Attualità Milano Giovedì 19 aprile 2018

Croce Rossa in risposta ai bisogni di Milano: intervista al presidente Maraghini Garrone

Luigi Maraghini Garrone
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Milano - Trentacinque anni, avvocato romano trapiantato a Milano dal 2008, Luigi Maraghini Garrone è il presidente della Croce Rossa di Milano. Lo incontro a pochi giorni da un momento importante per il Comitato di Milano: l’annuale concerto solidale che si tiene alla Scala. Questa volta l’appuntamento è fissato per il 23 aprile quando si esibirà la Rotterdam Philharmonic Orchestra diretta dal maestro Yannick Nézet-Séguin e accompagnata dalla pianista Yuja Wang. Quella di lunedì 23 è un’occasione di solidarietà in cambio di musica e bellezza e vuole supportare i milanesi in difficoltà. Il primo passo è intercettarne i bisogni, Maraghini Garrone non ha dubbi: «viviamo in una città che, con le sue istituzioni, l’associazionismo e il terzo settore, fornisce una risposta concreta a tantissime situazioni. Eppure, anche in un contesto positivo come quello milanese, le persone possono far fatica a capire chi, dove e quando può dare risposta a un bisogno». Il dialogo che segue si muove sulle piste battute dalla Croce Rossa di Milano per rispondere alle necessità emergenti di chi vive in città oggi.

In cosa verranno impegnati i fondi raccolti grazie ai biglietti del concerto?

«Saranno destinati a progetti sociale e socio-sanitari sviluppati su tre principali filoni. Uno è il progetto Sorriso, attraverso cui eroghiamo cure odontoiatriche a persone che, per ragioni economiche o di esclusione sociale, non riescano ad accedere ai servizi del sistema sanitario nazionale. Le curiamo nell'ambulatorio di Cri dentro l'ospedale Sacco. Il secondo filone è quello delle Unità di strada specialistiche, rispettivamente medica e psicologica. Da circa un anno, si affiancano al tradizionale servizio destinato ai senza fissa dimora garantendo il supporto di professionisti, come educatori, psicologi e medici di strada in gran parte volontari, capaci di instaurare al meglio la relazione d'aiuto. Il terzo filone è quello degli Ambulatori sociali. Da trent'anni Croce Rossa gestisce un ambulatorio presso la nostra sede di via Pucci 7. Vogliamo potenziarlo attraverso una rete diffusa di servizi surrogatori rispetto a quelli che il sistema di welfare già garantisce. Un bisogno in crescita».

A Milano più del 10% dei cittadini è impegnato in qualche forma di volontariato. In un'intervista di qualche giorno fa a Concita De Gregorio per Fuori Roma, il sindaco Sala ha tenuto a ricordare quanto il legame fra imprenditoria e attenzione al prossimo sia un tratto identificativo della città. Chi sono i milanesi che aiutano (la Croce Rossa di Milano)?

«Sono giovani o anziani, in carriera, in pensione o disoccupati, abitano in centro o in zone più periferiche. Sono italiani, di prima e seconda generazione, ma sono anche stranieri. Non è possibile fare un identikit perché, grazie alla possibilità di volontariato molto ampia che Croce Rossa offre, intercettiamo tutte le fasce della popolazione. Sono 850 i volontari del nostro comitato, che diventano quasi 2000 nel milanese, persone che hanno deciso di donare del tempo per supportarci. È un numero importante come importante è la responsabilità che abbiamo nei loro confronti».

Che faccia ha Milano vista dalla vostra centrale operativa?

«È una città che fa molto e ha voglia di affrontare e risolvere i problemi del territorio, ma ha ancora sacche di vulnerabilità, specie in alcune zone periferiche. La nostra centrale operativa è, specialmente per gli anziani o le persone straniere, un riferimento per tanti bisogni diversi, dalla richiesta di un'ambulanza per un trasporto alla visita in ambulatorio fino a dubbi di natura burocratica. Per rispondere a questa esigenza, da qualche tempo abbiamo avviato un percorso per fare sì che diventi un punto capace di fornire ascolto e segnalazione delle vulnerabilità, oltre a costituirsi come nodo informativo».

A Milano la Croce Rossa è impegnata nella gestione di due Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS). Da quali paesi provengono? E in che modo vengono assistite?

