Mostre Milano Mudec - Museo delle Culture Martedì 30 aprile 2019

Lichtenstein al Mudec: orari, biglietti e foto della mostra Multiple Visions

© Carlotta Coppo
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Milano - Il Mudec di Milano presenta un grande maestro americano e una delle figure più importanti nell’arte del ventesimo secolo: Roy Lichtenstein approda al Museo delle Culture di Milano con la mostra Roy Lichtenstein. Multiple Visions, aperta al pubblico dal primo maggio all’8 settembre 2019.

L'arte sofisticata di Roy Lichtenstein, riconoscibile al primo sguardo e apparentemente facile da comprendere, ha affascinato fin dai primi anni eroici della pop art generazioni di creativi, dalla pittura alla pubblicità, dalla fotografia al design e alla moda e il potere seduttivo che essa esercita sulla cultura visiva contemporanea è ancora molto forte.

In mostra circa 100 opere tra prints anche di grande formato, sculture, arazzi, un’ampia selezione di editions provenienti da prestigiosi musei, istituzioni e collezioni private europee e americane (la Roy Lichtenstein Foundation, la National Gallery of Art di Washington, il Walker Art Center di Minneapolis, la Fondation Carmignac e Ryobi Foundation, Gemini G.E.L. Collection), oltre a video e fotografie.

Attraverso una panoramica sui temi e i generi dell’arte di Roy Lichtenstein, la mostra evidenzia come gli elementi di diverse culture confluiscano nel suo lavoro di decostruzione e ricostruzione dell’immagine, e quindi elaborate in chiave pop con il suo linguaggio personalissimo: dalla storia della nascita degli Stati Uniti all’epopea del Far West, dai vernacoli e le espressioni artistiche etnografiche degli indiani d’America alla cultura pop esplosa in seguito all’espansione dell’economia mondiale del secondo dopoguerra, dalla cultura artistica europea delle avanguardie allo spirito contemplativo dei paesaggi orientali.

La fascinazione per la forma stampata, cioè la riproduzione meccanica come fonte di ispirazione, che è alla base del lavoro di Roy Lichtenstein e che nella sua pittura viene attuata in un percorso che parte da una copia che viene trasformata in un originale, viene presentata in questa mostra nel suo processo inverso: da un’idea originale a una copia moltiplicata. Una ricerca che l’artista condusse nel corso di tutta la sua carriera attraverso la stampa e la manifattura, realizzando lavori pensati ad hoc (la realizzazione di una stampa o di una scultura partiva da disegni e studi preparatori, come per i dipinti) e impiegando tecniche e materiali innovativi; una pratica che diventa una forma di espressione artistica e un’estensione della sua visione estetica, costruita metodicamente da Lichtenstein in parallelo alla pittura e di cui la mostra presenta l’evoluzione a partire dai primi lavori degli anni Cinquanta.

La mostra è organizzata in un percorso tematico, evidenziando l’evoluzione nel lavoro di Lichtenstein rispetto alla riproducibilità meccanica dell’opera d’arte, di cui è stato forse il più sofisticato interprete, ma illustrandone allo stesso tempo le sue diverse interpretazioni e rappresentazioni formali rispetto ai soggetti trattati: visioni che procedono con costanti riferimenti trans-storici ai mutamenti dei linguaggi artistici.

Storia e Vernacoli

Negli anni ’50 Roy Lichtenstein perfezionò le tecniche di riproduzione meccanica tradizionali come litografia, acquatinta e incisione che aveva appreso a scuola. Con quei primi lavori, che spesso realizzava personalmente, egli non considerava ancora il printmaking come qualcosa di comparabile con la pittura, ma piuttosto un momento scolastico di distrazione. In quell’epoca pre-pop Lichtenstein rivisitava iconografie medievali, reinterpretava opere letterarie americane o dipinti come Washington Crossing the Delaware di Manuel Leutze (c. 1851), ricalcando stili e forme dell’astrattismo europeo e in particolare gli universi di Paul Klee; mescolava il modernismo proveniente dall’Europa con i vernacoli della storia e della cultura americana: gli indiani e il Far West, le scene di vita dei pionieri alla conquista delle terre, gli eroi e i cow-boy. Su questa imagerie Lichtenstein impresse uno stile vagamente favolistico e ironico, che derivò proprio da Picasso, Klee, Ernst.

