Alessandro Serra presenta Il giardino dei ciliegi di Čechov - Milano

Alessandro Serra presenta Il giardino dei ciliegi di Čechov

06/09/2019

Da mercoledì 18 dicembre a sabato 21 dicembre 2019

Ore 20:00

© Alessandro Serra

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Milano - Dopo il Macbettu, al Triennale Milano Teatro torna in questa stagione la regia di Alessandro Serra, che da mercoledì 18 a sabato 21 dicembre 2019 presenta la sua lettura di un altro grande classico del palcoscenico: Il giardino dei ciliegi di Anton Čechov. Con Arianna Aloi, Andrea Bartolomeo, Leonardo Capuano, Marta Cortellazzo Wiel, Massimiliano Donato, Chiara Michelini, Felice Montervino, Fabio Monti, Massimiliano Poli, Valentina Sperlì, Bruno Stori, Petra Valentini.

Milano - A meno di un mese dalla prima nazionale di Cagliari (dopo l’anteprima all’ultima Biennale Teatro di Venezia), arriva a Triennale Milano Teatro il nuovo lavoro del regista rivelazione del teatro italiano, Alessandro Serra. In una stagione dedicata ai classici non poteva mancare quello che è considerato il classico per antonomasia del teatro del novecento: Il giardino dei ciliegi è l’ultima opera scritta per la scena da Čechov, ed è stato il banco di prova di alcuni dei più grandi maestri della regia del secolo scorso, da Charles Laughton e Peter Brook a Giorgio Strehler.

Milano - Per l’occasione Serra, che cura ancora una volta anche la drammaturgia, le scene, i costumi e le luci dello spettacolo, porta in scena un cast di 12 attori. Il giardino dei ciliegi si apre e si chiude in una stanza speciale, ancora oggi chiamata stanza dei bambini: tra poco arriveranno i padroni, che hanno viaggiato molto, vissuto e dissipato la loro vita, bambini invecchiati che tornano a casa.

Tuttavia il sentimento che pervade l’opera non ha a che fare con la nostalgia o i rimpianti ma con qualcosa di indissolubilmente legato all’infanzia, come certi organi misteriosi che possiedono i bambini e che si atrofizzano in età adulta. Del resto non c’è trama, non accade nulla, perché tutto è già nei personaggi: Il giardino dei ciliegi è una partitura per anime in cui i dialoghi sono monologhi interiori che si intrecciano e si attraversano come un unico respiro, un’unica voce.

Un valzerino allegro in una commedia intessuta di morte, dove la comicità garbata, mai esibita, dell’autore russo fa da perfetto contrappunto ad un’opera spietata e poetica: i personaggi ridono e si commuovono spesso, ma ciò non significa che si debba piangere davvero, è piuttosto «uno stato d’animo - scrive Čechov in una lettera - che deve trasformarsi subito dopo in allegria».

Velando di lacrime gli occhi dei suoi personaggi Čechov suggerisce la visione sfocata della realtà sensibile, una realtà spogliata dai contorni: come i vetri delle vecchie case, opachi, deformi, pieni di impurità fornivano una versione estetica della vita oltre la finestra, così le lacrime agli occhi erodono le forme, tanto che a un certo punto non si sa più chi è che parla, se una voce proveniente da un’altra stanza o noi stessi con le parole di un altro.

La scrittura stessa agevola questo dissolversi del centro e del focus: l’opera è cosparsa di piccoli impedimenti e fraintendimenti, anche linguistici, rotture sintattiche, pianti, canti, apnee, russamenti, borbottii e filastrocche, suoni che richiamano altri suoni, altri significati.

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