Milano in lockdown, un anno dopo: il racconto Dietro casa di Filippo Nardozza

Milano in lockdown, un anno dopo: il racconto Dietro casa di Filippo Nardozza

Libri Milano Lunedì 8 marzo 2021

di Filippo Nardozza
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© flickr.com / mayastar

Marzo 2020-marzo 2021: nell'anniversario del primo vero lockdown a Milano pubblichiamo in questa pagina il racconto Dietro casa: scorci di straordinaria quotidianità di Filippo Nardozza, ufficio stampa e web editor: un breve ritratto della Milano della primavera 2020 in cui tutti possono facilmente rispecchiarsi. 

Milano - Dietro casa: scorci di straordinaria quotidianità di Filippo Nardozza

Le sedici e trenta. Oggi l’impulso alla morigerata e rispettosa sgranchitina di gambe suona un po’ prima del solito. È domenica e sono quasi 48 ore consecutive che stai chiuso in casa. Il giorno precedente hai rinunciato alla passeggiata super solitaria: il rasserenarsi improvviso del cielo pomeridiano, le note di Azzurro che provenivano (a Milano come in tutta Italia) da una indistinta finestra sul cortile, l’aria tiepida e il tuo balcone spalancato a lasciar entrare sprazzi di vita segregata, avevano allentato la voglia di mettere almeno per un secondo - fisicamente e in sicurezza - il naso oltre la porta.

Dai, oggi posso rinunciare - ti eri detto. E poi ti aspettava un appuntamento: il primo aperiskype con gli amici dall’istituzione della zona protetta. Patatine, taralli, vino, birra e chiacchiere dallo schermo del cellulare. Ne approfitterò per andare un attimo in chiesa - ti dici (mentre indossi l’unico giubbotto che stai usando in questi giorni per uscire fuori) allo scopo di darti un obiettivo, una ragione concreta per avventurarti giù della scale, e affievolire così il lontano retrogusto di colpevolezza. Non è completamente una scusa: in tempi normali, in chiesa, ci vai. Apri il portone praticamente senza usare le mani e la desolazione della strada ti accoglie, prima che ti rinfranchi la voce a manetta di Freddie Mercury che intona (da un’altra indistinta finestra) We are the champions.

Punti verso l’abbazia di Casoretto, ma cambi presto idea: meglio evitare la direzione centro (sempre che un centro, in questi giorni, ci sia ancora). Così fai dietro front, verso la stazione di Lambrate. Cammini soppesando ogni passo, affidandoti ormai a quello che è già un istinto naturale, più che un’accortezza. Cambi marciapiede non appena un altro raro essere umano si profila all’orizzonte; o almeno ti allarghi sulla carreggiata sgombra. Eviti con cura anche qualsiasi involontario struscio di ringhiere, muri, panettoni. Lo sguardo verso le finestre degli altri lo alzi, però: la città è vuota ma la gente c’è, lì dietro, ognuno con la sua storia nella storia comune, il suo grado di preoccupazione, le dinamiche relazionali di famiglia. Non è andata al mare o in montagna.

Il flusso dei pensieri proiettati verso una magnolia in fiore è interrotto da una sirena… ti agiti un po’, ti scansi anche se non ce n’è bisogno. Ecco, ne vanno a prendere un’altro - ti dici prima che una sorta di fratello dello spirito di auto conservazione ti ricordi che ci sono anche le altre emergenze e malattie, quelle che hanno fatto da sempre girare le ambulanze a Milano. E ricordi a te stesso che il problema è proprio quello: la somma di tutto.

Oltrepassando la stazione e la rotonda di Rimembranze di Lambrate sei giunto intanto in via Conte Rosso, quella che ti piace tanto. La fila di edifici bassi del primo novecento, l’edicola della Cappelletta, la cinquecentesca Villa Folli che hai appena scoperto essere ancora abitata, ti ricordano con suggestione della vecchia Lambrate, orgoglioso comune rurale e autonomo fino al 1923, prima dell’inglobamento nella metropoli che si espandeva. L’hai letto più volte nelle tue frequenti incursioni storico-geografiche notturne, sul web, rigorosamente da cellulare. Lo testimonia anche il campanile della chiesa di San Martino, verso cui ti dirigi. Timidamente, vedendo l’ingresso spalancato, entri.