Alla fine degli anni ’70, che coincidono con un rinnovato attivismo sociale e politico dei Nativi d’America e con la nascita del movimento Red Power, Lichtenstein ritorna sul tema delle decorazioni e dei motivi dei nativi americani riletti in chiave pop. Utilizza deliberatamente una mescolanza di linguaggi che include stilemi tratti da tutte le popolazioni dei nativi americani, da quelli del nord-ovest a quelli delle pianure del Sud, combinati con segni e simboli inventati, con il proposito di contrapporre un clichè occidentale alla cultura originale degli Indiani d’America.

Oggetti

La poetica degli oggetti è sicuramente uno dei temi fondanti della pop art. Anche per Lichtenstein gli oggetti di uso quotidiano diventano segni, riprodotti con intenzionale superficialità e con grossolana semplificazione, sono ritratti di una certa anti-sensibilità che pervade la nostra società. Il colore dell’oggetto diventa nei lavori di Lichtenstein colore-oggetto: a partire dalle serie Still Life, l’elemento colore diventa centrale con un suo valore intrinseco e astratto, aldilà dell’oggetto che avvolge. Prediligendo i colori fondamentali e evitando le gradazioni tonali, l’artista ne esalta il carattere percettivo; proprio negli anni ’60, gli studi di cromo-dinamica hanno un ruolo importante nei progetti di industrial design. Nella serie dei Mirrors l’artista ha uno scarto concettuale: lo specchio ci appare in realtà come un oggetto-non-oggetto: non ha immagini riflesse e mancando alla sua funzione, diventa un oggetto astratto, uno spazio misterioso, da attraversare, come lo specchio di Alice.

Interiors

Il tema dell’oggetto ha per Lichtenstein un’estensione in quello degli Interiors, del 1990, che fa riferimento a un gruppo di dipinti di interni, Artist’s Studio Paintings, realizzati da Lichtenstein tra il 1972 e il 1974; in questi lavori più che gli oggetti e gli arredi, gli elementi più importanti erano delle autocitazioni, cioè dipinti appesi alle pareti, che riproducevano opere precedenti dello stesso Lichtenstein. La serie di prints degli Interiors precedette i dipinti con lo stesso soggetto e fu realizzata attraverso una combinazione di diverse tecniche di stampa tra cui litografia, xilografia e serigrafia.

Gli ambienti interni e il mobilio hanno sempre interessato Lichtenstein, nei suoi primi lavori pop troviamo bagni, tende, stufe, divani. Negli Interiors Lichtenstein allarga il campo, lavora per superfici piane sulla percezione visiva dello spazio in pittura con uno stile che richiama i disegni degli architetti modernisti, de Stijl in particolare. Gli Interiors di Lichtenstein, nelle prints di grandi dimensioni, sono ambienti della vita quotidiana, ma inanimati, inabitabili, moderni interni quasi metafisici.

Action comics

Lichtenstein scoprì la visualità bidimensionale dei comics, pilastro della cultura visiva popolare americana, come fonte di ispirazione e di materiali per la sua arte nel 1961, ma sebbene sia un forte elemento di riconoscibilità della sua arte (con il puntinato tipografico) utilizzò le immagini dei fumetti per pochi anni. Il suo intento era di circoscriverne l’aspetto formale a scapito di quello narrativo, prelevando un singolo fotogramma e ingrandendo l’immagine in fuori scala, imitando a mano la tecnica tipografica con cui era stata riprodotta. Lichtenstein era interessato alla forma e all’impatto nella percezione dell’immagine, non al soggetto o all’azione. Il risultato è un’immagine molto più complessa e potente dell’originale.

Le prime prints, che Lichtenstein pubblicò con Leo Castelli, erano stampe offset, senza testo, usate come poster promozionali, la qualità delle immagini e il colore erano volutamente lasciati un po’ ruvidi, imperfetti, da evocare l’origine mediocremente tipografica. I soggetti di riferimento erano tipi di fumetti maschili (guerra e action, immagine dinamica) e femminili (romance, immagine statica). Al sentimentalismo femminile sono contrapposte immagini di guerra e di violenza tratte dai comics maschili, di una violenza certamente edulcorata dalla finalità artistica, ma che attirarono su Lichtenstein l’accusa di replicare un immaginario machista.

