Romano De Marco: «Milano è una Città di polvere»

Romano De Marco: «Milano è una Città di polvere»

Libri Milano Lunedì 8 giugno 2015

Milano, piazza della Scala
© shutterstock

Milano - «Non ho la presunzione di dirmi milanese, quando scrivo racconto zone che conosco della città, anche quella criminale». Romano De Marco è abruzzese, ma a Milano viene spesso. Gli piace la città nascosta, quella che sta nell'ombra e noi indigeni, si fa per dire, non vediamo. L'aveva raccontata in Io la troverò fotografando i senzatetto del Parco Solari attraverso il personaggio dell'ex poliziotto, ex padre di famiglia, ex detenuto Marco Tanzi. Ci torna ora con Città di polvere (Feltrinelli, 2015, pagg. 352, 15 euro), noir che, ancora una volta, ha per protagonisti Tanzi e l'amico Luca Betti stavolta alle prese con la malavita calabrese e il mercato delle metanfetamine.

Droga, rapine, 'ndrangheta, polizia collusa. La Milano che racconti è nerissima...
«Esiste un livello della città che si nasconde. Paolo Roversi ha pubblicato da poco Solo il tempo di morire che ripercorre la malavita di Milano dal 1972 al 1984. Storie sommerse, rimosse, ma che sono accadute anche se non ce ne ricordiamo. Una sera sono andato a fare un passeggiata notturna dietro a Porta Venezia nella Gangland, come l'ha chiamata lo scrittore Stefano Di Marino: insospettabili locali nascondono misteriose realtà sotterranee a due passi dalla gente che sfila veloce correndo chissà dove».

Nel corso del romanzo ci sono parecchi momenti di violenza estrema a cui il lettore ha la sensazione di assistere in prima persona. Hai cercato un taglio di ispirazione cinematografica?
«Sì, cerco la suggestione cinematografica. Penso ai poliziotteschi italiani degli anni Settanta che esprimevano una violenza esagerata attraverso spunti geniali. Da lettore onnivoro cerco di mettere in quello che faccio un po' di originalità, non amo i libri di genere dove non succede nulla e tutto è lasciato all'immaginazione di chi legge. Mi piace scrivere romanzi d'azione che sappiamo offrire scene da guardare, ma anche personaggi tridimensionali».

Parliamo dei tuoi personaggi, allora. Marco Lenzi e Luca Betti sono due uomini d'azione che vivono un momento di crisi profondo, indecisi fra il desiderio di lasciarsi andare e la voglia di aggrapparsi alla ricerca di un senso. Sa di qualcosa di vissuto...
«Scrivendo di Marco e Luca, ho parlato di quello che conosco. Come loro vado verso i 50 anni, per il resto moltissime cose ci separano (ride, ndr). Ho provato a raccontare questa età attraverso la stanchezza della consapevolezza, la fatica di progettare altri orizzonti dopo aver già vissuto tanto. Ciascuno di loro rinuncia ad arrendersi attraverso la missione che sceglie di darsi nel corso del romanzo. Se ci riescono, lo si scopre alla fine della storia».

Un parte importante del libro ha per protagoniste diverse figure femminili con ruoli di spessore, mai da gregarie.
«Le donne nei miei romanzi non sono mai figuranti o bellone. In Città della Polvere il questore di Milano è una donna, Laura Damiani è un personaggio che torna per la terza volta da quando scrivo. Sono figure forti, le rappresento così perché mi viene naturale, anche se non ne ho mai fatto il personaggio principale».

Del tuo romanzo si è parlato come di thriller sociale. Il romanzo si apre con un incipit dedicato allo stato disumano in cui versa il carcere di Canton Mombello a Brescia e nel corso del racconto scrivi anche della pessima qualità della vita a San Vittore. Era il tuo obiettivo o è semplicemente successo?
«Non è mai stato il mio obiettivo. Città di polvere appartiene alla fiction, ma nel momento in cui scrivo cerco di raccontare personaggi e storie che mi interessano. In passato ho militato in un movimento politico impegnato sul fronte carceri. Ho letto molto, libri, inchieste, documenti ufficiali dell'amministrazione penitenziaria. In fondo il libro rispecchia me che l'ho scritto».

Scopri cosa fare oggi a Milano consultando la nostra agenda eventi.
Hai programmi per il fine settimana? Scopri gli eventi del weekend a Milano.