Milano PAC - Padiglione d'Arte Contemporanea Giovedì 11 agosto 2016

Si può tatuare la storia? Ci provano gli artisti cubani al PAC

Tonel,
© Laura Guglielmi
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La mostra CUBA. TATUARE LA STORIA è aperta tutto agosto. Evento speciale sabato 13 agosto per i 90 anni di Fidel Castro: apertura straordinaria fino alle ore 24:00 + ingresso ridotto a 4 euro tutto il giorno + visita guidata GRATUITA alle ore 19:00 con Diego Sileo, curatore PAC e co-curatore della mostra. Il PAC tatua la vostra estate!

Milano - Cuba, un'isola che mi ha sempre affascinato, fin da quando ero piccola. Un popolo di dieci milioni di persone che ha osato ribellarsi, per la sua indipendenza economica, contro gli Stati Uniti. Sono trascorsi quasi 60 anni dalla Rivoluzione Cubana, e di acqua ne è passata sotto i ponti. Ci sono stata nel 2008, e devo dire che ho percepito molta più libertà di espressione di quella che credevo di trovare, a differenza della Cina, dove invece la realtà delle cose nel 2006 è stata peggio di ogni aspettativa. Un bello schiaffo.

Per quanto riguarda l'arte, nel Museo di Bellas Artes de L'Habana, mi aspettavo di trovare una sezione celebrativa della rivoluzione, con quadri e sculture che rappresentassero Fidel Castro e l'epopea dei barbudos, ma invece niente. E questo mi ha colpito favorevolmente. Così come per le strade, nessuna icona del leader maximo, né una statua. A Che Guevara invece, in Piazza della Rivoluzione, è dedicata una struttura in ferro di grandi dimensioni, tratta dalla fortunatissima foto di Korda che ha fatto il giro del mondo. Ma quella del Che è tutta un'altra storia.

A Cuba si incontrano invece statue di José Marti, rivoluzionario dell'Ottocento, eroe nazionale, morto in combattimento durante la guerra d'indipendenza dalla Spagna.
Foto dei barbudos, armi e cimeli, tra cui lo yacht Gramna che è partito dal Messico per approdare a Cuba con Fidel e 82 compagni negli anni della rivoluzione, sono invece stipati nel Museo della Rivoluzione e in altri spazi espositivi dedicati alla Storia Cubana, sparsi per l'isola. Ma non nei musei d'arte. Già questo fa di Cuba un regime speciale.

Nonostante tutte le censure e le limitazioni, gli artisti cubani esposti al PAC, nella mostra dal titolo geniale Tatuare la storia, sono stati in grado di creare opere di livello internazionale. È la collettiva più importante sull'arte contemporanea cubana mai allestita in Europa. Con nomi sconosciuti ai più, ma anche con artisti famosi in tutto il mondo, come Ana Mendieta, Felix Gonzalez-Torres e Tania Bruguera.

Ricca di spunti, con più di trenta artisti, restituisce la stessa atmosfera che ho trovato a Cuba. Le opere mettono in scena un immaginario contemporaneo, nonostante il Paese sia stato isolato per così tanto tempo. Credo che gli artisti cubani siano più liberi di esprimersi di quelli costretti a vivere sotto altri regimi. Su questo potrebbe essere d'accordo anche Tania Bruguera, una delle più note artiste cubane, che ha fatto della giusta lotta contro la censura nell'isola uno dei punti cardini del suo lavoro.

La mostra mi ha sedotto, vi consiglio di andarla a vedere. Per questo mi è venuta voglia di intervistare uno dei due curatori: Diego Sileo.


Come mai una mostra sugli artisti cubani?

Ho un dottorato in arte latinoamericana e un interesse per la cultura latina che ormai coltivo – attraverso i miei studi e il mio lavoro - da quasi 20 anni. Cuba era quindi una tappa necessaria e fondamentale, ma non facile. È un paese pieno di contraddizioni e, a differenza degli altri paesi del continente, ha un assetto politico-economico invariato da oltre 50 anni che rende la sua cultura di difficile lettura: coglierne e analizzarne le sfumature e gli sviluppi sotto una coltre di “calma apparente” è stata la sfida principale di questa mostra. L’arte cubana ha una vivacità e una ricchezza espressiva uniche nel panorama artistico internazionale. È stato necessario del tempo, molto tempo, ma sono contento di esserci riuscito. E l’incontro con Giacomo Zaza, co-curatore della mostra e curatore del Padiglione Cuba alle ultime due Biennali di Venezia, è stato fondamentale nella realizzazione del progetto. Insieme siamo riusciti nell’ardua impresa.

