Cristoforetti: «la terra dallo spazio sembra un luogo senza problemi» - Milano

Cultura Milano Museo della Scienza e della Tecnologia Giovedì 8 ottobre 2015

Cristoforetti: «la terra dallo spazio sembra un luogo senza problemi»

Samantha Cristoforetti
© Lorenza Daverio - Museo Nazionale Scienza Tecnologia
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Milano - «So quello che so, quello che non so lo scoprirò». Basterebbe questo aforisma per descrivere la natura, il carisma, l’ambizione genuina che ha portato Samantha Cristoforetti oltre il confine dei cieli: prima donna italiana nello spazio nonché donna ed astronauta europeo con il record di permanenza in orbita in un singolo volo (200 giorni). Tuttavia questa frase esprime solo l’inizio, la fiamma che tuttora brucia e che ha portato l’astronauta milanese a migliorarsi senza sosta e a conquistare mete storiche che forse, nonostante tutto, non ricevono ancora il giusto merito.

Oggi, 7 ottobre, Astrosamantha è tornata nella sua città natale per far visita al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia, dove è attualmente allestita la mostra Il mio Pianeta dallo Spazio - Fragilità e Bellezza (fino al 10 gennaio 2016): con lei, i colleghi della Expedition 42/43 Terry Virts della Nasa e Anton Shkaplerov della Roscosmos, tutti rientrati sulla Terra lo scorso 11 giugno.

L’intervento di Samantha è stato breve ma intenso, non solo per la portata spettacolare dei racconti e delle testimonianze fotografiche da lei portate, ma soprattutto per la sua infallibile capacità di comunicare con un pubblico eterogeneo, fatto di professori universitari, giornalisti, finanziatori del Museo e studenti del liceo. Quello che ha saputo portare nell’Auditorium del Museo è, alla fine dei conti, solo la manifestazione di ciò che è accaduto nelle case degli italiani: lo spazio si è materializzato in salotto e la conquista della galassia è diventata qualcosa per cui tifare come una partita di calcio.

Giunta sul palco, con la polo rossa che è diventata simbolo della Missione Futura, Samantha Cristoforetti viene inondata di applausi e subito esordisce: «condividiamo una missione importante con questo museo e con tutti gli istituti del mondo: quello di accendere una fiamma di passione nei giovani che domani torneranno sulla Luna e approderanno su Marte». Subito 10 punti facili. Dopodiché procede con la spiegazione di cosa sia stata la Missione Futura, momento in cui le orecchie si fanno bene aperte e gli occhi si spalancano, lucidi come quelli dei bambini.

«Per questa missione siamo partiti io, il capitano Anton Schkaplerov, russo, e Terry Virts, americano». Qualcuno si aspetta la fine della barzelletta, ma in realtà è solo all’inizio dell’avventura. «sulla Stazione Spaziale Internazionale il nostro compito era di svolgere ricerche volte a migliorare le tecnologie della base stessa e soprattutto su fenomeni biologici misurabili solo in condizioni di microgravità».

L'International Space Station è una specie di ostello intergalattico gestito da cinque diverse agenzie spaziali: la mitologica Nasa, la russa Rka, l’europea Esa (per un terzo gestita e fondata da italiani), la nipponica Jaxa e la canadese Csa. Una specie di Expo privo di gravità, con la differenza che in quei padiglioni il progresso c’è per davvero. Samantha preferisce chiamarlo Avamposto Spaziale dell’Umanità, per due motivi: è effettivamente un avamposto in cui poter intraprendere ricerche con strumenti molto accurati, ed è effettivamente uno dei rarissimi luoghi in cui gli esseri umani collaborano tra di loro e apprezzano il fatto che li si classifichi tutti in un unico genere.

«Il viaggio tra la Terra e lo spazio dura solo 8 minuti», continua Samantha, «che gli astronauti passano legati come salami in una capsula lunga appena 7 metri. Giunti sulla Base Spaziale, il fisico e la mente richiedono un po' di tempo per abituarsi ad una condizione di assenza di gravità. Per circa un’ora ho avuto la brutta sensazione di essere in perpetua caduta in avanti, poi sono riuscita ad abituarmi».

