Cinema Milano Teatro Dal Verme Martedì 27 ottobre 2015

Francis Ford Coppola a Milano: «io, più italiano che americano»

Francis Ford Coppola
© Catilina Sherman
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Milano - I signori in sala sono gentilmente invitati a non spegnere i cellulari, a chattare e condividere continuamente con il pubblico in sala e con i nostri fan in tutto il mondo. Questa sera abbiamo il piacere di presentarvi…

Tutti lo sanno, l’emozione è palpabile al Teatro del Verme di Milano e tutti i preamboli e le prefazioni della serata vengono digerite con una certa ansia di assistere allo spettacolo vero e proprio. La sala è gremita di gente, la coda all’entrata è degna delle otto-dieci ore d’attesa al Padiglione del Giappone e qualcuno twitta La tensione in sala è alle stelle. Manco venisse Francis Ford Coppola.

E invece si. È proprio lui, l’uomo paffuto e bonario, camminata ondeggiante, che si presenta con un completo elegante grigio e i calzini spaiati, precisamente uno rosso e uno giallo. È davvero lui, il papà di Apocalypse Now e La Conversazione, l’amico scanzonato di Martin Scorsese e Brian de Palma, colui che si considera il padrino di George Lucas. Questa sera (lunedì 26 ottobre), tuttavia, è un aspetto genetico-culturale che prevale su tutta la mole di gloria e creatività che lo ha reso uno dei capostipiti della New Hollywood: è quella particella storica di umiltà e sacrificio che lo riporta indietro fino alle generazione dei nonni e bisnonni, risalendo attraverso flautisti e briganti, fino a poter indagare qualcosa che chiameremo non solo la sua italianità, bensì la sua lucanità.

L’incontro prende subito sfumature che vanno dalla lezione di storia al racconto del nonno, senza mai passare dalle domande della conduttrice ma in un unico flusso di coscienza: «le storie della mia famiglia, di questi migranti sbarcati a New York quando la vita era davvero una lotta continua contro la fame e la povertà, hanno sempre esercitato un fascino immenso su di me. Nella povertà tuttavia avevano portato con sé delle vere e proprie ricchezze: hanno portato il dialetto, il bernaldese, e il cibo, che avrà grande successo negli Usa. I miei genitori erano entrambi nati a Brooklyn, mentre i miei nonni erano arrivati dall’Italia, come oggi arrivano gli immigrati dal Nord Africa, in cerca dell’aiuto di qualche parente nella speranza di trovare il lavoro che non esisteva nella terra natìa. Ho capito che le migrazioni non spostano solo capitali umani ma anche temporali: ad esempio, i francesi canadesi parlano un dialetto quasi ottocentesco, e a Parigi rimangono perplessi a sentire un idioma del genere. Allo stesso modo l’italiano della mia famiglia è un italiano del 1906, e quando vado a Roma e voglio mangiare dei lampascioni nessuno capisce di cosa stia parlando!».

Ovviamente le ovazioni e gli applausi si sprecano, ma Coppola è inarrestabile: «mio nonno, Agostino, era l’unico della famiglia ad aver frequentato la quinta elementare, era l’intellettuale dei Coppola. Fu l’apprendista di un vero genio della Basilicata, tale Francesco Panio detto Ciccio Panio, lo conoscete? (mutismo del pubblico) Ciccio Panio fu uno degli ingegneri del Ponte Girevole di Taranto, e fu colui che fornì la luce elettrica a tutta la Basilicata. Il nonno di mio nonno invece, tale Carmine Coppola, era un brigante. Ma attenzione, i briganti non erano mafiosi o criminali: erano dei patrioti, spesso dei benefattori del popolo. Mi sembra di capire che il Risorgimento in Italia viene raccontato volentieri da quelli del Nord, perché al Sud non esisteva un concetto di nazione e la parola Italia non aveva un grande significato in questa penisola in cui ogni paese ha la sua lingua e il suo patrimonio culturale.