Com'è che hanno tatuato la storia gli artisti cubani presenti in mostra?

Tutti gli artisti in mostra – giovani e meno giovani – sono stati selezionati proprio con questo preciso criterio: attraverso la loro arte hanno tatuato, caratterizzato, condizionato, influenzato, scritto e riscritto la storia di Cuba ed, essendo la cultura lo specchio di un paese, gli artisti cubani possono essere considerati i principali artefici di questo “tatuaggio” indelebile che Cuba ha lasciato nella nostra contemporaneità. Le loro opere raccontano con estrema precisione e arguzia il vero volto di Cuba, quello che spesso non si conosce, quello che spesso si ignora, quello che spesso si sottovaluta o sopravvaluta, quello che è fondamentale da saper cogliere in un mare di falsi miti e leggende.

Tra gli artisti che hai scelto ci sono alcuni dissidenti espatriati, ma la maggior parte vive a Cuba. Quali problemi hai avuto nel metterli assieme?

Partiamo dal presupposto che tutti gli artisti – cubani e non – sono egocentrici e molto permalosi. Per quelli latini tutto è ancora più accentuato da un forte e anche invidiabile senso di appartenenza alla propria terra, alla propria cultura, alle proprie origini. Va da sé quindi che quelli che hanno scelto o che sono stati costretti ad abbandonare l’Isola siano sempre visti come “gli altri artisti cubani”, quelli che hanno optato per una vita più facile e comoda, quelli che non hanno più il contatto con la vera realtà cubana, quelli che non possono più criticare perché ormai sono fuori dal contesto, quelli che hanno raggiunto uno status sociale non più consono a una certa ideologia. E ovviamente il discorso si inverte nei confronti di quelli che continuano a vivere a Cuba. Ecco, mettere insieme artisti cubani così diversi e ormai lontani tra loro è stato una sorta di lavoro diplomatico che non avevo preventivato.

Sei stato a Cuba più volte per preparare la mostra, che impressione ti ha fatto questa isola mitica, ma tanto discussa?

Arrivare a Cuba è come fare un salto indietro nel tempo, in una dimensione fissa, statica e assolutamente anacronistica. Ho viaggiato molto in diversi paesi dell’America Latina, ma le difficoltà che ho incontrato a Cuba non le ho vissute altrove: le difficoltà di adattarsi ad un contesto che non esiste più, che non può esistere più, fatto di regole e compromessi che non hanno più ragione d’essere. Le contraddizioni sono quasi una prerogativa dei paesi latini (ricchezza/povertà, disperazione/vivacità, miseria/spensieratezza, tristezza/allegria, delinquenza/turismo, etc…), ma Cuba ti trascina in un disarmante status di assurdità illogiche assai difficili anche solo da provare a comprendere. Credo che non ci sia più nulla di mitico a Cuba, bensì qualcosa di masochisticamente affascinante ed eccitante che ti attrae quasi inconsapevolmente, come spesso succede nelle situazioni decadenti.

L'immaginario che viene fuori dagli artisti in mostra è estremamente contemporaneo. Allora vuol dire che poi Cuba non è così isolata dal mondo, come molti dicono. Che cosa ne pensi?

Effettivamente e realisticamente i cubani non vivono più isolati dal mondo come spesso siamo portati a credere, e gli artisti a maggior ragione. Viaggiano spesso per lavoro e hanno quindi modo di entrare in contatto con tutti gli aspetti più contemporanei del panorama artistico internazionale. Mostre, musei, biennali, oggi gli artisti cubani sono davvero presenti in molti dei più rinomati ed influenti appuntamenti d’arte nel mondo. Non solo, in questi ultimi anni Cuba è diventata anche un importante crocevia di molti artisti stranieri, curatori e direttori di musei e quindi lo scambio culturale è estremamente attuale e molto vivace. Rimane il problema economico legato a molte strutture contemporanee, la tecnologia più sofisticata e all’avanguardia è spesso proibitiva per molti di loro, ma - come si intuisce dalle nostre opere in mostra - alla fine una soluzione o un’alternativa gli artisti cubani la trovano sempre.