Alle domande calzanti ma ben incassate su come-è-la-vita-nello-spazio, Samantha Cristoforetti non lascia un solo barlume di curiosità. «Ogni minuto della nostra vita lassù era fondamentale, seguivamo una tabella gestita da operatori giù nelle basi terrestri e non potevamo permetterci di perdere nemmeno un minuto. La maggior parte della giornata era occupata dal lavoro di ricerca, quello sugli strumenti ma anche quello sui nostri stessi corpi. Un astronauta soffre normalmente di indebolimento osseo, muscolare, cardiovascolare; noi abbiamo avuto il piacere di scoprire che sono frequenti anche le perdite di acuità visiva e abbiamo attuato numerosi esperimenti per risalire alla causa. Proprio per questi motivi per un astronauta è molto importante fare attività fisica, e ogni giorno passavamo almeno due ore su un tapis roulant a cui stavamo attaccati tramite una cintura e un bilanciere che permetteva di fare sollevamento pesi anche in assenza di peso».

«L’alimentazione era, come nei film di fantascienza, quasi completamente liofilizzata», racconta l'astronauta milanese, «e solo raramente giungeva un cargo con del cibo fresco che ci godevamo per alcuni giorni. I rifornimenti d’acqua erano rari perché la Base Spaziale è dotata di un macchinario che purifica e trasforma l’urina in acqua potabile; come amava dire il mio collega americano, sulla International Space Station il caffè di oggi è lo stesso caffè di domani. Per il resto, ci godevamo il piacere di assistere a 16 tra albe e tramonti ogni giorno, e potevamo guardare la terra come un luogo privo di problemi, o una fragile pietra preziosa».

L’Italia probabilmente non è il paese più adatto per diventare astronauti, così neutrale e ambiguo sotto le pressioni dei due blocchi, ma grazie a Roberto Battiston, presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, scopriamo che non è di certo secondo a nessuna nazione europea: «abbiamo la fortuna di avere un apparato molto forte in campo aerospaziale, in cui l’addestramento dei piloti e astronauti rappresenta la punta di diamante», spiega Battiston: «è stata da poco costruita, vicino a Torino, la sonda Cygnus che è stata venduta ed esportata negli Stati Uniti, mentre almeno un quarto dell’intera Base Spaziale Internazionale in cui ha soggiornato la stessa Samantha è stata progettata e costruita in Italia. Sempre in Italia è in corso lo sviluppo al progetto Galileo, che sarà un gps a precisione sub-metrale dieci volte più potente di quelli attuali. Le tecnologie aerospaziali sono un investimento importante per il nostro paese, e se spesso ci dimentichiamo di quanto siano fondamentali è perché, nella realtà, funzionano molto bene».

Quando Amalia Ercoli-Finzi, ingegnera nonché professoressa di Ingegneria Spaziale presso il Politecnico di Milano, chiede quanto peso abbia avuto per lei la sua formazione, Samantha risponde pronta: «non sarei stata capace di sostenere il peso dello spazio se non avessi avuto l’addestramento adatto presso l’Aeronautica Militare, ma di sicuro è stato ancor più fondamentale la mia formazione di ingegnera che mi permette di avere intuizioni rapide e di interagire con realtà molto complesse».

Verso la fine, dalle retrovie, qualcuno le domanda cosa si aspettasse dallo spazio, quali fossero le sue aspettative e i suoi sentimenti. «Avevo il dovere di avere colloqui bisettimanali con degli psicologi mentre ero a bordo. Anche quando atterrai di nuovo sulla Terra, la psicologa con cui ebbi il colloquio mi fece la stessa domanda. Le dissi che non mi aspettavo nulla di incredibile: quello che so lo so, quel che non so lo scoprirò».

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