Cultura Milano Lunedì 25 giugno 2018

La Triennale secondo Boeri: «spazio ai giovani e sinergie». Intervista al nuovo presidente

Stefano Boeri
© Gianluca Di Ioia

Milano - Tre sono le parole che ricorrono nel dialogo con Stefano Boeri: alberi, rete e istituzioni. Un (piccolo) arcipelago di senso che riassume bene il milanesissimo architetto e urbanista che, dal 2011 al 2013, è stato anche assessore alla Cultura per la giunta Pisapia. Nominato presidente della Triennale il 10 febbraio scorso dall’ex ministro dei Beni Culturali Franceschini, Boeri arriva trafelato: «ho appena finito un incontro con gli studenti», dopo lo aspetta il CdA. Si toglie la giacca e cominciamo senza giri di parole: «lavoro perché La Triennale di Milano torni ad avere una grande autorevolezza come le spetta per la sua storia».

Mi racconta della sua prima visita alla Triennale, la primissima volta in cui ha varcato la soglia del Palazzo delle Arti?

«Credo fosse per una mostra del Compasso d'Oro. Mia mamma (ndr, Cini Boeri, designer e architetto) lo aveva vinto nel 1979 per il divano Strips. E poi ho un altro ricordo legato a un artista austriaco, Friedrich Hundertwasser, che per la Triennale del 1972 aveva lanciato l'idea che gli alberi dovessero essere considerati come inquilini delle case al pari degli uomini. Girava per Milano con un piccolo albero, forse un pioppo, in mano».

Intervistato da Francesco Merlo nel 2017 ha dichiarato: «Milano ce l'ha fatta, ma ora corre due grandi pericoli: l'arroganza e la nostalgia». Nelle scorse settimane ha detto di voler trasformare La Triennale in un punto di riferimento per arte e design qual è la Scala per la musica. Non vede il rischio di cui sopra?

«È un progetto ambizioso sì, ma non arrogante. Come la Scala è un hub di reti culturali tant'è vero che una delle cose su cui stiamo lavorando con il Comune di Milano è una rete di istituzioni culturali attorno al Parco Sempione. Questo non è un progetto in cui possiamo pretendere di fare tutto da soli. Del resto noi siamo un pezzo di un network che lavora sulle collezioni, sull'architettura, sul design. C'è l'ambizione di essere autorevoli al punto da poter coinvolgere le altre istituzioni. La generosità mi sembra un altro aspetto fondamentale: noi siamo la punta di un iceberg di un formidabile network di piccole imprese del mobile, ma anche del tessile e della micromeccanica di cui La Triennale è la casa».

Qualche settimana fa ho intervistato il direttore Bradbourne che mi ha confermato l'idea di fare sinergia fra la Pinacoteca di Brera e La Triennale. Può dirmi qualcosa di più?

«Ho detto pubblicamente che Triennale, Scala, Piccolo Teatro e Brera sono le quattro grandi istituzioni pubbliche milanesi del mondo della cultura e che sarebbe bellissimo, pur nella totale autonomia di strategie e di organizzazione, lavorare insieme. Ci sono delle idee che, al momento, sono in fase di elaborazione...».

Conosce il neo ministro della Cultura Alberto Bonisoli?

«Credo di aver incontrato Bonisoli quando ero assessore alla Cultura per parlare di questioni relative a NABA e Domus Academy, ma non posso dire di conoscerlo».

Bonisoli ha affermato che «ci vogliono più soldi, che ci piaccia o no, non spediamo abbastanza». Gli chiederà di rivalutare la ridistribuzione dei fondi che La Triennale riceve dal Mibact?

«MAXXI riceve da Mibact cinque volte più fondi rispetto a Triennale. Aggiungo una cosa: ho appena saputo che il MAXXI è stato finanziato per un milione per la fotografia. Vorrei ricordare che alla Triennale fa capo l'unico Museo Nazionale della Fotografia, che è a Cinisello Balsamo ed è una nostra fondazione (ndr, nel 2016, in seguito al rischio di chiusura del MuFoCo, La Triennale entra a fa parte dell'organo di indirizzo e gestione del museo cinesellese di cui da allora accoglie e espone le collezioni). Ci tengo a dirlo: il MAXXI è una struttura guidata molto bene, con una grande qualità, ma mi chiedo come sia possibile che il finanziamento aggiuntivo non vada al Museo Nazionale per la Fotografia che sta a Cinisello cioè in Fondazione Triennale».

