Expo 2015, ritratto a posteriori di un evento frammentario e globale - Milano

Expo 2015, ritratto a posteriori di un evento frammentario e globale

Attualità Milano Domenica 13 dicembre 2015

di Linda Kaiser
Expo 2015, decumano
© Linda Kaiser
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Milano - Da quando ho fatto il mio primo giro in Expo, cioè ho percorso l’area in lungo e in largo, incrociando cardo (350 m) e decumano (1,5 km), per 12 ore di seguito, presa da una voracità infinita, ho consigliato a tutti gli specialisti di arte contemporanea che prediligessero questa esposizione a quella di qualsiasi rassegna d’arte attuale.

Ho trovato l’Expo assai stimolante dal punto di vista visivo, architettonico, tecnologico e delle idee, a prescindere dai giudizi diffusi che parlavano di un grande luna park, di una specie di Gardaland per adulti. E qui non voglio tanto giudicare sul più o meno nobile tema universale di Nutrire il pianeta - Energia per la vita, che spesso mi è sembrato passare in secondo piano, ovvero costituire soltanto un pretesto per una prevalente promozione a tutto tondo dei paesi partecipanti.

È ovvio che l’occasione di essere visti da oltre 21 milioni di visitatori non andasse sprecata in nessun senso e si dovesse giocare la carta delle risorse turistiche, dalla bellezza paesaggistica al patrimonio culturale, dalle tipicità locali alle tradizioni gastronomiche, per presentare il prodotto-paese e suscitare nel pubblico il desiderio di consumarlo. È accettabile e comprensibile, come lo sono state le lunghissime code, associabili a riflessioni sulla lentezza, la pazienza e l’organizzazione, davvero encomiabile. Persino la folla, quella che nell’ultimo periodo copriva ogni spazio libero, era un elemento imprescindibile della condivisione dell’esperienza.

Su questa parola chiave la Svizzera ha incentrato il suo padiglione, Confooderatio Helvetica, con quattro torri organizzate come depositi alimentari di acqua, sale, caffè e mele, ai quali i visitatori potevano attingere, cercando di non privarne gli altri. Ottima la meditazione innescata: contro lo spreco del cibo, per l’equa ripartizione dei beni alimentari e per il consumo responsabile.

In generale, ho trovato molto avanzati i sistemi dei linguaggi di comunicazione, vere forme di arte. Menziono a tal proposito lo stesso impianto urbanistico di Expo, dalla forte valenza simbolica; le architetture di alto significato come l’Albero della Vita, che riprende il disegno michelangiolesco di piazza del Campidoglio, con le sue radici affondate nella potenza delle eccellenze italiane; i padiglioni marcatamente connotati da un’identità, come quello della Thailandia (Nutrire e deliziare il mondo in modo sostenibile), ispirato al cappello tradizionale del coltivatore di riso, chiamato ngob, alle forme sinuose del serpente Naga e alla pagoda, in cui si specchiano il cielo, il terreno e le persone stesse; degli Emirati Arabi Uniti (Cibo per la mente. Delineare e condividere il futuro), ideato da Norman Foster + Partners come un canyon modulare in calcestruzzo, sabbia del deserto e fibra di vetro, che si snoda tra le dune del deserto; del Regno Unito (Coltivato in Gran Bretagna, condiviso globalmente), costruito come un gigantesco alveare, accompagnato da rumori ed effetti visivi registrati dal vero; della Francia (Produrre e nutrire diversamente), concepito come un grande mercato coperto scandito da sinuose forme di legno; del promotore immobiliare cinese Vanke (Un luogo d’incontro, gioia e armonia per i cinesi), progettato in prossimità del Lake Arena da Daniel Libeskind, ad evocare nelle sue linee la pittura tradizionale di paesaggio, e basato su un design sostenibile in ceramica metallizzata e con una foresta multimediale al suo interno; dell’Italia, modellato sull’architettura naturale di morfologie vegetali, struttura osmotica in cemento biodinamico concepito da Marco Balich e interpretato dallo studio Nemesi & Partners.