La figura femminile

Il tema della rappresentazione della figura femminile nell’arte di Roy Lichtenstein procede in parallelo con le evoluzioni sul tema più generale della donna nel contesto sociale e culturale della società americana tra gli anni '60 e gli anni '90. Nei primi anni '60 la donna è ripresa dalle pubblicità dedicate alla cura del corpo e della casa, è rappresentata come una casalinga felice in un habitat di benessere materiale, in sintonia con gli stereotipi propagati dal contesto sociale e culturale dell’epoca. Successivamente la rappresentazione della donna passa alle immagini piatte e bidimensionali riprese dai cartoons: una donna idealizzata, pop-platonica, secondo i clichè delle novelle illustrate per teen–agers, dipinta quasi sempre come sognante o in balia di inquietudini esistenziali.

Negli anni ’70 avviene un cambiamento nella rappresentazione della donna da parte dell’artista americano, a cui non è probabilmente estraneo l’avvento dei movimenti femministi. Fino al 1977 la figura femminile quasi scompare dai suoi lavori, per poi riapparire filtrata dalle visioni che ne avevano avuto i maestri delle avanguardie del Novecento, da Picasso a de Kooning al surrealismo. Le donne riappaiono con immagini da cartoons, che si scorgono solo parzialmente dietro una cortina di riflessi, per diventare tema unico nei lavori del 1994 e 1995 con la serie dei nudi. Qui si trovano donne ritratte in una sfera intima, tra loro, sensuali, che hanno abbandonato l’aura malinconica e sembrano aver sostituito al romanticismo il narcisismo.

Paesaggi

Lichtenstein realizza i primi Landscapes insieme agli ultimi fumetti figurativi. Ovviamente fa riferimento a immagini realizzate da altri piuttosto che alla natura: nei templi greci o in tramonti e albe ha voluto riprodurre non la realtà, ma la sua immagine ripresa dagli sfondi dei cartoon. Intorno al tema del paesaggio Lichtenstein inizia la sperimentazione con materiali innovativi nella riproduzione e utilizza il Rowlux, un tipo di plastica lenticolare che suggerisce un’idea di movimento all’osservatore che le gira intorno. Il tema del paesaggio si ripropone ancora nelle sue serie, come in Landscapes Series del 1985. In questi paesaggi, con pennellate di molti colori diversi che mostrano quanto il repertorio cromatico dell’artista rispetto alle prime prints si sia qui arricchito e evoluto e che creano un’immagine di intricata gestualità espressionista, sono mescolate per la prima volta le pennellate stilizzate tratte dai cartoon con cui l’artista ironizzava sullo stile action painting e pennellate reali.

La visualità intensa di questi paesaggi è antitetica a quelli della serie Chinese Landscape, l’ultima realizzata dall’artista nel 1996. Qui Lichtenstein si ispira ai monotipi e ai paesaggi a pastello di Edgar Degas, che aveva visto al Metropolitan Museum e alle riproduzioni nei numerosi libri da lui acquistati su questo argomento. Le atmosfere rarefatte del paesaggismo orientale, montagne, cielo, acqua, nuvole e orizzonti sono catturate e enfatizzate dall’artista attraverso una complessa composizione di benday dots (puntini tipografici), il cui impiego raggiunge in queste opere forse il punto più alto della sua ricerca formale.

