Teatro Milano Elfo Puccini Sabato 8 ottobre 2016

Monica Nappo Kelly all'Elfo Puccini in Orphans

Orphans
© Massimo Scoponi
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Milano - Su e giù per l'Italia e avanti indietro dall'Inghilterra. L'attrice e regista Monica Nappo Kelly si muove al momento per la penisola tra le Marche e Napoli dividendosi tra due produzioni una per il teatro, l'altra per la TV: Orphans per Marche Teatro e Teatro dell'Elfo di Milano, in scena dal 12 al 30 ottobre 2016 all'Elfo Puccini (dal martedì al sabato ore 21.00; domenica ore 16.30); e una serie Rai, scritta da Ivan Cotroneo in collaborazione con Monica Rametta: Sirene. «Una commedia molto divertente, un fantasy sulla diversità, scritta benissimo insieme a Rametta. Vorrei sottolinearlo, perché le donne hanno sempre poche opportunità e occasioni di visibilità. Con lei Cotroneo ha già scritto altre cose molto ben riuscite, tra cui il bellissimo film Un bacio. Sono ormai un binomio fantastico».

Dopo averlo visto circa cinque anni fa a Genova, insieme allo stesso autore Dennis Kelly, nella produzione della compagnia NIM - Neuroni in movimento, Orphans torna ora in scena in una produzione fortemente voluta e progettata dalla stessa Monica Nappo Kelly. «Sono andata da Lino e Paolo e ho detto loro: tu sarai mio marito e tu mio fratello». Lino Musella e Paolo Mazzarelli hanno detto sì. «Un progetto mio, perché avevo già precisi in testa i ruoli: Lino non poteva che essere Liam e Paolo Denny, ovviamente. Per il resto è stato un grande lavoro di squadra».

In Orphans (scritto nel 2009) il quotidiano di una cenetta intima tra marito e moglie, Helen e Denny, è tragicamente interrotto dall'irruzione in casa di Liam, il fratello di Helen. Gli abiti e le mani insanguinati. Un racconto concitato e incomprensibile. Le domande di Denny e Helen, i ragionamenti, lo sgretolarsi della fiducia, l'amore e la solidarietà. Il piano B. Un thriller serrato, tutto parola e interpretazione che mette a nudo principi e valori morali di fronte alla concretezza delle relazioni umane: aiuteresti un assassino? Dove sta la verità: nel racconto di un essere umano, nei fatti o nella sua percezione degli eventi?

Perché proprio questi due interpreti? «Con Lino avevo già lavorato altre volte (per esempio in Circo equestre Squeglia di Arias), anche curando io la regia. Lo conosco bene. E poi conosco il percorso di entrambi e mi sono sembrati perfetti. Il testo è ancora molto attuale [due le produzioni precedenti, quella di NIM del 2011 e, nel 2014, quella di Alraune Teatro a Milano, ndr] e non volevo farlo tanto per farlo, ma con le persone giuste». Come mai avete coinvolto anche un regista, dal momento che tu lavori spesso anche in questo ruolo? «Lino aveva già lavorato con Tommaso [Pitta, ndr]. Fra l'altro anche Lino e Paolo fanno spesso regia. Diciamo che abbiamo tutti percorsi piuttosto autonomi e indipendenti, quindi ci voleva qualcuno che si mettesse in relazione con interpreti che non lo sono nel senso stretto del termine. Non volevamo qualcuno che imponesse la sua idea di regia, volevamo qualcuno con cui dialogare. E alla fine il risultato è ottimo, frutto di un vero lavoro in équipe».

Avete apportato qualche modifica al testo o lo ritroveremo nella sua interezza? «Nel quarto atto abbiamo dovuto cambiare l’ingresso del bambino. In Italia non è sostenibile, in Inghilterra invece i bambini lavorano professionalmente a teatro, e molto. È un peccato, perché il bambino funge nella drammaturgia da cartina di tornasole per la storia; è un elemento spiazzante per i protagonisti e per il pubblico. Questo non c’è più. Ora stiamo cercando di dare ai caratteri le stesse sfumature, alla luce della privazione di questo evento».

Come nasce questa coproduzione tra l’Elfo e le Marche? «Lino e Paolo avevano già prodotto due spettacoli per le Marche (prima di Orphans, La Società e Strategie Fatali) e l’Elfo è da sempre interessato alla drammaturgia contemporanea. Credo ci sia stata una sinergia di tutte le parti. Per me, l’Elfo è uno dei preferiti tra i teatri in Italia, perché fa una politica che ha un suo credo coerente e che risale alle origini con un'attenzione al nuovo e al rinnovamento che non è mai scemata. Per questo credo sia stato facile creare una comunione di intenti».

Dopo le repliche all'Elfo lo spettacolo sarà ad Ancona (2-6 novembre) e poi? «Speriamo di riprenderlo la stagione prossima, perché siamo tutti impegnatissimi. Lino e Paolo, come compagnia MusellaMazzarelli, vanno avanti con Strategie fatali (Premio Hystrio alla Drammaturgia 2016)».

In questo tuo pendolarismo continui a lavorare moltissimo in Italia. «Mi muovo parecchio, sì. Ma sto cercando di lavorare di più anche in Inghilterra, più per fare regia però, mi pare più interessante, ma non dico ancora niente per scaramanzia. Avendo lavorato tanto in Italia, da quando avevo 18 anni [Monica Nappo Kelly ha lavorato con Servillo, Cecchi, Cirillo, ndr] va da sé che ci siano più contatti e quindi occasioni. Certo, mi sento molto fortunata perché stare in Inghilterra mi ha influenzato moltissimo: aver studiato recitazione e tenuto corsi di teatro mi ha portato a un approccio più ampio, spero. Sento di aver incamerato altri punti di vista, altri modi di intendere la scena anche solo leggendo i testi e andando a teatro. L'inglese è una lingua decisamente più teatrale, perché più ambigua. In italiano tendiamo a spiegare tutto».