Quel è stata la tua più grande soddisfazione in questa operazione?

Essere riuscito a organizzare la prima collettiva di artisti cubani in uno spazio pubblico italiano e la più ampia e rappresentativa mostra sull’arte cubana contemporanea mai realizzata in Europa. È stato uno sforzo organizzativo ed economico senza precedenti per il PAC, ma onestamente credo che questa mostra possa rappresentare un nuovo punto di riferimento per gli studi sull’arte cubana, un aggiornamento e un approfondimento che mancava da diverso tempo.

Di cosa vai più fiero?

Vado fiero di tutto quello che Giacomo ed io abbiamo fatto, senza alcuna riserva. Una cosa però nell’entusiasmo generale mi sento di specificarla: vado fiero di non aver ceduto a facili soluzioni di tipo scientifico che avrebbero reso tutto più semplice ma meno rigoroso. Nelle collettive si tende spesso a trovare delle scorciatoie, anche solo per agevolare i rapporti tra diversi artisti, ma in questa mostra siamo andati a muso duro contro tutto e tutti, senza badare molto a strategie di ogni ordine e grado, perdendo anche per strada qualche aiuto e qualche collaborazione di tipo locale che di sicuro male non ci avrebbero fatto.

Una cosa che mi ha stupito molto: a Cuba non esiste nessun ritratto di Fidel Castro, né una statua nelle pubbliche vie, nessun culto della personalità, anche questa è una via cubana al socialismo?

Non esiste ancora, sì è vero, Fidel Castro è l’unico eroe della rivoluzione a non essere ancora oggetto di una certa ritrattistica celebrativa, anche perché è tutt’oggi vietato inserire il suo volto nelle opere d’arte. Più che una via cubana al socialismo credo sia un ultimo baluardo di una ormai superata e fallita ideologia.

Quanto è stato difficile far partecipare anche Ana Mendieta, Felix Gonzalez-Torres, Tania Bruguera?

Giusto: i tre artisti che citi sono stati un altro buon motivo per cui andare fiero di questa mostra. Le due Fondazioni che rappresentano Felix Gonzalez-Torres e Ana Mendieta sono molto esigenti, al limite dell’amore ossessivo e maniacale, e vagliano ogni singolo progetto nei minimi particolari. Credo anche che la formula delle mostre collettive di estrazione geografica stia un po’ stretta ad entrambe le Fondazioni, dato il livello talmente internazionale raggiunto oggi sia da Torres sia da Mendieta. Avere il loro benestare e la loro fiducia è stata quindi una conquista che ricorderò a lungo... Basti solo pensare che non si sono mai viste più di 2 opere di Gonzalez-Torres in una mostra collettiva (e ora so anche perché!?). La presenza di Tania Bruguera, invece, è stata una dura lotta, durissima: l’artista non partecipava a collettive cubane da diversi anni, in dichiarata opposizione al governo cubano e a molti artisti suoi colleghi che lei ritiene essere complici di una certa omertà. Convincere Tania della validità del nostro progetto e dell’oggettività con cui lo avremmo sviluppato – senza compromessi e senza censure - è stato un vero e proprio lavoro a tempo pieno, a tratti anche estenuante.

Qualche aneddoto, qualcosa che è capitato, nella relazione con gli artisti cubani.

Meglio dire cosa non è capitato, dalla mancanza del legno a Cuba (con divieto di importarlo dall’estero) per poter costruire le casse necessarie al trasporto delle opere a un uso ancora limitato di internet in tutta l’Isola (quindi ti lascio immaginare cosa non è stato l’invio delle immagini e dei file video), dagli ostacoli sorti improvvisamente dopo aver reso nota la partecipazione alla mostra di Tania Bruguera alla ricerca di un esperto in sospensioni corporali per la performance di Carlos Martiel, dagli accenti scomparsi sul nome di Felix Gonzalez alla ricerca matta e disperatissima della stessa marca di portalampade usate da Torres nella sua opera “rue St. Denis” e oggi ovviamente fuori commercio, etc… un tripudio di aneddoti e avventure che hanno di sicuro ravvivato questo mio ultimo anno.






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