L’interno di mattoncini rosso bruno è accogliente nella sua desolazione. Passeggi un attimo per le navate, ti fermi. Inizi timidamente a pregare solo un volta che sei lì, davanti all’altare, come se Dio non potesse ascoltarti anche in movimento o fuori da quelle mura. La bella visione del mosaico dell’abside ti assorbe completamente, tanto che sussulti quando dietro di te senti qualcuno che si avvicina. E ti parla.

A que hora empieza la misa? - è una signora bruna e tarchiatella ad apostrofarti in spagnolo, protetta dal fresco di metà marzo solo da una felpa. Indietreggi di un passo, tentenni mentre cerchi di risponderle mantenendo la calma, per un attimo messa alla prova dalla sorpresa del tentato avvicinamento. 
No hay misa… por la emergencia - aggiungi, come se non fosse scontato.
Que emergencia? 
La del coronavirus! - indietreggi ancora.
Ah si! Lo sè lo sè - tiene a precisare. No tengas miedo…
No tengo miedo, pero no podemos…
Si, la distancia, lo sè
- precisa ancora. Poi chiede: El cura està aqui? Pues no, el no va a darme nada…!
È inquieta, si aggira anche lei un attimo per le navate, prima di uscire. No messa, no elemosina.
Que Dios te benediga! - esclama qualche minuto dopo, quando andandotene le dai qualche moneta - para comprar un poco de pan y de salami - aggiunge.

Ti re-immergi nella strada vuota. Più in là c’è una famiglia con due bambini, sul monopattino. Poi, di tanto in tanto, solo singoli o coppie con grosse borse dell’Esselunga, quella di via Pitteri. Una volante dei Carabinieri ti guarda passare spedito nella tua attività motoria, la camminata veloce. Ti domandi per un attimo se non sia il caso di entrare anche tu un secondo al super, non sai se hai uova a sufficienza per il dolce che ti sei preposto di fare. Ricordi poi che ogni ingresso può essere occasione di contagio. Meglio rimandare alla prossima, unica spesa settimanale - ti dici volenteroso, promettendoti che ti farai bastare quelle che hai.

Già che ci sei, decidi però di allungarti - sempre in modo appartato - verso il poco distante quartiere di Ortica. È da tanto che non ci vai. In realtà ti scopri a ricordare che forse non ci sei mai stato realmente, se non di passaggio con il bus 54, le volte in cui lo hai preferito al metrò per rincasare. Se non per una serata di gruppo alla nota balera e per un corso di formazione di tanti anni fa, appena laureato. Sulla strada ti fai spazio per allontanarti da un signore anziano che incontri: avrà tra i 77 e gli 82 anni - ti dici. Tira al guinzaglio un bassotto che non sembra volerlo seguire. Ti saluta da lontano. Resti attonito.

Ci conosciamo? - ti chiedi davanti a un comportamento normalmente concesso solo sui sentieri di montagna. No. E non siamo nemmeno in montagna. Sorridi. Ricambi il saluto a distanza. Guardi il cagnetto che non obbedisce al padrone e che sembra sorridere anche a te, con gli occhietti. Riprendi a camminare e ti animi quando vedi comparire il quartiere - Ortica - oltre il ponte della ferrovia. Una dimensione a sé: desolato nel silenzio, colorato nei murales. Non avevi mai fatto sufficientemente caso agli indizi della sua esistenza storica, piccolo borgo agricolo, frazione di Lambrate. Per la prima volta colleghi mentalmente che il palazzo che sovrasta la nota Balera de l’Urtiga, ex dopolavoro ferroviario, altro non è che un’antica stazione, proprio quella - originale - di Lambrate. Molto prima che il tuo quartiere fosse conosciuto soprattutto per il via vai di pendolari, per il birrificio, per la fermata della linea verde, per l’odore pungente che da Pizza Mundial coglie il passante che sbuca in piazza Bottini.