E come attrice cosa ti ha influenzato della cultura anglosassone? «Credo che lì il post-moderno sia ormai superato come valore, mentre in Italia no. Qui si pensa ancora che la drammaturgia contemporanea non sia niente, ma ci si dimentica che anche Molière e Shakespeare sono stati dei contemporanei. Si continua a pensare che il contemporaneo sia piccolo rispetto al classico. Ma è il tempo che definisce gli autori e stabilisce chi entra tra i classici. Confrontarsi con persone che trattano Pinter e Shakespeare alla pari, che non seguono un approccio scolastico, mi ha dato moltissimo. Ho potuto vedere spettacoli fantastici e non mi stupisce che in Inghilterra ci sia la fila per andare a teatro, mentre in Italia ci si domandi come fare a portare il pubblico a teatro. Occorre rileggere, adattare, aggiornare. Certi valori e sentimenti restano immutati, ma molto nella mentalità, nei comportamenti, nei bisogni e nei costumi è cambiato».

Gli impegni incalzano e la lista di prossimi appuntamenti è fitta fitta. «Sto per portare una mia regia da un testo del drammaturgo inglese Duncan MacMillan, Ogni cosa è bellissima, (Every brilliant thing) un monologo coprodotto dalla Fondazione Due di Parma con Carlo De Ruggeri, attore della serie tv Boris: bravissimo. Ho un paio di regie che mi attendono: un progetto per un festival in Montenegro su un testo di Gianmaria Cervo, L’uomo più crudele, in inglese, a febbraio. Ho tradotto un paio di testi di Dennis Kelly: una favola Il mio prof è un troll, e due testi teatrali D.N.A (2007) e Love and money (2006) per un cofanetto edito da Cue Press. Fra l'altro, Amore e soldi è in scena proprio in questi giorni in Puglia per la regia di Marinella Anaclerio». Impegni da attrice? «Devo riprendere a girare una commedia per il cinema inglese, iniziata a Toronto. Continuerà a Roma, sempre in inglese, ma con cast americano».

Una regia per il cinema, no? «Non ho mai pensato a un altro mezzo che non fosse il teatro. A me piacciono gli attori in teatro». Perché? «Penso sia un mestiere bellissimo ma da disperati, è allo stesso tempo sano e malsano salire su un palco. Amo molto gli attori, non concepisco i registi che trattano gli attori come pedine. Penso anche sia un lavoro difficilissimo quindi un ambito in cui voglio ancora rubare e capire. Ovvio, si acquista un metodo che ti fa pensare di aver capito. Ma come ci insegnano i maestri, si diventa grandi continuando a porsi dubbi. Questo non vuol dire che non segua un mio istinto. Ma entrare in una meccanicità e forse anche arroganza, prendersi troppo sul serio, no. Ci sono talmente tanti pericoli e trabocchetti, il fatto che abbia una mia indipendenza mi aiuta certo, ma mi costa anche un sacco».

E Dennis Kelly? Dov'è? Verrà a Milano? «Sta lavorando in America per un filmone a Los Angeles. Un progetto top secret, molto grande di cui non posso dire niente, ma a un certo punto dovrebbe arrivare».

Segni particolari per cui sai chi ringraziare? Suggerimenti, indicazioni, strategie, linee di pensiero e azione che oggi ti appartengono? «Un sacco di gente mi ha lasciato tante cose, anche nelle esperienze negative. Lavorando con Alfredo Arias, che è un misogino pazzesco, mi ha fatto capire tutto quello che non si deve fare quando si fa regia. I 10 anni con Tony Servillo sono stati fondanti, all’inizio è stato difficilissimo lavorare con Eduardo, ma poi ho imparato molto perché non è e non era il mio autore preferito. Poi Carlo Cecchi che è una persona di una cultura mostruosa, un intellettuale non moralista, o Cesare Garboli, altro intellettuale che non hai mai fatto pesare la sua cultura. Quello che noto è che le persone grandi sono sempre semplici».

Domani dunque vorresti lavorare con? «Christoph Martahler e tra gli italiani Claudio Morganti, a cui ho già espresso tutto il mio amore artistico. Però è un peccato davvero che un grande come lui non sia prodotto a sufficienza, anzi per niente. E poi, i SheShePop un gruppo tedesco che adoro. E Ivo van Hove, regista belga di cui ho visto regie grandissime a Londra, un monologo di Simon Stephens e poi un lavoro di Miller. Ora è al National con Hedda Gabler in una nuova versione di Patrick Marber».

E le donne? Tornando alla tua battuta d'apertura su Monica Rametta e Ivan Cotroneo, che ne pensi delle quote rosa? E delle parti opportunità? «Non credo nelle quote rosa, sono una forzatura. Credo invece che ci debbano essere pari opportunità. In Italia invece non ti danno proprio l’occasione. Oppure te la danno ma devi diventare un maschio. Il femminismo in Italia è fermo alle donne che odiano gli uomini e gli vogliono tagliare l'uccello. Ma il femminismo si è evoluto ed è ben altro oggi. Solo che in Italia appena usi la parola femminismo tutti scappano o fanno facce di circostanza. Oggi femminismo vuol dire che dovremmo avere le stesse occasioni, le stesse opportunità di accesso ai vari ambiti, uomini e donne. E poi, che vinca il migliore».

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