«Forniamo assistenza per conto del governo italiano che, in virtù di numerose convenzioni, è tenuto ad accogliere chi chieda assistenza internazionale. Le persone che ospitiamo provengono da molti paesi diversi. Chi lascia l'Africa per povertà, carestie, persecuzioni politiche e dittature è generalmente molto giovane. Scappa perché cerca una prospettiva di futuro e spesso sogna di tornare al paese d'origine se le condizioni lo consentiranno. Dal Medio Oriente, penso al Libano, allo Yemen e alla Siria, arrivano intere famiglie. Durante un servizio volontario in notturna, ho visto persone appena sbarcate dal Sud d'Italia, arrivare a Milano con i piedi ancora coperti di sabbia. Immaginiamo il loro trauma fisico e psicologico: non sanno cosa li aspetta e, spesso, neanche dove sia Milano. Nei nostri centri facciamo assistenza sanitaria con un presidio permanente e assistenza psicologica, inoltre attiviamo una serie di servizi di integrazione, a partire dall'insegnamento della lingua italiana che è fondamentale così pure il supporto legale».

Se penso a Croce Rossa la mia testa va subito al soccorso in caso di emergenze e progetti che portate avanti. Me ne racconta uno meno noto?

«Direi Tutti a fare colazione: è nato come iniziativa di educazione alimentare in scuole e zone particolarmente disagiate. Per insegnare una buona prassi nutrizionale a questi bambini e bambine viene offerto il primo pasto della giornata. Inaspettatamente, si è evoluto in un progetto a tutti gli effetti sociale perché ci ha fatto scoprire l'esistenza di situazioni familiari ed educative molto difficili su cui occorre lavorare».

Chi sono i filantropi nel 2018 a Milano?

«Non esiste un identikit preciso. Sono tantissime le aziende piccole o medie del territorio milanese che danno una mano, senza volere un ritorno di visibilità, anzi chiedendo espressamente di non essere citati. In maniera analoga capita con tanti cittadini che ci aiutano e chiedono come donare, nella quotidianità oltre all'eventuale emergenza. L'aiuto spontaneo di cittadini e imprese è una grande risposta che Milano continua a dare. A loro si affiancano, su progetti più complessi, aziende medie e grandi nella crescente consapevolezza che non è più compito del solo Stato mantenere una equità sociale e un livello standard di diritti per tutti».

Qualche giorno fa, su Vita, il direttore di Ciessevi Marco Pietripaoli ha messo in luce la necessità di un redesign delle organizzazioni del Terzo Settore. Secondo Pietripaoli, occorre «costruire una visione sul futuro del bisogno sociale». Le chiedo un esercizio predittivo spericolato: di cosa avranno bisogno i milanesi fra dieci anni?

«Penso che il bisogno sociale sia intercettabile attraverso un dialogo costante e integrato fra istituzioni, associazioni del territorio, organizzative ibride e cittadinanza. Condividere esperienze e buone prassi, aprirsi e fare rete, anche se questa parola non mi piace. In un sistema così ramificato e coeso esisterà sempre qualcuno che ha intercettato l'emergere di una problematicità. La condivisione matura la consapevolezza che di quel potenziale problema debbano farsi carico tutti attraverso una co-progettazione integrata. Venendo ai bisogni sociali del territorio milanese, credo che vadano tenuto d'occhio fenomeni quali le dipendenze da sostanze, siano droghe, alcool o gioco d'azzardo; la radicalizzazione, penso al bullismo giovanile o di persone da poco sul territorio italiano e ancora l'esclusione sociale, specie la povertà giovanile».

Quando e perché è diventato uno volontario Croce Rossa Italiana?

«Inverno 2009. Sto percorrendo le vie del centro con il cappotto tirato su fin sopra i baffi per coprirmi dal freddo. Davanti a me vedo una serie di persone che riposano sdraiate per terra. A caldo mi dico: Ma pensa se, con tutta la ricchezza che ha Milano, non si può dare una mano a queste persone. Una reazione che oggi definirei un po' ignorante visto che Milano fa molto per i senza dimora, a mia discolpa posso dire che vivevo qui da meno di un anno. In ogni caso, quell'immagine lavora nella mia testa e decido che voglio dare una mano. Scelgo Croce Rossa perché l’avevo studiata mentre facevo Giurisprudenza. Divento volontario nel 2011.

E come è finito a fare il Presidente del Comitato di Milano?

«Troppa curiosità. Ho alzato la mano durante un'assemblea di soci per fare una domanda. Erano gli anni in cui Croce Rossa, che era un ente pubblico, stava vivendo la sua riforma. Da quel momento il presidente dell'epoca ha usato le mie competenze legali per capire meglio cosa stesse accadendo e quali sarebbero state le evoluzioni. Un avvicinamento progressivo e sempre più intenso fino a quando, nel 2016, mi è stato chiesto se volessi prendermi questo impegno. Ho accettato. Oggi sono affiancato da un consiglio direttivo e da un team molto ampio di collaboratori, professionisti o volontari. Una grandissima squadra senza la quale tutto quello che ci siamo detti semplicemente non ci sarebbe».

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