Ombre folli: al Teatro Elfo Puccini il duo Vetrano‑Randisi

12/06/2018

Da venerdì 12 aprile a giovedì 18 aprile 2019

Ore 21:00, 17:00

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Milano - Enzo Vetrano e Stefano Randisi hanno all’attivo una collaborazione che dura da quasi quarant’anni. La complementarietà, la dialettica, il confronto, sono la forma che hanno scelto per esprimere la loro poetica. In scena al Teatro Elfo Puccini nella stagione 2018-2019 una personale dedicata alla coppia che prevede oltre a Totò e Vicé, spettacolo del 2011 e il recente Ombre folli (2017).

Milano - «All’inizio di Ombre folli è la scrittura stessa a evocare le ombre, sostengono Enzo Vetrano e Stefano Randisi. C’è un prologo di concepimento e gestazione in cui l’Autore racconta i suoi sogni: sghembi, visionari, anticipatori. Li racconta e li vede fuori da sé, continuando a scrivere, a stupirsi, in un giuoco di porte, specchi, fiori e cimiteri. Intanto il sognato prende coscienza, lentamente, di vivere imprigionato dalla fantasia del sognante, del tiranno scrittore. Unica via di uscita, per riuscire ad essere chi governa la sua vita, è sopprimerlo». 

Milano - «Poi c’è la follia delle creature, creature nate e creature non nate, follie di cui lo scrittore ha vissuto la vita come fosse la sua, senza un inizio, senza una fine - continuano. E poi c’è la storia. Le ombre di due uomini si raccontano». Il primo - come sostengo Vetrano e Randisi - ha una passione segreta: travestirsi, truccarsi e andare in strada. Ma la sua «è una scommessa con la vita, una roulette russa al contrario, perché se qualcuno lo riconosce, il suo piacere si raddoppia, e nel momento dell’amplesso finale, ineluttabilmente, lo uccide, e con religiosa, sacrale pietas, ne seppellisce il corpo. Il secondo, che dice di amarlo come un figlio, scopre questa sua doppia vita e lo sequestra per redimerlo, e vivere con lui un’esistenza “serena” fatta di rinunce, vergogna e castrazione, in una dipendenza reciproca, fino alla vecchiaia». 

Ombre folli, portato in scena da Enzo Vetrano e Stefano Randisi che ne curano anche la regia, è un testo di Franco Scaldati. «Come sempre, nel mondo di Franco Scaldati, chi parla non è mai solo, anche se parla da solo - continuano Vetrano e Randisi -. Scritto nel suo palermitano poetico, ogni monologo viene recitato da un personaggio e, frase dopo frase, tradotto dall’altra ombra, in un gioco di rispecchiamenti che in questo testo diventa particolarmente crudele e struggente». 

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