proposito sono alcune opere esposte a Parma, come Leopardo con bufalo e iena (1928),  Tigre assalita dal serpente (1953), Re della foresta (1959), Vedova nera (1951). 

«Gli animali che Ligabue vede nella foresta – dichiara ancora Vittorio Sgarbi – sono simboli di forza, di energia, emblemi di un desiderio di libertà, di riscatto. Ligabue, uomo umiliato ed emarginato, come pittore si afferma e vince attraverso la potenza gloriosa dell'animale. La tigre domina la foresta, la sua aggressività è vincente, ma la sua vittoria è pericolo, è la dimensione bellicosa dell'umanità. Ligabue parla di sé, definisce il suo mondo, visto e immaginato, e comunque reale. E se parla di se stesso, non parla con se stesso perché non deve comunicarsi niente». 

L’eredità di Ligabue si spinge fino alla contemporaneità. L’esposizione, infatti, dà conto di un gruppo di lavori di Michele Vitaloni, rappresentante di spicco della Wildlife Art e dell’iperrealismo scultoreo. Come il Toni, Vitaloni è attratto dal fascino della figura animale selvaggia, dall’eleganza dei loro corpi che riflettono la parte selvatica della natura umana. Tra le volte delle cantine di Palazzo Tarasconi, 15 sculture di grandi dimensioni si confronteranno con i capolavori di Ligabue raccontando l’urgenza di quell’energia del mondo animale che appartiene a tutti gli esseri umani. 

Per informazioni telefonare al 0521.242703 o contattare via mail

Orari

10.00-19.30 tutti i giorni, tranne lunedì non festivi

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