È stato apprezzabile l’uso delle nuove tecnologie, dagli ologrammi (Emirati Arabi Uniti, in primis) alle proiezioni con schermi a bracci mobili (Uruguay), o sinestetiche (il vento che si leva, l’umidità che ti avvolge, le luci che cambiano, le poltroncine dinamiche per il 3D, come per Thailandia, Kuwait, Kazakhstan) o che connettono diversi piani termici a seconda dell’altitudine (Colombia, Naturalmente sostenibile); dai fiori luminosi e musicali, che poeticamente si illuminano e oscillano al passaggio delle mani (Azerbaijan, Un tesoro di biodiversità), alle scritture d’acqua (Kuwait, La sfida della natura); dalle seedboard, le tavolette di cartoncino sensibilizzate a ricevere video informazioni (Germania, Fields of Ideas) alle immagini che si attivano e salutano i passanti (in stile Harry Potter), fino ai pulsanti olfattivi dei tulipani selvatici (Kazakhstan).

Molto diffuse sono state le mostre interattive, interessanti le creazioni (installazioni?) con materiali commestibili, come il plastico ferroviario di 12 mq per 500 kg di cioccolata con tanto di trenini in scala, le sculture e i chocolate paintings (Polonia), fino ai piatti con i cibi incorniciati come opere d’arte (Thailandia e Giappone).

Sempre in sintesi, per ciò che riguarda le performance, citerei l’artista che raccontava la storia del Kazakhstan (La terra delle opportunità), creando in diretta immagini con sabbia colorata; il main show del Giappone (Armoniosa diversità) che coinvolgeva il pubblico a colpi di bacchette, piatti virtuali e grida di wa (che significa armonia, pace, Giappone, cerchio) e lo spettacolo dal vivo, molto originale, della Germania, Be(e) active, dove i visitatori si trasformavano in un’orchestra.

Per il resto, i padiglioni delle grandi potenze mondiali, Stati Uniti (American Food 2.0: uniti per nutrire il pianeta) e Federazione Russa (Crescere per il mondo. Coltivare per il futuro), non hanno lasciato il segno che ci si sarebbe aspettati, nonostante i terrazzi panoramici, e bisognerebbe chiedersi perché; i cluster tematici, sorta di villaggi agroalimentari, hanno costituito una importante novità per accorpare paesi più piccoli; la biodiversità è stato il termine più ricorrente e trendy.

Personalmente, adesso mi sento preparata per la prossima Esposizione Universale, che si svolgerà a Dubai dal 20 ottobre 2020 al 10 aprile 2021 (Unire le Menti, Creare il Futuro, su sostenibilità, opportunità e mobilità), e che sarà preceduta dalla Esposizione Internazionale, che si terrà ad Astana, la capitale del Kazakhstan, dal 10 giugno al 10 settembre 2017 (Future Energy).

Come ho imparato nelle grandi kermesse dell’arte, non cerco (più) un discorso organico in ciò che vedo, né la risposta finale a un problema. Mi bastano alcuni spunti – che ho cercato di rilevare – per salvare e apprezzare comunque l’evento. Ottimista? Forse. Comunque, ora conosco il sapore del kumys, il latte di cavalla fermentato, bevanda nazionale del Kazakhstan; dei datteri e del caffè speziato degli Emirati; e dei cioccolatini polacchi. So come si scrive il mio nome in arabo. Posso camminare su una rete sospesa e pensare a quella virtuale che ci connette (Brasile, Soluzioni per nutrire il mondo). Mi sono abituata a esprimere giudizi (sui padiglioni), usando l’indice di gradimento Happy or not, premendo una delle quattro possibili emoticon colorate.

Ecco, nel lasciare per la seconda volta questo luogo dei luoghi, avverto una dipendenza, quella dall’utopia. Proprio per questo adesso, che l’Expo si è chiusa, mi mancherà.

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