Per La Triennale avete scelto curatori dal curriculum internazionale e di età media piuttosto bassa, almeno per l’Italia. Insieme ai riconfermati Silvana Annicchiarico, direttore del Design Museum e Umberto Angelini, responsabile del settore Teatro, danza performance e musica, è in squadra anche Joseph Grima, curatore del settore Design, moda, artigianato. Sparita la delega all’Arte Contemporanea, si è puntato su New Media, Fotografia, Cinema e Tv con Myriam Ben Salah. In che modo La Triennale intende aprirsi al tema del Digitale?

«Ci sono dei progetti, Myriam sta lavorando sui videogiochi come forma di produzione creativa autenticamente artistica, c'è anche l'idea di una mostra dedicata a una grande artista, ma non posso ancora dire il nome».

Mi dica qualcosa sul lavoro di Lorenza Baroncelli che si occuperà di Architettura, rigenerazione Urbana e città. Una traiettoria indubbiamente nuova...

«Sì, anche la scelta di portare qui l'Urban Center del Comune ha quella finalità: lavoreremo qui insieme a Comune e Politecnico, ma anche insieme ad altre scuole sul tema dei quartieri esterni e delle periferie, della forestazione e dei servizi sociali. In questo senso quell'arroganza di cui lei diceva all'inizio se è ambizione a sviluppare il ruolo della Triennale come hub di reti di impegno sociale, c'è. Senza dubbio».

Restando sulla rigenerazione urbana, non c'è il rischio che la Milano del centro sia sempre più mirabolante e le periferie osservino questa trasformazione senza diventarne protagoniste?

«Milano è una città fatta ad arcipelago, ci sono zone di grande disagio e pessima qualità degli spazi anche molto, molto centrali. Cito sempre il caso di via Gola che è a 150 metri dalla Darsena ed è un punto di abbandono, degrado, spaccio. Poi ci sono i quartieri esterni - non li chiamo periferia perché Milano è una città piccola - di grande ricchezza, penso ad alcuni centri urbani dell'hinterland. A chi dice decentramento, decentramento, decentramento rispondo sempre che è giusto decentrare alcuni servizi, ma i più accessibili a tutta la popolazione sono quelli che, geometricamente, stanno nel luogo ubicato al centro».

A fine maggio si è tenuta l'edizione 2018 di Milano Arch Week, che ha da sempre un fortissimo rapporto con il Politecnico di Milano. In che modo La Triennale intende coltivare il rapporto con le università e i più giovani?

«Lei ha colto un tema che mi sta a cuore. Punterò moltissimo su questo aspetto perché si impara molto - io ho imparato molto - dal punto di vista di chi fra quindici anni avrà in mano il futuro di Milano e non solo di Milano. Concretamente abbiamo un progetto molto bello che è in via di definizione per coinvolgere i licei e gli istituti tecnici milanesi. Ci stiamo lavorando, per ora non possiamo dire di più».

Parlavamo di Politecnico e il pensiero è corso subito alle trasformazioni cui Città Studi andrà incontro con il trasferimento delle facoltà scientifiche di Statale all'ex sito Expo 2015. Cosa ne pensa?

«Ho sentito il parere di un urbanista importante come Alessandro Balducci (ndr, Balducci è stato assessore all'Urbanistica della giunta Pisapia dal 2015 al 2016, precedentemente era stato prorettore vicario del Politecnico dove tuttora insegna Urbanistica): c'è l'idea di mantenere invariato il numero di studenti e docenti attualmente presenti grazie a spostamenti di funzionalità di Bicocca e Statale, oltre al grande ampliamento del Politecnico. Il grande tema di Città Studi è quello di essere più consapevole di essere certamente un quartiere, ma soprattutto un grande campus. Oggi di sera si spegne, gli studenti che vanno a dormire altrove. Una grande risorsa sprecata. Credo che il progetto portato avanti dal Comune sia intelligente e certamente non superficiale».