Non avevi mai fatto caso al biancore della chiesetta de l’Urtiga. Ci entri, c’è un solo uomo anziano a pregare silenzioso. Ti stupisci dei ricchi affreschi sbiaditi della volta e per qualche minuto ti perdi nei loro colori, cercando di riconoscerne le forme. Esci e dopo una brevissima sosta nella piazzetta deserta - assaporando il fascino delle costruzioni basse che resistono al proliferare di palazzi anni ’60 e ’70 - ti avvii di nuovo in direzione casa. Ancora sacchetti dell’Esselunga per strada, di cui eviti con cura i portatori. Qualche rara auto. Ancora una volante - questa volta della Polizia - che ti passa accanto tranquilla: stai facendo attività motoria senza avvicinare altre cellule umane.

Hai lo sguardo basso sul marciapiede a pensare ancora al borgo antico quando, nel tuo campo visivo, vedi entrare improvvisamente due gambe toniche al galoppo, e fai appena in tempo a scansare il proprietario (a sua volta isolato nel suo jogging), buttandoti di lato. Il piede regge bene: al Gaetano Pini, due anni prima, sono stati bravi, ma ringrazi dentro di te anche la tua riserva di vitamina D. Intanto, sei quasi tornato nella vecchia Lambrate. Mancano poche centinaia di metri a casa, che sorge al di là della stazione, dove un tempo era aperta campagna: campi e risaie tra il piccolo comune e Milano (che iniziava secoli fa solo molto più avanti, verso Porta Venezia).

Ti blocchi. Uno scorcio ti rapisce. Da un piccolo giardino con tanto di magnolia fiorita si vede l’abside della chiesa di San Martino, quella in cui sei entrato poco prima. In 18 anni non te ne eri mai reso conto. La visione è superba, tanto che stai per aggrapparti alle inferriate che delimitano il giardino, perso in quella visione di poesia urbana cui vuoi avvicinarti. Per fortuna ti fermi, prima di toccare la superficie con le mani. Sei stupito. Con i viaggi che hai fatto in giro per l’Italia e l’Europa mai avresti pensato di poter provare un brivido di fascino tra il capolinea del tram 33 e la ferrovia - ti ripeti mentre passi, per la quarta volta in un’ora, il gel igienizzante sulle mani. Non si sa mai.

Prosegui ancora. L’autista (donna) del 54 fermo in via Viotti (la prima che vedi senza mascherina da quando sei uscito), sorride immersa a scrollare lo schermo del cellulare. Fa tenerezza, sul suo mezzo vuoto. Sei ormai a casa. Ti sembra passato un giorno, eppure è solo un’oretta. Ti togli le scarpe all’ingresso, il giubbotto, i vestiti e riponi tutto nel solito angolo. In mutande ti lavi le mani per 40 secondi buoni e ti metti nei panni di casa. Igienizzi il cellulare con lo spray uccidi microbi per il bagno, ti rilavi le mani. In cucina, ti prende il raptus di metterti a pulire con lo Spic & Span il fondo in acciaio dello scolaposate, cosa che in condizioni normali avresti come minimo rimandato alle pulizie di primavera dell’anno successivo. Poi prendi una ciotola, rompi due uova, aggiungi lo zucchero, il cacao, la farina, ti chiedi se hai il lievito: altra cosa che non fai, forse, dal 2014 almeno, limitandoti a mala pena a prepararti tre cene a settimana. Nel miscuglio marroncino che inizia a formarsi scorgi e ricordi il viso bonario del signore con il cane, quello di prima. Ven chi, piccolo! - lo senti dire all’animale che non obbediva e stava fermo a guardarti. Il piccolo ti dà un sussulto.

Poi - ma non sai se sia vero o immaginario - senti aggiungere al vecchio: Andrà tutto bene.

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