Astrazione

A parte alcuni tentativi di esplorazione dell’astrattismo della fine degli anni ’50, presto abbandonati, coerentemente con lo spirito pop più che all’astrazione come genere pittorico Lichtenstein è interessato a una sua rappresentazione parodistica. A partire dal 1965 crea alcuni Brushstrokes, opere che riproducono come soggetto isolato una pennellata, gesto archetipico e simbolo romantico della pittura, e ne fornisce, congelando la fluidità del segno, una versione aggiornata ed ironica: il gesto espressionista astratto si trasforma nel suo opposto, un clichè industriale. Dopo aver affrontato il tema della pennellata nei Brushtrokes degli anni ‘60, Lichtenstein vi torna nuovamente negli anni ‘80 modificando profondamente il suo stile. La pennellata congelata si espande e si moltiplica in un segno scomposto, con cui affronta temi d’ispirazione classica come la natura morta e il paesaggio, o reinterpreta opere di grandi maestri, da Van Gogh a de Kooning. Pennellate virtuali e reali sono combinate in un unico lavoro. Le sculture in bronzo ed in legno che Lichtenstein realizza negli anni ‘80 sul medesimo tema sono il tentativo di rendere tangibile un’idea dandole un peso reale, cioè dare forma solida a ciò che è invece un gesto momentaneo, di solidificare qualcosa di effimero. Nella serie Imperfect, realizzata da Lichtenstein verso la metà degli anni ’80, l’artista riflette sull’astrazione geometrica pura. I lavori sono costituiti da campiture piatte ed intersezioni di linee che fuoriescono dal rettangolo della cornice e alludono alla tridimensionalità.

Maestri del Novecento

A partire dal 1963 Lichtenstein inizia a reinterpretare, basandosi sempre su riproduzioni a stampa, temi tipici e maestri delle avanguardie del Novecento. Non si tratta di un mero citazionismo o della volontà di reinterpretare l’arte del passato ma di una sua decostruzione e rilettura stilistica che riconduce l’immagine ad una dimensione contemporanea. Se nelle prime opere con questo taglio Lichtenstein propone un rifacimento di un’opera precisa, come nelle Cattedrali di Rouen di Monet, nelle opere riferite all’Espressionismo o al Surrealismo intende ricostruire uno stile e non un soggetto o un dipinto in particolare. L’arte delle avanguardie moderne non costituisce per Lichtenstein una tradizione impegnativa, un tracciato che sia necessario seguire ma è alla stregua di un oggetto, uno strumento di cui disporre liberamente fino a farne strumento di un gioco linguistico e creativo totalmente rinnovato e anestetizzante.

In questo atteggiamento ludico Lichtenstein fa da apripista a quella complessa fase dell’ultimo scorcio del XX secolo che prenderà corpo nel Postmodernismo. Originalità, coinvolgimento fisico ed esistenziale dell’autore, unicità e irripetibilità del gesto dell’artista-creatore, erano concetti che Lichtenstein non condivideva e che rappresentano anche alcuni dei bersagli che il postmodernismo trova nell’arte moderna e cerca di smontare. Con la sua ricreazione Lichtenstein annunciava che si stava vivendo un’epoca in cui la storia eroica dell’evoluzione dell’arte moderna da Van Gogh e Monet a Picasso e all’Action Painting era un capitolo chiuso.

Roy Lichtenstein. Multiple Visions: orari e biglietti

Promossa dal Comune di Milano-Cultura e da 24 Ore Cultura - Gruppo 24 Ore (anche produttore) e ideata da Madeinart, la mostra Roy Lichtenstein: multiple visions è curata da Gianni Mercurio, studioso di Lichtenstein da oltre vent’anni. Questi gli orari di apertura al pubblico: lunedì 14.30-19.30; martedì, mercoledì, venerdì e domenica 9.30-19.30; giovedì e sabato 9.30-22.30 (ultimo ingresso sempre un'ora prima dell'orario di chiusura).

biglietti di ingresso alla mostra di Roy Lichtenstein hanno i seguenti prezzi: intero 14 euro (17 euro per il biglietto Open); ridotto 12 euro per visitatori dai 14 ai 26 anni, over 65, persone con disabilità; ridotto speciale 8 euro per volontari Servizio Civile Nazionale e possessori di abbonamenti annuali Atm, oltre che per gli studenti universitari muniti di tesserino (questi ultimi nella sola giornata di martedì, esclusi giorni festivi); ridotto 8 euro per bambini dai 6 ai 13 anni e 4 euro per bambini dai 3 ai 5 anni; entrano gratuitamente i bambini di età inferiore ai 3 anni. Previsti anche biglietti famiglia al costo di 12 euro per 1 o 2 adulti e 4 o 8 euro per i primi due bambini a seconda dell'età (il terzo bambino entra gratis); i gruppi da 15 a 25 persone hanno diritto a un biglietto al prezzo di 11 euro. Per ulteriori informazioni - compresa la possibilità di visite guidate alla mostra - consultare il sito del Mudec.

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