Quartetti per archi milanesi: Fabio Biondi e orchestra Europa Galante in concerto, da Mozart a Carlo Monza

Milano Arte Musica 2019

11/04/2019

Giovedì 25 luglio 2019

Ore 20:30

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Milano - Per Milano Arte Musica 2019, giovedì 25 luglio nella chiesa di Santa Maria della Sanità in scena un originale confronto tra la produzione di Quartetti per archi di Mozart (tra cui il celebre Quartetto di Lodi) e quella del milanese Carlo Monza, maestro di Cappella del Duomo di Milano, di cui verrà presentata in anteprima mondiale la prima esecuzione in tempi moderni ad opera di Fabio Biondi e della sua Europa Galante.

Milano - Si faceva ottima musica nella Lombardia del Settecento. Offu­scata dalle splendide civiltà musicali espresse da altre città d’Italia, Venezia e Napoli su tutte (ma anche Roma, Bologna, Torino ecc.), nella percezione dei posteri Milano è rimasta a lungo in un cono d’ombra che gli studi degli ultimi decenni stanno contribuendo a dissipare. La circostanza doveva essere invece chiarissima ai contemporanei, che vi accorrevano dall’estero ad apprendere e lavorare: nomi del calibro di Christoph Willibald Gluck, Johann Christian Bach, Wolfgang Amadé Mozart.

Milano - Gli ambiti di tanto interesse erano l’opera, la musica da chiesa, ma anche la musica strumentale, che ancora alle soglie del classicismo rappresentava, come si direbbe oggi, un’eccellenza italiana, un campo in cui il Bel Paese poteva ancora dirsi all’avanguardia: proprio a Milano, con Giovanni Battista Sammartini ma non solo. Il concerto odierno indaga, per il tramite d’un unico genere, il quartetto d’ar­chi, due volti della musica nella Lombardia dell’ultimo terzo del Settecento: la produzione notevolissima di una personalità ignota ai più, di cui si offre una prima riproposta moderna, e i lavori realizzati da un Mozart adolescente durante i soggiorni lombardi. Partiamo da quest’ul­timo nome, il più familiare.

È singolare che i primi sette quartetti del catalogo mozartiano abbiano visto la luce sotto il cielo di Lombardia. Se infatti è naturalmente il battesimo nell’agone dell’opera, con ben tre titoli di rilievo, il maggior bottino dei viaggi italiani, Wolfgang aveva provveduto a praticare con assiduità anche l’idioma della musica strumentale. Fu infatti durante una sosta in una locanda di Lodi, «alle 7 di sera» del 15 marzo 1770, che il talento in erba, da alcune settimane quattordicenne e ancora esente dalle distrazioni di Facebook e Netflix, inaugurò la sua personale frequentazione, destinata a esiti eccelsi, col quartetto d’archi.

Di questa primizia, K 80, non si sa se sorprenda di più l’incanto lirico somministrato dall’Adagio d’apertura, la vivacità quasi sinfonica dell’Allegro o l’elegante souplesse del Minuetto (il giocoso Rondeau conclusivo venne aggiunto solo anni dopo). Seguirà, nel corso del terzo e ultimo viaggio italiano, ormai esclusivamente mila­nese, nell’autunno/inverno 1772/73, la serie dei sei quartetti cosiddetti milanesi K 155-160. Di questi si presti attenzione, a titolo d’esempio e senza nulla togliere agli altri titoli (si pensi ad esempio alla cantabilità, a un tempo intensa ed elegante dell’Un poco adagio del Quartetto in do mag­giore K 157), alla costruzione del Quartetto K 156, che ripropone la tona­lità del primissimo, sol maggiore.

Se accoglie l’ascoltatore la cordialità d’un Presto dalle movenze da Ländler, l’ampio Adagio in mi minore si sporge, pur senza inoltrarvisi, su abissi che il genio in erba non mancherà di visi­tare nelle opere mature; uno smagliante Tempo di minuetto prosciugherà infine qualsiasi velleità malinconica.

Ai quattro quartetti mozartiani in programma se ne contrappongono cinque d’un perfetto sconosciuto al pubblico odierno. In realtà Carlo Monza, d’una generazione più anziano di Wolfgang e coetaneo all’incirca di Haydn, era personaggio in vista nella Milano teresiana, dov’era nato attorno al 1735, nello stesso torno d’anni di Giuseppe Parini, Cesare Bec­caria e dei fratelli Verri. Allievo del maestro del Duomo Giovanni Andrea Fiorini, il Monzino aveva condotto, come non di rado accadeva, due car­riere parallele negli ambiti dell’opera e della musica da chiesa.

Nella prima aveva riscosso per tre lustri, dai tardi anni Cinquanta, molto successo sulle principali piazze italiane – Venezia, Roma e Napoli incluse –, per diradare l’impegno a favore della musica sacra, che ne aveva progressivamente cata­lizzato gli interessi. E pour cause: dal 1768, due anni prima dell’arrivo dei Mozart, Monza, che si fregiava dei titoli di cavaliere e accademico filarmo­nico bolognese, aveva fatto incetta di collaborazioni e incarichi con molte delle più importanti chiese milanesi (tra queste S. Marco, S. Barnaba e S. Fedele: negli anni Ottanta supereranno la decina), diventando prima organista e poi, succedendo a Sammartini col quale aveva a lungo colla­borato, maestro in S. Gottardo, la cappella ducale, fino ad aggiudicarsi nel 1787 l’ambita carica di maestro del Duomo come successore di Sarti.

Mozart e Monza s’incontrarono probabilmente nel corso del primo soggiorno a Milano del Salisburghese, tanto più che la Nitteti di Monza seguì il Mitridate, re di Ponto mozartiano nel cartellone del Regio Ducale del carnevale 1771: non è documentato ma altamente plausibile che Wol­fgang e Leopold abbiano assistito a una recita dell’opera nei primissimi giorni di febbraio. Monza scomparve, come Cimarosa, nel primo anno del secolo nuovo.

Dividendosi, come molti suoi contemporanei, tra le cantorie ecclesiastiche e i foyer teatrali, Monza realizzò anche un tesoretto di pagine strumentali, «Finalmente produsse alcune opere di musica da camera», è l’opportuna conclusione della voce dedicata al compositore, che «si distinse in ciascun genere di musica», nella Nuova teoria di musica ricavata dall’odierna pratica (Parma 1812) del milanese Carlo Gervasoni.

A questo gruzzolo piccolo ma non insignificante appartiene una dozzina di quartetti per archi. Sei uscirono a stampa nel 1782 a Londra come op. 2; ben undici sono custo­diti presso il Fondo musicale dell’Archivio dei principi Borromeo all’Isola Bella. Di questi una serie di sei presenta, sorprendentemente, una curiosa titolazione che li dichiara musica a programma: caratterizzazione che non si arresta al titolo generale del quartetto, ma è talvolta declinata nel det­taglio dei singoli tempi.

Con la sola eccezione del Quartetto in si bemolle maggiore Divertimento noturno (sic), li ascolteremo questa sera in prima esecuzione assoluta: è plausibile attendersi, sulla scorta della vasta espe­rienza teatrale del Monzino e del carattere vivace e imprevedibile del per­sonaggio e della sua musica, notoriamente ricca di gestualità drammatica e scarti dinamici, che quest’ultima infonda, in un travaso dall’idioma impie­gato in teatro, vita palpitante ai patemi d’animo del giocatore, alle allegre fatiche venatorie, alle traversie amorose di uomini e dèi.

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