Food Milano Martedì 7 luglio 2015

Viaggio nella Milano allegra del Mercato Metropolitano

Mercato Metropolitano di Milano
© Lorenzo Barberis
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Milano - Il Mercato Metropolitano è sicuramente uno dei più riusciti tentativi di realizzare una personale utopia di Milano: quella di trasformare la città della nebbia e delle industrie in un giardino globale. Il tema del giardino globale lo abbiamo già osservato e descritto in altre occasioni, dalla Cena in Bianco all’Expo, dal Rooftop Bar alla Cascina Martesana. Gli ideali che lo muovono sono quelli dell’ecologia, dell’architettura a basso impatto ambientale, e soprattutto della cucina di alta qualità.

Io e il mio fidato braccio destro ci siamo avventurati in questo mercato del XXI secolo e tenteremo di raccontarvelo. Il mercato si trova in un luogo piuttosto simbolico: parliamo delle ex-ferrovie della Stazione di Porta Genova (ingresso da via Valenza 2). Laddove qualche mese fa eravate avete abituati a comprare cylum, vinili e anfibi usati, adesso sorge il market più in voga della città. Scopro quasi immediatamente che la mitica Fiera di Sinigaglia non è ancora stata sconfitta, semplicemente continua la sua attività sulle sponde della Ripa di Porta Ticinese, nel tratto che va da via Paoli alla fine di via Barsanti.

Procedendo lungo gli ex-binari della ferrovia quello che subito notiamo, noi vecchi frequentatori della Fiera, è che il restyling del luogo è davvero sorprendente. Si accede al mercato attraversando una passerella rigorosamente in legno, dalla quale si può immediatamente ammirare il successo urbanistico di questo progetto: grandi tavolate di legno, larghe vele bianche tirate per riparare da sole e pioggia (ma in questo caso evidenzierei sole), stand e camioncini colorati sparsi qua e là in ogni dove. Un cartello ci informa che durante la settimana il mercato è aperto dalle 9 a mezzanotte, mentre nel weekend dalle 9 alle 2 di notte.

Si percepisce subito un’atmosfera allegra e cordiale, ben diversa dagli sguardi torvi che facevano da accoglienza alla vecchia Fiera. I protagonisti di questo nuovo spazio sono sicuramente il legno e i colori: quelli degli arredamenti, ma soprattutto quelli della splendida frutta e verdura che si incrociano, appena entrati, nello stand del marchio I 5 colori del benessere. Qui di ogni prodotto è garantita la qualità, la provenienza e la rintracciabilità nello stile che oggi pretendiamo essere italiano.

La grande area coperta che un tempo fungeva da magazzino per i vagoni della stazione, da lungo tempo inutilizzata, sembra adesso un passage descritto da Walter Benjamin. Sotto l’alto soffitto di lamiera splendono una dozzina di stand che offrono le più varie specialità: dalla panetteria alla pasticceria, dalla salumeria toscana alla tripperia romana, dall’enoteca al birrificio marchigiano, dal pastificio all’aperitivo, dalla macelleria alla pescheria.
Tutti questi stand non offrono solamente i prodotti da acquistare e portare a casa, ma soprattutto delle squisite specialità da consumare al momento: ci soffermiamo sulla pescheria (che dalle ore 20 in poi è praticamente inaccessibile, vista la quantità di gente in attesa) e ordiniamo un fritto di calamari e gamberoni. Mentre ce lo gustiamo accompagnandolo con la birra del Coccio sono costretto ad accantonare per un attimo il mio orgoglio ligure e quasi credo a quella massima meneghina che dice che a Milano c’è il pesce più fresco d’Italia. Piccola postilla economica: il piatto costa 11 euro.

Sebbene i prezzi non siano al livello degli altri Farmer’s Market europei, come l’Holzmarkt di Berlino, sicuramente si può notare la volontà di creare un luogo in cui tutti possano assaggiare le delizie tipiche a prezzi da Welfare State. Apprezziamo il tentativo, e procediamo alla ricerca di altre specialità culinarie.