«Mi pare anche di capire che da lì in avanti la situazione del Sud sia sempre peggiorata», prosegue Coppola, «a causa di una bassa influenza politica e dello sfruttamento del territorio inquinato da residui chimici e industriali. Pensate a Taranto, bellissima città distrutta dall’industria metallurgica, e la Basilicata, la mia terra, sfruttata per il petrolio. Comunque mio nonno Agostino conobbe mia nonna Maria Sasa mentre erano a Tunisi, e si spostarono in America. Lì ebbero sette figli, il primo dei quali si chiamò Archimede, in onore del genio di Ciccio Panio, e mio padre, Carmine, che da bambino scoprì di essere un prodigio del flauto. Diventò uno dei più grandi flautisti del mondo, suonò con Toscanini e con molti altri grandi. Sempre mio nonno fu il primo costruttore di un videofono, primo apparecchio di ripreoduzione video-audio in America. Considerando mia nipote Giancarla, questa è la quinta generazione di Coppola impegnati nel Cinema».

Tutti sono catturati dalla bellezza delle parole del regista e ognuno, segretamente, vive le esperienze del proprio passato e medita sui viaggi del futuro. Dopodiché inizia con le sue personali memorie della Basilicata, e dopo aver elogiato Palazzo Margherita, villa storica di Bernalda restaurata a sue spese per ospitare viaggiatori da tutto il mondo, racconta: : «ero in viaggio verso Bernalda, all’età di ventitré anni, a bordo di una fantastica Alfa Romeo Giulietta. Arrivato a Bernalda chiesi di un hotel, ma mi fecero capire che non ne esistevano. Mi fecero sapere però che c’era una giovane coppia di sposini, e mi consigliarono di chiedere ospitalità a loro. Quando giunsi nella casa trovai solo il marito, il quale mi fece vedere il letto matrimoniale e mi disse che quello sarebbe stato per me. Rimasi colpito da questo giovane sposo che mi concedeva il suo talamo nunziale. Non avevo capito però che quella notte ci avrei dormito insieme, col marito, e solo la mattina dopo si presentò la moglie portandoci il caffè e i dolci. Questa si che è ospitalità italiana!».

«Io mi sento più profondamente italiano che americano», aggiunge. «Specialmente quando vedo il sorriso di un bambino, o quando contemplo la bellezza in ogni sua forma, li capisco di essere italiano, e ne sono fiero. Quando si parla di cinema mondiale, ci sono esempi interessanti: il Giappone ha almeno quattro grandi maestri; in Svezia, c’è stato un genio ineguagliabile come Ingmar Bergman; ma in Italia, ci sono almeno quaranta geni che andrebbero menzionati, primo fra tutti il grande Rossellini».

Un vero italiano quindi, ma anche un americano, lucido e pragmatico, che non risparmia i dati oggettivi quando li riconosce: quando gli viene chiesto come si potrebbe migliorare l’istruzione cinematografica in Italia, o cosa pensa della nostra situazione politica, fa notare due cose molto importanti: la prima è che, nonostante siamo un popolo capace di ogni genere di meraviglia artistica e scientifica, fatichiamo a dire la verità e ci ammonisce con un monolitico Lying is bad!; in secondo luogo, ci rammenta che siamo abituati alla lamentela e non accettiamo volentieri di prenderci la responsabilità dei nostri fallimenti. Inutile dire che, forse, ci conosce più di quanto conosciamo noi stessi.

Le domande del pubblico sono incalzanti, ma Coppola non ne evita una e anzi sembra rigenerarsi con il calore dei suoi fan e la curiosità di coloro che lo circondano. È quasi ora di andare, ma lui non demorde e continua a rispondere anche ai quesiti formulati nell’inglese più maccheronico. «Sta mica arrivando la Polizia? Allora continuo». Alla fine, esaurite tutte le domande, pensa che sia ora di chiudere in bellezza: «che ne dite, cantiamo una canzone?», e parte con Roma, nun fà la stupida staseeraa….

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