Intervenendo a Singapore alla Brainstorm Design Conference, Paola Antonelli ha detto: «la scienza informa l'ingegneria che dà forma all'arte che plasma il design». Mi sembra una sintesi eccellente dell'assunto da cui origina la XXII Triennale dedicata al tema Broken Nature. La curatrice mette in riga l'interdipendenza collettiva e la perpetua ricerca di un equilibrio dell'ecosistema nel quale ci muoviamo tutti, non solo architetti, designer e artisti.

«La scienza oggi ha ruolo molto importante non solo dal punto di vista dell'innovazione tecnologica, ma anche della capacità predittiva, di anticipazione di alcuni fenomeni. Questo ruolo oggi è e spero diventi sempre più un riferimento per le arti e per la creatività in senso lato. Mi sto occupando da anni della questione del cambiamento climatico: solo grazie ad alcuni avanzamenti nella previsione satellitare di mutamenti meteorologici e attraverso l'astrofisica spaziale si è capito quali sono i rischi di un riscaldamento eccessivo del pianeta e del conseguente scioglimento dei ghiacciai ed innalzamento degli oceani. Parliamo di fattori che fino a qualche anno fa non erano condivisi, o per lo meno c'era ancora spazio per chi li voleva negare».

Cosa succederà a partire dal primo marzo 2019 quando Broken Nature inaugurerà ufficialmente?

«Il lavoro che Paola Antonelli sta facendo è formidabile e guarderà alla restituzione alla natura di quanto le è stato tolto. Un tema intrigante. Mi aspetto che per sei mesi La Triennale sia un luogo di incontro, scambio confronto. Broken Nature vuole essere un grande momento di riflessione critica sul nostro passato e una occasione di pensiero per chi fa il mestiere di progettista, non solo un momento di documentazione. Ho trovato la scelta di lavorare insieme al MoMA molto giusta perché mette insieme due istituzioni che si muovono già su questi temi».

Prima di chiudere, mi rivolgo al Boeri urbanista. Nel 2016, a Milano, c'erano 690.824 auto private, a cui si sommano i mezzi pubblici. La gran parte di questi veicoli vengono parcheggiati per strada. Lei ha proposto di sostituire gli spazi destinati agli stalli delle auto con nuovi alberi.

«Sì, Milano è la città in Europa che ha percentuale abitanti-auto più alto, ma è anche la città che ha le forme di mobilità in condivisione più avanzate, penso a car sharing, ma anche scooter e bike sharing. Ha un sistema di trasporto pubblico eccellente, ha una conformazione pianeggiante. Per tutte queste ragioni mi sembra incredibile che ci sia ancora questa enorme superficie di lamiere ferma che toglie spazi pubblico e verde ai cittadini».

Il 6 giugno scorso sul Corriere della Sera è uscito un sondaggio sull'innovazione: il 35,5% dei milanesi intervistati ha dichiarato che, per innovarsi, la città abbia più bisogno di aree verdi e percorsi salute. Il pensiero è andato al suo Fiume Verde tra gli scali...

«Recentemente ho incontrato dei ragazzi di due licei, uno di Monza e uno di Milano, proprio sul tema della mobilità sostenibile e ciclabile. I ragazzi non hanno più interesse per una macchina di proprietà, ma vogliono la possibilità di un temporaneo uso e hanno una grande attenzione alla mobilità verde. Basta che la politica sia un filo più coraggiosa e il problema si risolverebbe facilmente. Avremmo migliaia di alberi in più e molti più spazi per le piste ciclabili e pedonali».

Ultima domanda: ma oltre La Triennale cosa c’è? Non farà mica come Bradburne che, scherzando ma non troppo, mi ha detto che è quasi sempre in Pinacoteca...

«No (ride). Sono spessissimo qui, ma mi sento di passaggio: ho un studio che non voglio lasciare. Sono un architetto, è la mia passione, il mio lavoro, la mia vita».

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