Usciamo dall’area coperta e ci immergiamo nuovamente sotto il sole estivo. Nonostante la canicola ardente, di cui qualche turista esalta le virtù etiche (una signora inglese sostiene che il caldo a Milano generi compassione e solidarietà, forse non ha tutti i torti) passeggiare lungo le bancarelle di legno è reso molto piacevole da un grande numero di aiuole ricche di pomodori, insalate, odori e aromi di ogni genere. Anche qui la quantità e la qualità delle cucine è davvero notevole: notiamo un hamburgeria di carni piemontesi; un piccolo
westfalia bianco e rosso cucina tartare di carne e pesce a prezzi da fast food; ci sono il carretto della panella e quello delle pittule siciliane; c’è lo stand dedicato agli intramontabili tortellini emiliani e quello delle orecchiette pugliesi; c’è il chiosco della cucina tirolese e quello della cucina giapponese.

Il mio stomaco cosmopolita è subito attratto da questi ultimi due e optiamo per un test immediato. Al chiosco tirolese ordino un litro di birra e un Tirolburger. Chiedo delucidazioni su quest’ultimo e un giovane-biondo-tirolese mi spiega che è stinco di maiale servito con crauti, cipolle, patate e senape. Ok, ma sto Tirolburger a chi lo devo tirare? Il tirolese sfodera una risata degna del nonno di Heidi e mi fa sentire piuttosto soddisfatto.
Al chiosco giapponese ordiniamo qualcosa di ancora più sublime. Una porzione di Gomawakame, ovvero un’insalata d’alghe e sesamo, e un Onigiri con tonno e philadelphia. Dai, l’Onigiri lo conoscete: è la tipica polpetta triangolare di riso che avete sempre sognato di mangiare ad un pic-nic con Goku e Licia.

Mentre mi perdo in queste fantasie manga mi è impossibile non notare che entrambi i piatti, che nessuno avrebbe mai osato accostare in una giornata così calda, sono favolosi. Con lo stomaco gonfio di multiculturalismo ci avviamo per l’ultimo giro, ignorando finalmente le attrazioni culinarie. Ci sentiamo subito attratti da una melodia di Duke Ellington che proviene dal fondo del viale. Giunti sul posto vediamo un trio composto da chitarra, tromba e contrabbasso (se così si può chiamare) circondato da giovani famiglie. Scopriamo che il trio si chiama The Last Wandering Blues&Jazz Band, vengono da New York e la coppietta vicino a noi sostiene di averli ascoltati per caso anni prima a Montmartre. Due bambine ballano senza freni e guardano tutti chiedendosi cosa facciano gli altri lì seduti. Sulla destra scorgiamo il cinema all’aperto AriAnteo, che per i mesi di giugno, luglio e agosto propone grandi proiezioni da godersi sotto le stelle: 2001 Odissea nello spazio, I quattrocento colpi, Casablanca e molti altri film contemporanei.

Insomma, sembra non mancare nulla. Il cinema di qualità e la cucina di qualità, la musica e i diversi laboratori pomeridiani, l’aria rilassata e salubre della campagna e l’innovazione metropolitana. C’è anche l’eroe del mercato che vi spruzza l’Autan se temete di essere assaliti da legioni di zanzare. Forse non assomiglia alle decine di Farmer’s Market che rendono Berlino la città dove i giardini metropolitani rappresentano i nuovi luoghi della comunità, ma qualcosa è cambiato e sta cambiando. Ci sono facce di ogni colore e fisionomia, ci sono bambini che si conoscono ballando o nascondendosi dietro le piante di basilico e rosmarino. C’è la possibilità di parlare del giorno e della notte con un chiunque che si sieda a fianco a te, su un sacco di sabbia o cemento, mentre mangiate il piatto di una regione di cui vi siete innamorati da giovani o di una nazione che non vedrete mai. E forse, per la città per tre mesi capitale del Mondo, è questa la cosa più bella.

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